VASTO
Doveva essere la perizia finale sulla famiglia del bosco; ma, alla fine, quella redatta dalla psichiatra Simona Ceccoli assomiglia più a una arringa difensiva del proprio operato. Il documento è la replica alle oltre 300 pagine di controdeduzioni dei consulenti tecnici dei Trevallion Tonino Cantelmi e Martina Aiello che, in 15 punti, smontavano, pezzo per pezzo, le 196 pagine della prima versione della perizia.
Alle numerose contestazioni di Cantelmi e Aiello, che spaziano dalla gerarchia delle fonti all’assenza di osservazioni dirette del rapporto genitori-figli, la risposta è fondamentalmente una: siamo preparate – il riferimento è alla Ceccoli e alla testista Valentina Garrapetta, al centro delle polemiche per alcuni post sui social contro la famiglia – il tribunale per i minorenni dell’Aquila si fida di noi e, dunque, dalla nostra relazione dipenderanno le decisioni dei giudici. Vale la pena ricordare che, pur in assenza di disturbi psichiatrici rilevati, nella prima perizia la Ceccoli evidenziava «l’inadeguatezza» di Nathan e Catherine come genitori.
In questo ultimo documento la consulente tecnica d’ufficio difende la sua tesi rispondendo in primo luogo ai dubbi avanzati sulla propria professionalità. Cantelmi aveva contestato la sua preparazione, lei nega: stando a quanto si legge, sarebbero oltre 15 gli anni di collaborazione con i tribunali, in cui ha lavorato sia con bambini che con adolescenti.
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Nel caso della famiglia del bosco, però, la Ceccoli non ha svolto alcuna attività peritale nei confronti dei tre piccoli. L’unico studio clinico effettuato sui minori sono i test somministrati dalla Garrapetta, l’ausiliaria che su Facebook, prima di ricevere l’incarico, aveva attaccato duramente i Trevallion e chi difendeva la loro causa. La richiesta di ricusazione presentata da Danila Solinas e Marco Femminella – poi sostituiti da Simone Pillon – era stata rigettata dal tribunale, che aveva definito «marginale» il suo ruolo. Anche se, alla prova dei fatti, il lavoro della Garrapetta occupa più di 30 pagine della perizia.
Oltre a questa criticità, il duo Cantelmi-Aiello sottolineava la sua poca esperienza sul campo: «Al momento della nomina risultava iscritta all’Ordine professionale di appartenenza da poco più di 3 anni e per sua stessa dichiarazione sul sito professionale non risultava occuparsi di minori», scrivono i due nelle loro controdeduzioni prima di indicare a 5 anni il tempo minimo di esperienza per poter ricoprire l’incarico che le è stato affidato. Un’affermazione impropria, sostiene la Ceccoli, vista la «marginalità» del lavoro svolto dalla Garrapetta rispetto alla valutazione della famiglia nel suo complesso.
Questo rappresenta un passaggio chiave del documento, perché è il corollario della difesa della «neutralità» della perizia e delle modalità con cui è stata eseguita. «La Ctu ha operato in maniera neutrale, in scienza e coscienza, senza alcun pregiudizio nei confronti della coppia genitoriale», scrive la Ceccoli. E quel «radicalismo dei comportamenti» sottolineato nella prima perizia, apparentemente smentito dagli impegni presi da Trevallion su abitazione, famiglia e salute, secondo la consulente sarebbero deducibili dalle stesse affermazioni di papà Nathan: «Ha espresso l’idea che preferiscono vivere da soli piuttosto che in ecovillaggi rurali dove possono esserci persone che la pensano diversamente da loro».
La relazione scende poi nei dettagli dell’impianto valutativo adottato. A rafforzare l’attendibilità dell’analisi sarebbe la «convergenza» di «dati omogenei provenienti da diversi canali osservativi». Dunque, le osservazioni di Cantelmi e Aiello sui test psicodiagnostici, pur «non definitivi» come ammette la stessa Ceccoli, sarebbero parte di uno studio più complesso. È curioso, però, che i test vero-falso a cui è stata sottoposta la coppia siano definiti «nulli» perché «hanno dato risposte non autentiche, ma, piuttosto, che cercassero di metterli in buona luce». Per la Ceccoli hanno ben più peso i test grafici a cui è stata sottoposta la famiglia. Che, dice, non sono stati scelti per la mancanza di competenze linguistiche in inglese della Garrapetta, ma per «non sovraccaricare i bambini». Ma lo stesso sistema è stato utilizzato per i due genitori. Per fare un esempio, dalla forma del naso spigolosa con cui Catherine si era ritratta la Garrapetta aveva dedotto il tratto prepotente della sua personalità: un dato che «con prudenza» è utilizzabile, dice la Ceccoli. E infatti è stato utilizzato. Di certo, «non in termini negativi e patologizzanti», aggiunge.
Tutti gli esami portano allo stesso punto: l’inadeguatezza di Nathan e Catherine come genitori. Il concetto viene ribadito anche nella parte finale del documento. «Si è dimostrato come lo stile educativo di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham ha leso i diritti dei minori garantiti dalla Costituzione: il diritto alla salute, alla istruzione e alla socializzazione ed ha inciso sullo sviluppo psico emotivo e cognitivo dei tre figli». E questi bambini, che pure in altre relazioni, come quelle della casa famiglia e dell’insegnante Lidia Camilla Vallarolo, appaiono bravi, curiosi e intelligenti, qui diventano improvvisamente problematici: «A tale riguardo i tre bambini figli di Nathan Trevallion e Catherine Birmingham presentano carenze nell’attenzione, nelle funzioni esecutive, carenze nelle abilità visuo-spaziali e prassiche e infine nell’apprendimento; presentano pertanto un quadro importante di immaturità neuropsicologica». Tutte carenze che, dice la Ceccoli, non derivano dall’esperienza «traumatica» della casa famiglia, ma dall’educazione ricevuta. Anzi, dice la consulente, in struttura hanno un «caregiver» che li segue stabilmente, sono «ben inseriti» in comunità e hanno «sempre» avuto una continuità relazionale e affettiva stabile con i genitori. Il riferimento è anche al rapporto con la madre, con cui hanno convissuto fino al 6 marzo, quando è stata espulsa dalla struttura protetta.
Insomma, i bambini – è il concetto che viene ribadito da mesi a questa parte – in casa famiglia stanno bene. Tant’è che la stessa Ceccoli alla fine della disamina è costretta a correggere il tiro: «Le affermazioni sopra riportate non intendono in alcun modo sostenere l’opportunità di una permanenza dei minori in Istituto, né esprimere una valutazione contraria al loro rientro nel contesto familiare. Al contrario si auspica che possano realizzarsi quanto prima le condizioni necessarie per il rientro a casa». Poi specifica: «Compatibile con il loro benessere». Che forma avrà questo benessere lo decideranno i giudici. Probabilmente, entro la fine di giugno o, al più, l’inizio di luglio.