Famiglia nel bosco, ecco la relazione dei carabinieri che ha messo in allerta i pm

Zuppa di funghi tossici, crepe sui muri, bagno a secco: così è nata la vicenda. Il racconto choc dell’avvelenamento: «Abbiamo sentito dolori talmente forti da accasciarci a terra»
PALMOLI. È partito tutto da un rapporto di due pagine. Un documento che i carabinieri della stazione di Palmoli hanno inviato ai pubblici ministeri di Vasto e alla procura per i minorenni dell’Aquila, innescando il fascicolo giudiziario che si è chiuso con l’allontanamento dei tre bambini dalla casa del bosco. È l’atto zero di questa storia. È la carta che trasforma un incidente domestico, una grave intossicazione alimentare, nella prima, decisiva fotografia scattata dallo Stato sulle condizioni di vita in contrada Mondola.
Leggendo quelle righe, datate 4 ottobre 2024, si ricostruisce la genesi del dramma che ha travolto la famiglia Trevallion-Birmingham. Non c’è solo la cronaca di un pranzo quasi letale, ma la certificazione di uno stato di degrado che ha fatto scattare l’allarme rosso. «Nel corso dell’intervento veniva appurato che la situazione abitativa della famiglia risultava fatiscente», scrivono i militari, annotando nero su bianco come l’immobile fosse «privo di servizi igienici» e presentasse «diverse lesioni alle pareti». Parole che attivano immediatamente la macchina dei servizi sociali e del tribunale.
La ricostruzione dei fatti, basata sui verbali di sommarie informazioni raccolti nell’immediatezza e allegati al rapporto, restituisce la scena di quel lunedì 23 settembre. È una giornata che inizia come tante altre nella routine rurale della famiglia. Nathan Trevallion, il padre, si alza presto. «Mi sono recato nel boschetto della mia proprietà per vedere se trovavo un po’ di funghi che normalmente raccolgo in quella zona», racconterà poi ai carabinieri. È sicuro di sé, dice di conoscere «alcuni tipi di funghi» grazie agli insegnamenti di un amico boscaiolo francese e di raccogliere «solo quelli vicino casa che sono riconoscibili e di cui ho la certezza». Ne trova una piccola quantità, sufficiente per il pranzo, rientra e lascia il cesto «con i funghi ancora interi e sporchi» in casa, per poi tornare alle sue attività all’esterno.
Mentre Nathan è fuori, Catherine Birmingham si occupa delle faccende domestiche, dà da mangiare agli animali e sistema la stalla. Rientrando verso le 11, nota la cesta sulla tavola. «Quindi decidevo di fare un piatto a base di funghi per il pranzo», metterà a verbale. Nessuno dei due sa che in quel lasso di tempo, tra il deposito del raccolto e l’accensione dei fornelli, è accaduto l’imprevedibile. Un gesto d’amore infantile che si tramuta in pericolo mortale. È solo dopo, quando il dolore ha già piegato la famiglia, che la verità emerge. «Durante il pasto, nel parlare con mia figlia, mi rendevo conto che i funghi bianchi che avevo aggiunto alla zuppa non li aveva portati mio marito ma bensì la piccola», spiega Catherine ai carabinieri. La bambina, «avendo visto che il pranzo era a base di funghi, per aiutare aggiungeva alcuni funghi bianchi sulla tavola», racconta il padre, e la madre li ha messi in pentola «pensando che gli stessi fossero stati raccolti da me».
L’effetto è devastante. Circa due ore dopo il pasto, i sintomi esplodono contemporaneamente per tutti. Catherine è in auto, sta tornando da San Salvo con le bambine, quando iniziano i «forti dolori addominali e il vomito». Riesce a rientrare a malapena a casa. Lì trova Nathan, che stava tagliando la legna, nelle stesse condizioni: «Iniziavo a sentire dolori fino a vomitare, subito chiamavo mia moglie per vedere se anche lei aveva lo stesso problema e mi confermava tale situazione anche per i miei figli, tanto da farci accasciare in terra per le contrazioni».
La situazione precipita rapidamente. Nathan cerca aiuto telefonando a un vicino, Antonio, che però non è in casa, ma riesce comunque ad allertare altri residenti della zona che chiamano i soccorsi. Alle 15.35 la centrale operativa invia la pattuglia della stazione di Fresagrandinaria. Quando i carabinieri arrivano in contrada Mondola, la scena è critica: ci sono già due ambulanze, provenienti da Gissi e Castiglione Messer Marino, e il personale sanitario sta prestando le prime cure.
La gravità del quadro clinico impone decisioni rapide. Catherine e uno dei figli maschi sembrano «apparire in una situazione clinica più compromessa». Viene richiesto l’intervento dell’elisoccorso, che atterra poco dopo per trasportare madre e figlio all’ospedale di Chieti. Nathan e le figlie femmine vengono invece trasferiti in ambulanza all’ospedale di Vasto. Sul tavolo della cucina, i militari dell’Arma trovano i resti della zuppa tossica: un contenitore con funghi che viene sequestrato e affidato a uno specialista per le analisi al centro tossicologico.
È in questo frangente, tra i soccorsi e l’elicottero, che lo sguardo degli investigatori si posa sulla casa. E ciò che vedono finisce dritto nel rapporto inviato ai giudici minorili. L’abitazione viene descritta come «fatiscente», documentata da un fascicolo fotografico allegato agli atti che mostra ambienti spartani e, soprattutto, l’assenza di servizi igienici interni, sostituiti da un bagno a secco esterno. «Si ravvisa l’opportunità di segnalare tali carenze agli uffici preposti a valutare l’idoneità di agibilità/abitabilità dell’immobile, nonché interessare i servizi sociali», si legge nell’annotazione di polizia giudiziaria.
L’allarme scatta immediatamente. Il comandante della stazione informa il sindaco di Palmoli, Giuseppe Masciulli, che «immediatamente si attivava con il servizio sociale». L’emergenza abitativa viene tamponata subito: il Comune trova una sistemazione in via Vittorio Veneto, nel centro del paese, dove la famiglia viene alloggiata a partire dal 27 settembre, giorno delle dimissioni dall’ospedale. I certificati confermano la diagnosi di «sindrome gastroenterica secondaria a verosimile tossinfezione alimentare da ingestione di funghi».
Per il figlio maschio, il ricovero è stato particolarmente complesso: i medici riportano che, dopo il posizionamento di un sondino naso-gastrico per la lavanda gastrica, il bambino «avrebbe provveduto in autonomia alla rimozione» e la madre «avrebbe rifiutato l’ulteriore riposizionamento», costringendo i sanitari a somministrare il carbone vegetale per via orale. Nelle cartelle cliniche allegate agli atti compare anche l’identikit del veleno: i medici identificano «verosimilmente russole sardonie e boleti», funghi che hanno provocato nei piccoli «disidratazione e alterazione della coagulazione».
In quel rapporto c’è già tutto il futuro della vicenda. C’è la segnalazione delle condizioni di vita estreme, c’è l’intervento dei servizi sociali che consigliano di «fare richiesta per medico di famiglia e pediatra» e invitano a iscrivere i figli a scuola, c’è la prima frizione sulle cure mediche. I carabinieri annotano anche le vite dei genitori: lei «consulente online», lui «contadino». Dettagli di una normalità che però non basta a bilanciare il giudizio sul rudere. È il documento che apre la porta del tribunale sulla casa nel bosco. Quella porta che, sette mesi dopo, si chiuderà alle spalle dei bambini portati via.
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