I fratelli a tempo indeterminato e il loro dolore senza risposta

La mia famiglia da anni è all’interno di un percorso di affido. Tradotto: accogliamo i ragazzi e i bambini che i tribunali allontanano dai nuclei d’origine
VASTO. Le urla di quel bambino nella notte di Vasto le avevo già udite. Non da un film dell’orrore o da un documentario, ma a casa mia, nel cuore della notte, oppure durante un tranquillo momento di gioco diventato d’improvviso qualcos’altro. Della famiglia del bosco non avevo mai voluto scrivere, proprio per questo: mi sono sempre trovato troppo coinvolto emotivamente. La mia famiglia da anni è all’interno di un percorso di affido. Tradotto: accogliamo i ragazzi e i bambini che i servizi sociali o il tribunale allontanano dalle famiglie. “Fratelli temporanei”, che provengono da situazioni ben peggiori di quelle della famiglia Trevallion – ve lo posso assicurare – e che spesso non passano nemmeno per la casa famiglia, ma affidati a un nucleo in attesa di trovare una soluzione.
Il precipitare della situazione e l’infuriare del dibattito politico e sociale sulla vicenda di Vasto mi spingono a raccontare la mia esperienza, sperando che possa aiutare in minima parte a dare contesto a questa contorta e dolorosa vicenda. Negli anni abbiamo accolto bambini neonati, un paio più grandi, alle medie e alle superiori poi, e in ultimo, un bambino che potrebbe avere l’età dei bambini del bosco. Mix di italiani e stranieri. Come persona che in questa situazione si trova dall'altra parte della barricata, vi posso raccontare delle volte che andavo a prendere Marcos (nome di fantasia) a scuola, e dicendo alle maestre che era mio fratello mi facevano notare il colore diverso della nostra pelle.
Oppure con un bambino particolarmente piccolo al parco giochi, mamme che mi chiedevano se fosse mio figlio e io ribattevo orgoglioso: «È mio fratello». Oppure le difficoltà di un adolescente che si domanda perché la sua mamma e il suo papà non possono essere con lui, e oltre alla ricerca delle radici inizia anche la ribellione più violenta, perché spesso la risposta a queste domande è deludente o vuota. Dall’altra parte, come famiglia di appoggio a cui è chiesto di accompagnare il ragazzo, a un certo punto arriva il momento dei saluti, che varia. Da un fortunato e felice ricongiungimento, perché le condizioni della madre o della famiglia si sono stabilizzate, a un ragazzo che è cresciuto con noi ed è rimasto nell'orbita famigliare nonostante le difficoltà.
E in ultimo un affido che doveva durare un mese per poi passare direttamente all'adozione. Poi i mesi sono diventati otto, con il carico affettivo che porta il condividere un tempo così lungo insieme a quell’età. Poi la mazzata: per motivi a noi non ben noti, è stato trasferito presso un'ulteriore famiglia affidataria – nessuna adozione, nessun ricongiungimento con la mamma naturale, ma un ulteriore strappo. Oltre alla sofferenza di lasciare un fratello a cui ti eri affezionato, nemmeno il lieto fine. Che beffa. Ora, le urla del bambino del bosco nella notte – disperato, terrorizzato, annichilito da un dolore sproporzionato e gigantesco rispetto a qualsiasi azione uno possa compiere – le avevo, mio malgrado, già sentite.
Nel momento di passaggio, trasferimento, cambio di situazione imposta dalle circostanze o scelta degli addetti ai lavori intorno a questi bambini, quello che ho potuto constatare con mano è che provano lo stesso dolore di una frattura ossea. Solo che non si vede e non si può radiografare, perché la frattura ha colpito la testa e il cuore. Mi è capitato di svegliarmi nel cuore della notte, o in un tranquillo momento di gioco, e assistere agli stessi singhiozzi neri di disperazione – senza un perché – dei miei “fratelli a tempo determinato”. E come mamma Catherine, l’unica risposta è un abbraccio.
E mentre li stringi senti che non sei in grado di calmare quell’inquietudine nemmeno lontanamente: un male sconfinato schiaccia questi bambini, con l’aggravante (nel mio caso) di non essere nemmeno il fratello o la famiglia naturale. Quella frattura della testa e del cuore che questi bambini portano con sé ha bisogno di tempo e probabilmente non si rimarginerà mai del tutto. Mi ero ripromesso di non scrivere di questa storia, ma quell'audio ha scosso tutti in redazione. Dal direttore Luca Telese, che ho visto in lacrime all’ennesimo ascolto, dopo ore di discussione con tutto il team trascorse a capire come e se pubblicare quel grido. Da Gianluca Lettieri e Daniele Cristofani, colleghi meravigliosi che ho visto muoversi durante tutta questa vicenda con delicatezza rispetto a una montagna di difficoltà e dolore.
Da fratello affidatario, devo riscontrare il filo buono che lega molti dei personaggi di ogni storia simile – dagli psicologi agli psichiatri, dai servizi sociali alle famiglie, alle mamme naturali e non – la speranza che tutto possa portare a ricomporre quella frattura: il ritorno con la propria famiglia, ove le condizioni lo permettano. Ora voglio sperare che l’assistente sociale Veruska D’Angelo, la psichiatra Simona Ceccoli e la psicologa Valentina Garrapetta vogliano ancora seguire e servire quello scopo. Lasciando da parte antipatie personali, screzi e attaccamento ai bambini. Perché davanti a un piccolo che piange e ha bisogno, mamma Catherine ci insegna che quell’abbraccio è necessario, e affaccendarsi perché possano tornare a sorridere e stare bene è il secondo passo. Commossi davanti alla semplicità di quel guaito – come ogni 25 dicembre tutta Italia davanti al bambinello, fragile, solo, al freddo, e i pastori a portare conforto anche se manca il bagno nella stalla. Ascoltiamo quelle grida e, se ci danno fastidio, meglio. Vuol dire che siamo ancora in tempo. Vuol dire che speriamo ancora che quella frattura possa finalmente essere sanata.
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