Dino Grandi

TODAY

21 maggio

Oggi, ma nel 1988, a Bologna, moriva Dino Grandi (nella foto), l’ultimo gerarca del ventennio, che aveva legato il suo cognome all’ordine del giorno approvato nella seduta del gran consiglio del fascismo del 25 luglio 1943. Ovvero quella che aveva decretato la sfiducia nei confronti di Benito Mussolini e di fatto la sua caduta col conseguente arresto ordinato dal sovrano sabaudo Vittorio Emanuele III e la nascita del governo affidato al maresciallo d’Italia Pietro Badoglio.

La Repubblica, con a capo il presidente Francesco Cossiga, democristiano di lungo corso, salito al Quirinale il 3 luglio 1985, si trovava improvvisamente a dover fare i conti con uno degli esponenti più controversi della dittatura in orbace, maestro dell’intrigo che aveva liquidato il figlio del fabbro di Predappio, quando tutti gli altri fedelissimi del Duce erano ormai sotto terra da un bel lasso di tempo. Galeazzo Ciano, era deceduto l’11 gennaio 1944; Achille Starace, il 29 aprile 1945; Italo Balbo, il 28 giugno 1940; Alessandro Pavolini, il 28 aprile 1945; Michele Bianchi, il 3 febbraio 1930; Emilio De Bono, l’11 gennaio 1944, Guido Cristini, da Guardiagrele, in provincia di Chieti, il 19 dicembre 1979; Cesare Maria De Vecchi, il 23 giugno 1959, Giacomo Acerbo, da Loreto Aprutino, in quel di Pescara, il 9 gennaio 1969. La fine terrena di Grandi, conte di Mordano, nato proprio in quell’abitato della provincia bolognese il 4 giugno 1895, benché circondata dal massimo riserbo, con la cerimonia funebre che conterà solo cento presenti, accendeva un riflettore su una pagina incancellabile della storia tricolore che il corso repubblicano giunto dopo la fine della monarchia aveva cercato di cancellare. La presenza di Grandi, che tra l’altro era stato ministro degli esteri, dal 12 settembre 1929 al 19 luglio 1932; presidente della camera dei fasci e delle corporazioni, dal 30 novembre 1939 al 2 agosto 1943; alla guida del dicastero di grazia e giustizia, dal 12 luglio 1939 al 5 febbraio 1943; già ambasciatore del regno a Londra, anche se chiuso nella bara, causava un ultimo imbarazzo prima di finire sotto terra, nel cimitero monumentale della Certosa. L’uomo che tutti, a cominciare dai suoi colleghi del Partito nazionale fascista avrebbero voluto vedere spirare tra atroci sofferenze aveva retto, benché cieco, circondato dai suoi affetti, fino a 99 anni. Benché fosse rientrato nella città felsinea solo alla soglia dei 90, dopo aver trascorso quasi 40 anni in Brasile, a San Paolo, dove si era rifugiato in seguito alla dissoluzione del suo mondo in camicia nera.

La votazione dell’ordine del giorno Grandi, che era e rimarrà una pagina del passato che non passa, era avvenuta alle 2.30 del 25 luglio, quando la riunione era cominciata alle 17.15 del giorno precedente, nella stanza del pappagallo di Palazzo Venezia, a Roma, aveva ottenuto 19 si, 7 no e un astenuto. Nel dettaglio i favorevoli erano stati: Grandi, Bottai, Luigi Federzoni, Ciano, De Vecchi, Alfredo De Marsico, Umberto Albini, Acerbo, Dino Alfieri, Giovanni Marinelli, Carluccio Pareschi, De Bono, Edmondo Rossoni, Giuseppe Bastianini, Annio Bignardi, Alberto de' Stefani, Luciano Gottardi, Giovanni Balella, Tullio Cianetti, che il giorno dopo aveva scritto a Mussolini ritrattando il suo consenso. I contrari, invece, erano stati: Carlo Scorza, Guido Buffarini-Guidi, Enzo Emilio Galbiati, Carlo Alberto Biggini, Gaetano Polverelli, Antonino Tringali Casanova, Ettore Frattari. Si era astenuto Giacomo Suardo mentre Roberto Farinacci era uscito dalla stanza non partecipando al voto.