Pennapiedimonte

Vigili del fuoco morti annegati: indagato il direttore del Parco

7 Febbraio 2026

La tragedia di Pennapiedimonte avvenuta lo scorso 30 aprile. La procura: «All’ingresso della forra del fiume Avello mancavano i cartelli di divieto d’accesso»

CHIETI. I cartelli mancanti all’ingresso della forra del fiume Avello. È intorno a questo vuoto di segnaletica che ruota l’accusa di omicidio colposo a carico di Luciano Di Martino. Secondo il pubblico ministero Giancarlo Ciani, la morte dei vigili del fuoco Emanuele Capone e Nico Civitella, affogati a Pennapiedimonte, non può essere archiviata come una tragica fatalità, né come il prezzo imprevedibile pagato alla montagna. Il direttore del Parco nazionale della Maiella ha ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini preliminari: un atto che formalizza le contestazioni e che, generalmente, prelude alla richiesta di processo. In base alla ricostruzione della procura di Chieti, quella gola di località Balzolo non doveva essere accessibile, e la responsabilità di non averla chiusa ricade sul vertice dell’ente. Le vittime non erano escursionisti improvvisati. Capone e Civitella avevano 42 anni ed erano pompieri del comando provinciale di Chieti. Professionisti del rischio, uomini abituati a valutare ogni passo, a leggere il terreno, a gestire l’imprevisto. Eppure il 30 aprile scorso hanno perso la vita nell’Avello, intrappolati in un canyon che si è trasformato in pochi istanti in un vicolo cieco. La tesi dell’accusa è che quella trappola non fosse soltanto naturale, ma colposamente lasciata aperta.

Il quadro probatorio delineato dal magistrato evidenzia un’anomalia grave nella gestione dell’area. All’ingresso della forra non vi era alcuna segnaletica ufficiale che vietasse l’accesso o avvertisse del pericolo, nonostante fosse noto che in quel tratto mancassero le condizioni di sicurezza minime per l’attività sportiva. Ma c’è di più: in quella zona erano presenti cartelli artigianali, posizionati da ignoti appassionati, che indicavano l’ingresso della forra come se fosse un percorso autorizzato per il canyoning. La procura contesta a Di Martino di non aver fatto rimuovere queste indicazioni fuorvianti e di non aver impedito, con un divieto esplicito e visibile, che l’area diventasse una meta frequentata. In sostanza, il direttore non avrebbe ostacolato l’accesso a un luogo pericoloso, permettendo così che i due vigili del fuoco, insieme ai colleghi Gabriele Buzzelli e Giulio De Panfilis, si calassero ignari del rischio estremo.

Di Martino, assistito dall’avvocato Vincenzo Di Girolamo, potrà chiedere di essere interrogato per respingere gli addebiti o presentare memorie difensive. La partita è appena iniziata ed eventuali responsabilità penali dovranno essere accertare, ma l’impianto accusatorio fissa un principio chiaro: l’omissione nella vigilanza e nella segnaletica può equivalere a causare l’evento.

Per capire cosa è accaduto davvero in quella mattinata di fine aprile sono state decisive anche le testimonianze dei sopravvissuti. I quattro vigili del fuoco, tutti liberi dal servizio, avevano scelto di dedicare la giornata al torrentismo: una disciplina tecnica che prevede la discesa di gole strette percorse da corsi d’acqua, utilizzando corde e imbracature, senza l’ausilio di gommoni. Emanuele, Nico, Gabriele (38 anni) e Giulio (31 anni) si trovavano in un punto in cui l’Avello scava un canyon profondo, caratterizzato da un letto a sbalzi e pareti verticali.

Quello che non potevano prevedere è che sul Monte Cavallo, a quota duemila e duecento metri, il disgelo primaverile era nel pieno della sua attività. Lo scioglimento delle nevi stava alimentando il fiume con una portata d’acqua ingente. Il livello dell’Avello era alto, la corrente aveva una forza capace di spostare pesi enormi.

È in questo scenario che si consuma la tragedia. Emanuele Capone rimane bloccato. Una gamba gli finisce incastrata tra le rocce sul fondo del torrente. L’acqua preme, il freddo paralizza, la situazione precipita in secondi. Nico Civitella, vedendo il collega in difficoltà, non esita. Tenta di salvarlo. È la reazione istintiva di chi porta quella divisa: non si lascia indietro nessuno. Ma mentre provano a liberare l’arto incastrato, una piena improvvisa, violenta e inarrestabile, li investe. La massa d’acqua travolge tutto.

La corrente strappa via Nico, trascinandolo a valle senza scampo. Emanuele, impossibilitato a muoversi, muore lì, sommerso dalla furia del fiume. Gabriele e Giulio riescono a salvarsi per miracolo, testimoni impotenti della fine dei loro amici. Le autopsie eseguite dal medico legale Pietro Falco confermeranno la causa del decesso: «Morte per annegamento».

Arturo Civitella, fratello di Nico, ha raccontato ai cronisti un retroscena che rende ancora più amara la tragedia: «Nico era in aggiornamento continuo», ha spiegato. «Anche quella uscita era l’ennesimo addestramento per lui come per i colleghi. Si chiedevano chi sarebbe andato a soccorrere qualche malcapitato se gli fosse accaduto qualcosa in un luogo così impervio. Loro erano andati lì per quel motivo. Invece è successo tutto il contrario». Erano lì per prepararsi a salvare vite, e hanno perso la loro.

Arturo ha aggiunto un particolare straziante: «Di solito Nico ci avvertiva quando usciva per queste cose, che faceva abbastanza spesso e mai da solo. Ma questa volta noi della famiglia non sapevamo nulla. Probabilmente hanno deciso all’ultimo momento di andare».

Le operazioni di recupero sono state un calvario durato settanta ore. Tre giorni di ricerche febbrili, in cui centoventi uomini si sono alternati lungo il corso dell’Avello e nelle forre. Non erano semplici squadre di soccorso: erano colleghi che cercavano colleghi. Hanno lavorato in condizioni estreme, con la morte nel cuore ma con la ferma volontà di mantenere una promessa fatta alle famiglie in attesa: «Riporteremo i corpi a casa il prima possibile». E così è stato.

Quella tragedia, in base alla ricostruzione accusatoria, poteva essere evitata con un semplice atto amministrativo e materiale: un divieto, un cartello, la rimozione delle indicazioni abusive. Di Martino dovrà difendersi dall’accusa di non aver fatto quanto in suo potere per impedire l’evento. Sarà un giudice a stabilire se la morte di Emanuele e Nico sia stata colpa di una negligenza umana o se, in quella gola di Pennapiedimonte, l’ultima parola spettasse comunque alla forza ingovernabile dell’acqua.

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