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13 agosto

Oggi, ma nel 1944, a Borgo Ticino, in provincia di Novara, il capitano delle SS Waldemar Krumhaar, dipendente dal comando nazista di Monza, faceva fucilare 12 civili italiani. L'azione era stata ordinata, al sottoposto, il sottotenente di vascello della Marina tedesca Ernst Wadenpfuhl, del reparto d’assalto Mek 80, specializzato nella guerriglia contro i partigiani, quale rappresaglia all'attacco con armi da fuoco, da parte delle forze resistenziali della zona, di un camion della Wehrmacht, carico di taniche di benzina, nella frazione di Borgo San Michele, che aveva causato il ferimento di 4 soldati nazisti. Il rapporto era di 3 italiani da giustiziare per ciascun ferito germanico, come da bando emanato dal feldmaresciallo Albert Kesselring, il 17 giugno precedente, per la lotta anti partigiana. Nella fase preparatoria alla mattanza era stata richiesta dai tedeschi anche la presenza di un distaccamento dei militi della X flottiglia Mas, comandato dal tenente di vascello Ungarillo Ungarelli.

Le vittime - per lo più operai della Società anonima costruzioni aeronautiche Savoia-Marchetti, una delle principali società di produzione di aerei del Belpaese, fondata a Milano il 12 agosto 1915, da Domenico Lorenzo Santoni e Luigi Capè, con sede operativa a Sesto Calende, in quel di Varese- erano: Cesare Cerutti, di 18 anni, di Borgo Ticino; Luigi Ciceri, di 23, di Borgo Ticino; Giovanni Fanchini, di 26, di Borgo Ticino; Alberto Lucchetta, di 22, di Borgo Ticino; Giuseppe Meringi, di 19, di Borgo Ticino; Benito Pizzamiglio, di 22, di Borgo Ticino; Andes Silvestri, di 29, di Borgo Ticino; Francesco Tosi, di 30, di Borgo Ticino; Olimpio Paracchini, di 28, di Castelletto sopra Ticino; Narcisio Nicola, di 23, di Coarezza di Somma Lombardo; Rinaldo Gattoni, di 22, di Gattico-Veruno; Cesare Tonioli, di 28 anni, di Sesto Calende. Mario Piola, soldato reduce dal fronte russo in visita alla fidanzata, riusciva a scampare all'esecuzione e veniva tratto ancora vivo dal mucchio dei cadaveri dagli abitanti del posto presenti alla sparatoria (nella foto, particolare del muro contro il quale avveniva il regolamento dei conti, nell’immagine tratta dal volume “Album delle Libertà”, edito dal Comune di Borgo Ticino, nel 1994, curato da Eleonora Bellini e Diego Tessari). Venivano inoltre incendiate 72 abitazioni e fatte pagare ai residenti 300mila lire di penale a titolo di risarcimento danni. 

Nel 1945 la Procura militare aprirà un procedimento, ma il fascicolo verrà insabbiato e ritrovato dal procuratore militare Antonino Intelisano solo nel 1994, tra i faldoni dei 695 dossier recuperati, in un ripostiglio della ex cancelleria della procura militare a palazzo Cesi-Gaddi, a Roma, in via degli Acquasparta, dentro quello che il giornalista del settimanale “l’Espresso” Franco Giustolisi, il 9 novembre 2000, definirà “armadio della vergogna”. Da quel 1994 la vicenda riaffiorerà, con maggiore risalto mediatico, nel 2012, quando l’amministrazione municipale di Borgo Ticino, guidata dal primo cittadino Francesco Gallo, rivendicherà l’apertura del processo davanti al Tribunale militare di Verona. Il comandante del plotone d’esecuzione, Wadenpfuhl, 97enne al momento dell’udienza, unico imputato, il 17 ottobre di quel 2012 verrà condannato, in contumacia, all’ergastolo, ma morirà poco dopo la sentenza, il 23 novembre.