Bimbi nel bosco, nuovo ricorso: «Ignorati i pareri degli esperti, sistema che lede la giustizia»

Gli avvocati dei genitori chiedono di nuovo il ritorno a casa dei tre fratellini: «Impudicizia e spregiudicatezza dalle relazioni di assistente sociale e comunità»
VASTO. «Siamo convinti che anche questo scritto resterà inascoltato esattamente come i precedenti, ma cionondimeno lo si inoltra a futura memoria e a fedele ricostruzione di fatti, non ipotizzati, ma documentati dalla difesa». Bisogna partire dalla fine per comprendere il livello dello scontro che si sta toccando nella vicenda dei bambini del bosco di Palmoli. Si conclude così la memoria con la quale i difensori di mamma Catherine Birmingham e papà Nathan Trevallion, gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas, chiedono al tribunale per i minorenni dell’Aquila di revocare il provvedimento di allontanamento dei tre fratellini, disponendo il ricongiungimento con i genitori «ovviamente permanendo il controllo dei servizi sociali». Il nuovo ricorso arriva dopo che, nei giorni scorsi, il collegio presieduto da Cecilia Angrisano (giudice relatore Roberto Ferrari) ha emesso un’ordinanza per sospendere il provvedimento dello scorso 6 marzo nella sola parte relativa al trasferimento dei piccoli in un’altra struttura.
«Un provvedimento», scrivono i legali, «che questo collegio ha reso esecutivo nella sua interezza fin dal 6 marzo, di cui purtuttavia l’assistente sociale ha ritenuto, confidando evidentemente nei larghi poteri a lei attribuiti, di dare attuazione immediata e indifferibile il giorno stesso solo nella parte della “cacciata” della madre e non nel diverso collocamento dei minori. Per quasi un mese, si è quindi ritenuto che il provvedimento collegiale meritasse di essere arbitrariamente sospeso, avendone potere e capacità». Gli avvocati entrano nel dettaglio: «Il collegio continua a ignorare, considerandoli tamquam non esset (come se non ci fossero, ndr), i documenti scientifici e la ricostruzione alternativa, corredata da elementi provati per tabulas (attraverso gli atti, ndr), fornita dalla difesa». Secondo i legali, non sono stati considerati «i dati e i fatti apprezzabili estrinsecamente, le relazioni di pregiati professionisti, esperti del settore, consulenze rese dalla Neuropsichiatria infantile.
Documenti che ricostruiscono la piena idoneità genitoriale, il dramma dei minori e l’urgenza di un ricongiungimento immediato». Sono stati altrettanto ignorati, continua la difesa, «i documenti che comprovano le vaccinazioni effettuate, la socializzazione incrementata anche con la piena e immediata disponibilità fornita al doposcuola, il programma scolastico attuato, le urla disperate del gemello maschio. Il pieno consenso dato a ogni aspetto indicato. Elementi che sorprendentemente non trovano ingresso nei provvedimenti che si sono susseguiti, né tanto meno nelle relazioni sulle quali le stesse vengono plasmate». In altre parole: per i difensori, tutte le criticità segnalate nella prima ordinanza dello scorso 20 novembre sono state risolte. E non c’è motivo per mantenere i bambini in comunità, lontano dai loro genitori.
Femminella e Solinas esprimono «meraviglia» per il fatto che «le relazioni di psichiatri e di psicoterapeuti, tutte convergenti nella ricostruzione e nell’approdo, quantunque incaricati da soggetti diversi e, se si vuole, da fronti “contrapposti” vengano ignorate nella loro interezza e si dia credito, invece, a scritti resi sulla base di dichiarazioni apprese de relato dalla responsabile della struttura e a cascata dall’assistente sociale che, a sua volta, le avrebbe apprese da comuni educatrici, peraltro neppure identificate. Soggetti che indiscutibilmente, come del resto ha osservato il (giudice, ndr) relatore, sono legati da un vincolo “negoziale” e, quindi, non privi di interessi economici specifici e, a ogni modo, di gran lunga meno accreditati e attendibili di psichiatri».
