Daspati trasformati in giovani marmotte

21 Gennaio 2026

Caso Coni, l’editoriale del direttore: «Il punto è sempre questo, e non riguarda solo la sagra del Daspo, ma una inquietante zona grigia tra professionisti della guapperia e società civile

Ieri, in redazione, abbiamo festeggiato il sobrio e affilato commento con cui il presidente del Coni Luciano Buonfiglio ha rimesso ordine nella realtà dopo quattro giorni di autentico delirio sulla festa dello sport, trasformata – a Chieti – nella sagra del Daspato: «Condanno fortemente quello che è successo. Mi auguro», ha aggiunto il presidente del Coni, senza lasciare alcun dubbio interpretativo, «che il delegato provinciale Massimiliano Milozzi si renda conto e faccia un bel passo indietro».

Buonfiglio ha aggiunto che il Coni ha come valore primario «la legalità». Drammatico doverlo dire, ma meritorio che sia stato detto, una nota che mette fine a tre giorni di autentica follia. Prima notazione. Dobbiamo dire grazie ai redattori del Centro, e al nostro Gianluca Lettieri, per aver scovato la notizia che altri non vedevano, il Re nudo che era sotto gli occhi di tutti: ovvero il premio sui valori sportivi a chi quei valori li aveva violati. Il riconoscimento sportivo più alto che viene consegnato dal delegato provinciale del Coni, e per giunta presentato nella stanza del sindaco. Non ci si crede. Troppo. Da qualunque punto di vista. Ma faccio questa domanda: e se il Centro non se ne fosse accorto, che cosa sarebbe accaduto? Che quattro tifosi daspati, uno dei quali beccato a inseguire un ragazzino di sedici anni per una sciarpetta di un’altra squadra, avrebbero esibito come una medaglia il loro premio? Da anni, in città, si vive un curioso ribaltamento della logica: con coloro che la Questura segnala come violenti che rientrano dalle finestre dopo essere stati messi alla porta dai tutori della legalità.

Ecco perché nei due giorni che precedono la ferma condanna del presidente nazionale del Coni ne abbiamo sentite di tutti i colori. La medaglia d’oro, in questa singolare specialità, se la è aggiudicato il presidente regionale Antonello Passacantando, l’uomo che non ha controllato chi andava a ritirare il premio. Ma che lunedì aveva trovato un responsabile. Non se stesso, come sarebbe stato logico, non Milozzi (organizzatore materiale della kermesse) ma questo giornale. Pensa tu.

Il problema della giornata, dunque, spiegava Passacantando sarebbe stato «il titolo generalizzante» e la foto di gruppo (pubblicati da noi) che esporrebbero persone estranee ai fatti o ridurrebbero le altre a «una semplice etichetta, senza alcun approfondimento umano o sociale». Quale sarebbe stato, ci chiediamo ancora oggi, lo straordinario approfondimento umano e sociale? Dare ai quattro gentiluomini daspati il premio delle Giovani Marmotte? Oppure chiedergli di spiegare i valori etici ai bambini delle scuole (portati inconsapevolmente ad assistere a questa teatrata di lupi travestiti da agnelli?). Mistero. L’ultima perla è stata provare a sostenere la singolare tesi che «il premio non era ai premiati». Uno si chiede: chi mai potrebbe arrivare a tanto? Sempre lui, il mitico Passacantando: «Volevamo premiare la Curva, non sapevamo chi fossero». Fantastico. Neppure a un appuntamento di scambisti si va senza neanche avere in mano un nome del tuo convitato. Ma, se fosse vero, la spiegazione sarebbe peggiore di quello che è accaduto. Capisco bene l’imbarazzo del sindaco Diego Ferrara, che nelle chat diceva: “Meglio che non dichiariamo nulla».

Invece il punto è sempre questo, e non riguarda solo la sagra del Daspo, ma una inquietante zona grigia tra professionisti della guapperia e società civile.

Si agitano grandi valori, si immagina lo sport come un modello educativo, ma poi sempre lì si va a parare: alcuni, sempre i soliti noti, per pigrizia o desiderio di conformismo sostituiscono i veri e meritevoli tifosi nel racconto pubblico. Si ritagliano, in questo modo, una rendita di posizione, coperti dal silenzio di tante autorità che fanno finta di non vederli. Alcune società (una minoranza, ormai, per fortuna) se li tengono nel canile, li allevano, li sfamano, pronti a usarli come una milizia privata nei momenti di bisogno. Tutto questo non è un problema per lo sport: è molto di più, un veleno letale.

Per fortuna, ieri, il presidente Buonfiglio ha rimesso le cose a posto. Siamo contenti: in questo giornale ci piacciono le posizioni doverose, anche se scomode. L’approfondimento «umano e sociale» sui benemeriti curvaroli che non guardano mai le partite, perché stanno girati di spalle, lo lasciamo a chi – al contrario di noi – non ama il calcio.