Vasto

Famiglia del bosco: «I bimbi tornino coi genitori, il distacco li ha traumatizzati». E ora spunta un audio-choc

16 Febbraio 2026

Gli avvocati: «Diatribe personali continuano a pesare sulla vita di tre innocenti». Nella registrazione un gemellino urla e si dispera perché vuole stare con la madre

VASTO. La sofferenza dei tre bambini allontanati dal bosco di Palmoli non è più soltanto una descrizione contenuta nelle relazioni degli esperti: è racchiusa in un file audio. Quella registrazione, allegata all’istanza per chiedere il ricongiungimento con i genitori, documenta senza filtri le notti nella casa famiglia di Vasto. Si sentono le suppliche, le urla e la paura della solitudine di uno dei gemellini. Questa traccia digitale fa parte della nuova memoria difensiva, già depositata, con cui gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas chiedono l’immediata revoca del provvedimento di allontanamento. La tesi dei legali è netta: dopo tre mesi di separazione da Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, oggi non sussistono più «in alcun modo i presupposti dell’urgenza e dell’emergenza imposti dalle norme» che avevano innescato l’intervento del tribunale per i minorenni dell’Aquila.

La condizione attuale della famiglia è descritta negli atti come una convivenza paradossale e dolorosa. La madre vive al piano superiore della struttura, mentre i figli si trovano in quello sottostante. La separazione fisica è sancita da una porta chiusa a chiave. Gli avvocati sottolineano come Catherine sia costretta «ad ascoltare le suppliche e le urla strazianti dei figli che sono terrorizzati dal distacco notturno e la pregano di non lasciarli da soli. Una situazione che è stata ripetuta, fino allo sfinimento, al personale educativo che purtuttavia ha pensato bene di risolvere il problema chiudendo a chiave la porta che divide la parte abitata dai bambini con quella della madre. La disperazione e il senso di impotenza di questa donna, che continua ad assistere inerme allo strazio di ogni sera, l’hanno indotta a registrare degli audio che delineano lo stato psicologico in cui versano questi tre bambini che, prima della istituzionalizzazione, erano sempre sereni e sorridenti».

L’analisi tecnica è affidata ai consulenti di parte, lo psichiatra Tonino Cantelmi e la psicologa Martina Aiello. Nelle loro valutazioni, lo sradicamento dal contesto familiare di origine è avvenuto «in modo non adeguatamente mediato e ha assunto per i minori una valenza marcatamente traumatica». I legali ribadiscono la durata temporale di questa condizione: «Sono ormai 90 giorni che, con il pretesto della presenza dei giornalisti, sono confinati dentro quattro mura». Anche l’aspetto educativo è oggetto di contestazione nella memoria difensiva. Le lezioni scolastiche, inizialmente ritenute urgenti e prioritarie dalle autorità, «si sono attivate ben oltre due mesi dopo il loro ingresso». Nel frattempo, sostengono gli avvocati, il «disastro emotivo» causato da un distacco fisico e affettivo così brusco e incomprensibile ha generato nei piccoli uno «strisciante senso di colpa da cui oggi risultano avvinti».

La difesa punta a smontare la narrazione che ha portato all’allontanamento, ribadendo che «i bambini cercano disperatamente i genitori perché da questi hanno sempre e solo ricevuto affetto e amore oltreché accudimento quotidiano». A sostegno di questa tesi, agli atti sono state allegate decine di lettere provenienti da diverse parti d’Italia. Queste missive confermano la serenità della vita pregressa della famiglia Trevallion. I legali avevano anche richiesto l’audizione dei vicini di casa, figure che avrebbero potuto testimoniare, da una posizione di «assoluta terzietà», sulle abitudini di vita e sul grado di inserimento sociale del nucleo familiare, ma tale richiesta non ha avuto seguito.

Un capitolo centrale della memoria riguarda il ruolo dei servizi sociali e, in particolare, l’operato dell’assistente sociale Veruska D’Angelo. L’ultima relazione depositata dalla professionista è definita dalla difesa «infarcita, ancora una volta, di valutazioni, giudizi e pregiudizi». Secondo gli avvocati, la D’Angelo avrebbe mantenuto «sin da subito un comportamento oppositivo e conflittuale», specialmente nei confronti della madre, arrivando a fuorviare «nelle sue relazioni i corretti accadimenti che risultano rappresentati in modo esasperato e, pertanto, non veritiero». La critica si sposta poi sul metodo: ci si sarebbe aspettati, «per onore della verità», relazioni focalizzate sulla sofferenza dei bambini, piuttosto che sulla «presunta insofferenza materna che si vorrebbe in passiva ricezione di qualunque comando impartito».