Gli avvocati attaccano: «Crea sgomento intendere l’impudicizia e la spregiudicatezza con cui sempre gli stessi soggetti, vale a dire il connubio casa famiglia-assistente sociale, si sono affrettati, appena cacciata la madre, a relazionare il tribunale, affinché nel carteggio vi siano atti univoci nelle loro accuse». E a questo punto vengono richiamati gli ultimi report depositati davanti ai giudici: «Un atteggiamento che, anche nella sua prevedibile banalità, ha la forza di offendere chi lo recepisce e chi lo subisce: “La prima notte hanno dormito in compagnia di una educatrice, che ha riferito di aver riso e scherzato con loro tutta la sera fino al momento dell’addormentamento, per poi trascorrere una notte tranquilla dormendo senza risvegli”».
Si tratta, si legge ancora nella memori, di «un sistema intollerabile che lede la giustizia e che necessita di essere infrenato. L’intento, neppure troppo scaltro e fastidiosamente disinibito, si è palesato nelle ultime relazioni di Veruska D’Angelo (l’assistente sociale, ndr) e di Lucia Fiorillo (responsabile minori della casa famiglia, ndr) che si arrischiano a sostenere, offendendo il buon senso e l’intelligenza di chi lo recepisce oltreché la verità dei fatti, che i bambini il giorno stesso dell’allontanamento erano “sereni” (ignorata la relazione anche storica dei fatti accaduti il 6 marzo redatta dal professor Tonino Cantelmi e dalla dottoressa Martina Aiello) e che il gemello maschio, a distanza di quattro giorni, miracolosamente non ha più risvegli notturni e le due bambine non mangiano più le mani fino a ferirle e sono tutti felice e contenti di “annusare” vestiti profumati come se mai ne avessero avuti. Una descrizione falsa e nociva che grida dignità».
Nella relazione del 13 marzo della casa famiglia si legge testualmente: «Dalla mattina successiva i bambini hanno mostrato di riattivare una modalità interattiva positiva con le varie figure presenti, sia adulti sia verso gli altri minori. Non sono più diffidenti e distanti. Stanno dormendo tutta la notte e non si sono verificati risvegli notturni». Leggere questo, secondo gli avvocati, «è irrispettoso, se non oltraggioso. I miracoli della casa famiglia che evidentemente confida nella imbecillità, nel suo puro apprezzamento etimologico, di chi legge». Femminella e Solinas si rivolgono ai giudici: «Ci si chiede quale possa essere la ragione per cui queste mirabolanti relazioni che confliggono apertamente, smaccatamente con i rilievi della neuropsichiatria oltreché con dettagliate relazioni di parte nonché il buon senso e la logica non vengano messe minimamente in discussione».
L’attenzione torna al giorno della cacciata di mamma Catherine: «La reazione disperata dei bambini la sera del 6 marzo era sotto gli occhi di tutti i soggetti presenti, così come è documentabile che la sera stessa la madre è stata chiamata dalla casa famiglia per supportare la gemella, circostanza questa che naturalmente è sfuggita a chi ha relazionato, così come è sfuggito a chi minuziosamente dettagliava ogni “bizzarria” materna, riferire che nella stanza dei bambini si è dovuta collocare una educatrice pronta ogni notte, e riferire sugli atti di autolesionismo dei bambini». Alla luce di tutto questo, concludono i legali, «dobbiamo leggere la relazione della Neuropsichiatria per comprendere le condizioni effettive dei bambini: la bimba più grande “mostra le mani con alcune spellature superficiali sul dorso e su una nocca di un dito”; la gemella “mordeva le dita e i capelli arrivo in casa famiglia”; il gemello “mordeva le dita e vestiti/lenzuola”».
Contro il provvedimento dello scorso 6 marzo – apertamente criticato anche dal presidente del Senato Ignazio La Russa, seconda carica dello Stato – gli avvocati dei genitori del bosco hanno già presentato reclamo alla Corte d’appello dell’Aquila. Non ci sarà, però, alcuna udienza, né fisica né telematica. L’ordinamento, infatti, prevede la possibilità di sostituire il dibattimento con il deposito delle memorie, che dovrà essere eseguito entro il 21 aprile. Oggi, nel giorno di Pasqua, solo papà Nathan potrà incontrare i bambini nella struttura protetta di Vasto. Sarà un’altra festa da trascorrere divisi. Un’altra festa lontani dal bosco e dalla vita di prima.
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