Chieti e la collina che frana, i palazzi costruiti sulla sabbia: «Ma qui lo sapevano tutti»

Tredici condomini sgomberati, due già abbattuti e tanti altri sono a rischio. Il viadotto Gran Sasso fa paura dal 2018. E ora qui servono 50 milioni di euro
CHIETI. La città di Chieti, su un colle a 330 metri di altitudine, è detta anche la terrazza d’Abruzzo, per i posti che è possibile ammirare, dai monti della Maiella fino al mare. Una città dall’orgoglio forte che domina tutto il circondario, ma da qui si vedono anche le sue fragilità. È la città del dissesto economico: un buco da quasi 80 milioni di euro che ha gettato la città nella morsa di una crisi senza precedenti, con tasse al massimo e tagli ai servizi. Ma a Chieti non c’è solo il baratro finanziario a fare paura: qui, la collina frana, e a leggere gli atti ufficiali, accade almeno dal 1969. Si chiama dissesto idrogeologico mischiato al peso schiacciante del cemento. Risale al 1996, trent’anni fa, l’allarme sulla città che frana: «La sommità della collina stessa», recita una lettera dell’allora sindaco Nicola Cucullo, «è stata totalmente e perimetralmente interessata dalla edificazione selvaggia di fabbricati pluripiano di enorme mole, per lo più costruiti a seguito del rilascio di licenze e concessioni edilizie, spesso illegittime».
Ma, in tutto questo tempo, il risultato degli interventi mancati è che adesso quasi 200 famiglie sono senza casa, la casa dei sacrifici di una vita: 13 condomini sono stati sgomberati e potrebbe accadere la stessa ad altri palazzi vicini; due immobili sono stati già abbattuti; due scuole in zona rossa sono chiuse perché a rischio crollo. Nel quartiere Santa Maria, il 29 gennaio scorso, è arrivata la commissione parlamentare d'inchiesta sul rischio idrogeologico. Fino a pochi anni fa, gli appartamenti erano abitati da tante persone, adesso invece è un quartiere fantasma. Si chiama “Chieti frana”, la puntata di “31 minuti” in onda stasera alle ore 22.30 su Rete8 (riprese di Giuliano Vernaschi, regia di Danilo Cinquino e Antonio D’Ottavio). Questa è la nostra intervista al sindaco Diego Ferrara, alla guida del Comune dal 2020.
Se i fondi fossero arrivati trent’anni fa, se i lavori fossero partiti prima, sarebbe cambiato qualcosa in questo quartiere?
«I fondi, trent’anni fa, arrivarono, ma poi si bloccarono e furono utilizzati solo in parte. Il problema viene veramente da lontano. Oltre e accanto alla fragilità del suolo, qui c’è stata, come d’altronde in tutta Italia, una dissennata politica urbanistica di costruzioni anche laddove non si sarebbe dovuto costruire. Le pendici delle nostre colline sono vulnerabili, lo sapevano tutti quanti, ebbene negli anni ’60 e ’70 si è costruito dissennatamente, in zone fragili, con fondamenta non adeguate al peso e alla grandezza dei palazzi e adesso ne stiamo subendo le conseguenze».
Sindaco, qual è lo stato dell’arte in questa zona della collina di Chieti?
«Nell’agosto del 2025, è terminata ufficialmente la fase cosiddetta di emergenza che era stata decretata nel giugno del 2023, dopo che la protezione civile nazionale che sta seguendo dal 2022 insieme con il comune di Chieti e con la facoltà di Geologia dell’università d’Annunzio, monitorando questa zona e i movimenti di questa zona, ed è iniziata la cosiddetta fase di ricostruzione. Nei due anni della fase di emergenza ci sono stati interventi strutturali e fondi economici per la cosiddetta mitigazione del rischio: è stata mitigata la prosecuzione di questa frana che, ripeto, dalla facoltà di Geologia è stata definita come frana attiva che corre a 17 metri del sottosuolo. Il sottosuolo delle pendici di questa città è costituito da arenaria, quindi da sabbia pressata che ovviamente, quando si imbibisce di acqua, ha delle modificazioni geologiche. Questa arenaria corre ad una profondità fino a 40 metri, dopodiché si continua con l’argilla che è idrorepellente. In pratica, le piogge torrenziali di questi ultimi anni hanno aggravato una situazione di fragilità, di vulnerabilità di questo territorio come di tutti i territori costituiti, collinari costituiti come Chieti e Niscemi ne è un esempio. Nel maggio del 2023, dopo un mese di incessanti piogge, ho ricevuto l’ordine da parte della Protezione civile nazionale di sgomberare due scuole. Durante quel mese le immagini satellitari di Copernicus avevano stimato un abbassamento del terreno di ben più di tre millimetri e quindi ho dovuto fare la prima ordinanza. A queste ne sono succedute ben nove di ordinanze che hanno riguardato altrettanti palazzi, le cui famiglie hanno dovuto abbandonare: si tratta di 81 famiglie e di 182 persone complessivamente, di cui una buona parte percentuale anziani, oltre 65 anni, e anche molti disabili. Una ferita psicologica notevole per tutta la città».
Quanti fondi avete chiesto al Ministro Musumeci?
«Cinquanta milioni di euro che però si spalmeranno per la mission di questa seconda fase della ricostruzione».
E come saranno spesi i soldi?
«In gran parte per l’indennizzo delle famiglie che hanno dovuto abbandonare le loro abitazioni: ci sarà un tavolo tecnico costituito da periti di parte che valuteranno questi indennizzi e gli uffici dell’Usrc. E poi soprattutto questi soldi serviranno, quelli residuali, per la rigenerazione urbana di questo quartiere che noi non vogliamo diventi un deserto nel centro della città e soprattutto quello di cui sono molto orgoglioso, perché il progetto di rigenerazione di questo territorio è stato redatto dagli uffici tecnici del Comune, il progetto di regimentazione delle acque».
La rigenerazione significa che qui le famiglie torneranno a vivere?
«Chi è dovuto andare via dai palazzi abbattuti assolutamente no; dove sono stati abbattuti i palazzi costruiremo aree verdi o parcheggi; per quanto riguarda i palazzi che invece sono rimasti abitati si valuterà attraverso il continuo monitoraggio del rapporto costo benefici tra l’evacuarli e invece quelli che possono, attraverso delle opere di consolidamento, continuare ad essere abitate. Questo discorso è un discorso dinamico: la mitigazione, la risoluzione di un problema, serve a mettere in quella considerevole sicurezza un territorio ed è questo quello che noi vogliamo fare».
Il ponte Gran Sasso, al di sotto della frana, è considerato a rischio dal 2018: cosa accadrà?
«Il ponte Gran Sasso lo abbiamo dovuto monitorare perché nel tempo ha presentato delle alterazioni di tipo strutturali. Ci si ne accorge attraversandolo con l’auto, ci sono dei gradini, diciamo, lungo il percorso che prima non c’erano».
Significa che il viadotto si muove?
«In qualche parte può cedere di qualche millimetro o di qualche centimetro. Accade soprattutto, camminando in salita, al pilastro iniziale di sinistra che è il più attenzionato. Quindi, sono state fatte delle prove statiche e dinamiche, la cui relazione ci darà l'esatta condizione di come agire su di essa. E su questo abbiamo ricevuto dei fondi».
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