Il documento difensivo pone l'accento su un passaggio ritenuto fondamentale: «Va rammentato che i Trevallion-Birmingham non sono mai stati genitori abusanti, violenti, pregiudizievoli o anaffettivi». Questa affermazione trova riscontro nella relazione del Dipartimento di salute mentale della Asl, ente incaricato dagli stessi servizi sociali, che sottolinea «l’assoluta positività di entrambe le figure genitoriali». La stessa équipe dell’azienda sanitaria locale si era espressa favorevolmente al ricongiungimento familiare. Tuttavia, notano i legali con amarezza, «nelle cinque pagine rese dalla direzione della struttura, pressoché interamente dedicate alle asserite bizzarrie della madre che tale risulta evidentemente solo con l’assistenza sociale, non vi è un rigo che dettagli il ruolo di grande empatia e partecipazione del padre».

L’aspetto più allarmante sollevato dalla difesa riguarda la salute psicofisica dei minori. Secondo gli avvocati, la documentazione della struttura ospitante non rileva «la sofferenza, la frustrazione e il disagio sempre più ingravescente dei minori che puniscono se stessi con atti di autolesionismo». Per avere un quadro delle condizioni effettive dei bambini, è necessario leggere la relazione della neuropsichiatria. Nessun altro operatore, sostengono i legali, ha inteso rappresentare al Tribunale «questa angoscia condizione», preferendo invece «discettare sui comportamenti “dispettosi” e deridenti della madre». La conclusione della difesa è dura: «La personificazione dello scontro è un elemento drammatico, soprattutto se promana da istituzioni che devono essere e apparire terze; in questa vicenda le diatribe personali hanno pesato e continuano a pesare sulla vita di tre incolpevoli minori».

La relazione tecnica firmata da Cantelmi e Aiello si basa su un’analisi ampia che include i colloqui con Catherine e Nathan, ma anche l’esame di otto foto, due video e altrettanti disegni prodotti dai bambini. Da questo materiale emerge «un quadro di marcata sofferenza psicologica con indicatori riconducibili a una condizione di stress emotivo intenso e persistente». Più nello specifico, i consulenti rilevano sui tre bambini «evidenti manifestazioni cliniche riconducibili agli effetti del trauma da sradicamento, osservabili sul piano emotivo, comportamentale e relazionale». Tali segnali indicano che l’esperienza della separazione «non rappresenta un rischio meramente potenziale, ma ha già prodotto un impatto significativo e lesivo sul loro equilibrio psicologico».

I documenti agli atti e il racconto dei genitori evidenziano un peggioramento progressivo: «Tali problematiche sono insorte già da alcune settimane, ma sono in progressiva esacerbazione». Viene inoltre sottolineato l’atteggiamento della coppia genitoriale, che ha mostrato «piena collaborazione e disponibilità a integrare aspetti di funzionamento indicati come migliorativi nell’esclusivo interesse dei minori». La conclusione della consulenza di parte non lascia spazio a interpretazioni: «Quanto rilevato rende necessario, urgente e non procrastinabile la revoca del provvedimento di allontanamento, poiché l’ulteriore permanenza nella struttura costituisce per i minori un severo fattore di rischio per la strutturazione di futuri quadri patologici e per l’ingravescenza della sintomatologia già in atto».

Infine, gli avvocati Femminella e Solinas affrontano il tema della perizia psico-attitudinale attualmente in corso su genitori e figli. Il fatto che l’accertamento non sia ancora concluso, sostengono, «non è un elemento ostativo al doveroso ricongiungimento familiare». La richiesta di revoca del provvedimento si fonda anche sugli «apprezzabili e concreti passi in avanti già rilevati dalla Corte d’appello sin dall’inizio, ormai lontano nel tempo, di questo percorso». Ma, soprattutto, l’istanza fa leva sulla necessità di interrompere quella che viene definita la «sofferenza effettiva e concreta dei bambini che portano addosso tutti i segni dello sradicamento e del senso di abbandono».

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