Sciarpa rapinata al tifoso pescarese, il pm: «Processate i quattro ultrà»

Il gruppo di violenti è stato identificato dai poliziotti della Digos anche grazie alle telecamere. Scatta l’aggravante perché alcuni di loro sono entrati in azione con i passamontagna sui volti
CHIETI. Si muovevano con i volti coperti dai passamontagna e la determinazione di chi attua un controllo militare del territorio, trasformando le strade di Chieti Scalo in un luogo di agguato. Ora, per quella che gli investigatori definiscono una spedizione punitiva organizzata nei minimi dettagli, è arrivato il conto della giustizia. Il sostituto procuratore Marika Ponziani ha firmato il decreto di citazione a giudizio per l’udienza predibattimentale: il prossimo 8 maggio si deciderà il destino processuale dei quattro ultrà del Chieti calcio accusati di aver orchestrato e messo in atto il raid. A comparire davanti al giudice saranno Cristiano Di Girolamo, 32 anni, Andrea Fornarelli, 30 anni, Alessio Giovenchi, 25 anni, e il più giovane del gruppo, Flavio Cappitti Rossini, 20 anni (tutti difesi dall’avvocato Gianluca Polleggioni). La contestazione è di concorso in rapina aggravata. Un’accusa che spazza via ogni possibile lettura goliardica di quanto accaduto la notte dello scorso 7 giugno, quando la violenza del tifo ha intercettato la vita privata di un uomo di 56 anni e di suo figlio sedicenne, ora assistito dall’avvocato Vittorio Supino.
La colpa delle due vittime, agli occhi del commando, era esposta sul cruscotto della loro utilitaria, in marcia all’una e mezza di notte: una sciarpa biancazzurra. Quel simbolo, legato alla promozione in serie B del Pescara di Silvio Baldini appena celebrata, ha agito come un detonatore. Non appena l’auto è stata agganciata visivamente lungo viale Benedetto Croce, i quattro imputati sono saliti precipitosamente su una vettura di proprietà di uno di loro, dando inizio a un inseguimento.
La corsa delle vittime è finita pochi istanti dopo, bloccata da un semaforo rosso. È in quel frangente che la minaccia si è fatta fisica. Secondo la ricostruzione agli atti dell’inchiesta condotta dalla polizia di Stato, il veicolo con a bordo padre e figlio è stato chiuso, impedendo ogni via di fuga. Due degli aggressori, con il volto coperto, hanno colpito insistentemente il finestrino, terrorizzando gli occupanti e intimando la consegna della sciarpa. Una pressione psicologica e fisica che ha piegato la resistenza dell’uomo, «costringendo il padre a ottemperare per evitare ulteriori conseguenze».
Ma quella notte, secondo quanto emerso dal lavoro della Digos teatina diretta dal vice questore Miriam D’Anastasio, nulla era stato affidato all’improvvisazione. Non si trattava di un incontro fortuito, bensì dell’esito di un folle e distorto piano di controllo della città. Le indagini hanno svelato che i quattro ultrà avevano messo in piedi una vera e propria attività di osservazione nei pressi della stazione ferroviaria: una ronda sistematica per presidiare lo Scalo e individuare i tifosi pescaresi di ritorno dalla partita vittoriosa allo stadio Adriatico contro la Ternana. Avevano pattugliato la zona con l’obiettivo preciso di intercettare “il nemico”.
Quella sciarpa, strappata con la forza e trattata come un trofeo di guerra da esibire, è diventata invece la prova regina che ha permesso agli investigatori, grazie anche all’analisi delle telecamere di sorveglianza, di risalire all’identità del quartetto. Dalle strade dello Scalo alle aule di giustizia, la logica del branco si scontra ora con il codice penale: non più censori del territorio, ma imputati chiamati a rispondere delle proprie azioni.

