Barchiesi, il dolore della moglie: «Sono distrutta, mi sento vuota»

Anna Maria Di Caro piange sulla bara del marito
La disperazione della famiglia del 50enne, aggredito da un 18enne a Fossacesia: «Soltanto gli impegni quotidiani ci aiutano a non pensare. Io e i miei figli ci facciamo forza a vicenda»
LANCIANO. «Stiamo cercando di andare avanti, facendoci forza l’uno con l’altro. Ma è difficile, mi sento vuota. Non provo più niente». Anna Maria Di Caro ha dato l’ultimo saluto a suo marito, Diomede Barchiesi, ormai una settimana fa in una chiesa gremita fatta di parenti, amici e i tantissimi cittadini che per sei giorni hanno seguito la sua storia sperando nel miracolo. Ma quello di Anna Maria e della sua famiglia è un lungo addio, come un mosaico dalle tessere sparpagliate, disseminate per casa e nei ricordi che si inanellano uno dopo l’altro.
Barchiesi, papà 50enne di tre figli, originario di Altino e dipendente da 27 anni nel polo di Stellantis ad Atessa, è stato colpito con un pugno sul volto da un 18enne di Fossacesia, nel cuore della notte, al termine di una lite che aveva coinvolto l’aggressore e il figlio 15enne di Barchiesi. L’uomo sarebbe intervenuto per sedare la lite, venendo poi colpito e cadendo in coma. Ricoverato all’ospedale di Pescara – prima a Neurochirurgia, poi a Rianimazione – è morto dopo cinque giorni, mentre la sua storia faceva il giro del Paese.
Così, mentre proseguono le indagini, condotte dai carabinieri del Norm di Ortona e coordinate dalla procura frentana – che per fare luce sull’accaduto sta passando al setaccio anche il cellulare del 18enne di Fossacesia, difeso dagli avvocati Rosario Di Giacomo e Alessandro Zaottini – in casa Barchiesi la vita fatica a riprendere il suo corso regolare, tra i ricordi, il dolore e i momenti di disperazione di una famiglia che non accetta l’epilogo tragico del destino di Diomede: «In questo momento sono vuota, mi sento completamente persa. Non sono neppure arrabbiata, è strano ma davvero non riesco a sentire nulla», dice Anna Chiara, che ieri, dopo quei giorni terribili e infiniti trascorsi tra i corridoi e le lunghe attese nel nosocomio pescarese, ha incontrato di nuovo i suoceri Gabriella e Alberino. «Con me ci sono sempre i ragazzi, cerco di andare avanti soprattutto per loro, perché la vita deve proseguire. Con le incombenze quotidiane, le giornate proseguono. Deve andare così», prosegue la moglie di Barchiesi, «ma ci sentiamo addosso la stanchezza dei giorni passati, veniamo da momenti lunghi e dolorosi e stiamo cercando di riprenderci. L’unica cosa che aiuta sono gli impegni di tutti i giorni e, per i miei figli, le amicizie, le uscite, ma il dolore è enorme».
In questi giorni la storia di Diomede ha continuato a tappezzare le bacheche social di tantissimi cittadini, abruzzesi e non, che hanno conosciuto il papà di Altino e lo hanno ricordato e omaggiato con una parola d’affetto: Diomede Barchiesi era uno sportivo, appassionato di bicicletta, e da quasi 30 anni un dipendente di Stellantis, per il quale copriva il ruolo di team leader nel reparto verniciature. In tutti gli ambienti che ha frequentato è ricordato come «un uomo buono, con cui era impossibile litigare», come ricordano i colleghi. L’ultimo gesto di questa bontà, la donazione degli organi: cuore, fegato e reni. Così continua ad esistere, oltre che nel ricordo di chi lo ha amato e ora non sa accettarne il destino.
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