Ortona

Di Pietro e D’Alfonso si sfidano sulle ragioni del referendum

8 Febbraio 2026

L’ex pm è per il sì: «Arbitri e giocatori separati. Chi accusa e chi giudica non può appartenere alla stessa squadra». Il deputato Pd, invece, è per il no: «Riforma emotiva»

ORTONA. Due uomini di centrosinistra, due storie diverse e un punto in comune: la convinzione che la giustizia italiana, così com’è, non funzioni. Poi però, davanti al referendum sulla giustizia, si dividono nettamente. Antonio Di Pietro voterà Sì, perché vuole «arbitri e giocatori separati». Luciano D’Alfonso voterà No, perché considera la riforma «emotiva», nata «per produrre scalpi» e incapace di incidere sul vero problema: «Il safari delle indagini preliminari».

È stato un confronto vivace, a tratti ironico, mai soporifero nonostante sia durato oltre due ore. La Sala Eden di Ortona era stracolma per l’iniziativa organizzata ieri dall’associazione civica “Il Comune delle Idee”, fondata dall’ex sindaco Leo Castiglione, che ha voluto mettere a confronto due protagonisti di primo piano dei fronti contrapposti. A moderare il dibattito Domenico Ranieri, caporedattore del Centro, e Carmine Perantuono, direttore di Rete8.

Di Pietro, ex pm simbolo di Mani Pulite ed ex ministro, ha chiarito subito la sua posizione. «Voterò sì perché sono testimone di ciò che avviene nei palazzi di giustizia», ha detto, precisando però che il referendum non deve essere letto come un atto di accusa verso la magistratura: «I magistrati, ad eccezione di qualche mela marcia, sono tutte brave persone. Non andiamo a votare con l’idea di punirli, per partito preso. Mi attengo a ciò che è scritto, e non c’è scritto che con questa riforma il pm diventa uno “sbirro”. Questa riforma non trasforma il pm: lo lascia all’interno della magistratura».

E anzi, sostiene Di Pietro, «la separazione delle carriere aumenterebbe le garanzie di autonomia». Per l’ex ministro, il punto è anche «spezzare quel “cordone ombelicale” che negli anni ha favorito correntismo e clientelismo: l’Anm si è dimostrata attenta a distribuire cariche su base ideologica, come ci ha svelato Palamara». La metafora che ha usato è diventata il filo conduttore dei sui interventi: «Chi fa l’arbitro appartiene alla famiglia degli arbitri, e i giocatori viceversa. Non con lo stesso concorso, valutandosi a vicenda anche dal punto di vista disciplinare». D’Alfonso, parlamentare ed ex presidente della Regione Abruzzo, ha premesso un riconoscimento personale: «Ringrazio Di Pietro per il lavoro svolto da ministro e da servitore dello Stato». Ma sul merito ha affondato il colpo. «Il dramma dell’italiano medio quando approccia alla giustizia è il safari delle indagini preliminari», ha detto.

E poi ha lanciato la critica politica: «Questa riforma è stata ottenuta come uno scalpo da esibire, per dare “sderenata” agli altri, e con essa nulla migliorerà». La riforma Nordio, secondo D’Alfonso, non interviene sul vero nodo: i tempi e la qualità delle indagini preliminari. «A Pescara anche cinque anni sono durate indagini preliminari, in Sicilia dodici. È già una sanzione quella, anche se poi vieni assolto». E porta la sua esperienza personale come prova del fatto che, anche senza separazione, giudici e pm spesso non sono affatto “allineati”: «Io sono la prova di un pm che ha rivolto contro di me 53 azioni e 53 volte ha perso. Otto volte su dieci i giudici danno torto ai pm. Quindi questa riforma evidentemente non serve». Anzi, secondo D’Alfonso, in alcune realtà esiste già una forma di antagonismo che si intreccia con la ricerca del consenso e con la pressione dell’opinione pubblica: «Perché un pm ha bisogno di consenso? In alcune vicende pescaresi saprei anche dire perché». D’Alfonso poi dice che la riforma che sta alla base di questo referendum «serve a fare sì che chi sta al governo abbia più tranquillità, come ha ammesso lo stesso Nordio. Nella norma non c’è nulla in favore dei cittadini. Io ho vissuto la palude con 90mila fogli di carte, ma io avevo mezzi. Come fa un cittadino comune? È un safari».

A quel punto Di Pietro, tra applausi e risate, ha ribaltato la provocazione: «D’Alfonso mi ha convinto, e voto sì. Dice che per più di 50 volte ha passato i guai perché la giustizia è un safari: è proprio questo il problema». E aggiunge: «Il vero gioco processuale sta nelle indagini preliminari. Se il pm ha potuto fare tutto quello, è perché non l’hanno fermato prima. Sei mesi devono durare le indagini preliminari: non lo porti in dibattimento sennò. Il pm ha il dovere di cercare la verità e deve esserci qualcuno che gli dica se sta sbagliando o no, ma quel qualcuno, il gip, deve avere garanzie». Per D’Alfonso, invece, «l’attivismo accusatorio» non si ferma con la separazione. «Esiste già un certo antagonismo», ribadisce, «ma il problema è che poi incontri un gip per cui il rinvio a giudizio è la cosa meno faticosa, e non ci prova neanche a scomporre l’impianto accusatorio».

Il confronto si è acceso anche sul tema del sorteggio dei componenti del Csm. Di Pietro lo difende con decisione: «Il Csm non è un organo di rappresentanza, ma di garanzia. Deve garantire al cittadino che gli incarichi territoriali vengano assegnati in modo terzo e trasparente, senza clientelismo». D’Alfonso invece avverte: «Dobbiamo stare attenti a chi ha certe responsabilità e non affidarci al caso».

In sintesi, per Di Pietro «quel Sì contiene tre Sì: separare le carriere, fare in modo che nel Csm per due terzi si venga estratti a sorte e istituire un organo terzo che giudicherà disciplinarmente». D’Alfonso chiude con un messaggio politico netto: «Non siamo davanti a una norma che innova, ma che lascia tutti i problemi». A sorpresa nel dibattito è intervenuto anche il comico Germano D’Aurelio, in arte ’Nduccio, che ha strappato molte risate facendo tirare il fiato alla platea. Si è schierato poi al fianco di D’Alfonso e del No: «Ho vissuto tutte le disavventure di Luciano a causa di un sistema giudiziario che non va, ma non mi fido di questa riforma».

Il referendum di marzo sarà confermativo, quindi senza quorum. Se dovesse vincere il Sì, entrerebbero in vigore tre novità: separazione delle carriere tra giudici e pm; istituzione di due Csm (uno per la magistratura giudicante e uno per quella requirente); e la nascita di una nuova Alta Corte disciplinare che sostituirebbe l’attuale sistema interno al Csm per le sanzioni ai magistrati. Una scelta che, come emerso chiaramente dal confronto ortonese, divide anche chi per storia e cultura politica proviene dalla stessa parte.

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