Palmoli

Il dramma di Catherine: «I miei figli sono infelici, litigano tra loro e piangono»

15 Febbraio 2026

La mamma del bosco nella casa famiglia: «Non riesco più a farmi ascoltare. Bimbi sempre più arrabbiati, hanno il diritto di tornare in famiglia»

PALMOLI. «I miei figli sono sempre più arrabbiati e infelici, litigano tra di loro e non riesco più a farmi ascoltare». È lo sfogo di una madre che vede sgretolarsi la propria autorità sotto il peso della separazione. Catherine Birmingham ha affidato queste parole a chi le è stato vicino nelle ultime ore, all’indomani della visita psichiatrica disposta per i genitori del bosco di Palmoli dal tribunale per i minorenni dell’Aquila. La donna fotografa un cambiamento preoccupante nelle dinamiche relazionali con i tre bambini. L’unione profonda che aveva caratterizzato la loro vita nella natura sembra essersi spezzata, sostituita da un nervosismo diffuso che rende difficile anche la gestione dei pochi minuti condivisi.

Ottantasei giorni. Il calcolo del tempo, per questa famiglia, ha smesso di seguire il calendario per adeguarsi alla conta delle assenze. Sono passati quasi tre mesi dal 20 novembre, da quando il silenzio di contrada Mandola e la luce naturale di Palmoli sono stati sostituiti dai neon della casa famiglia di Vasto. Un tempo sospeso. Gli orari dei pasti scandiscono le giornate, unici momenti cui a Catherine è concesso il contatto diretto con i figli. Il resto è attesa. Ogni ora persa scava una distanza incolmabile tra la memoria della vita precedente, fatta di condivisione totale, e la realtà della struttura protetta.

Il buio porta con sé la prova più dura. Quando cala la sera, una porta viene chiusa a chiave dagli operatori. Separa i piani dell’edificio. I bambini dormono sotto. La madre resta sopra. Quella barriera non ferma i suoni. Catherine racconta di sentire tutto. Le pareti lasciano passare il pianto dei piccoli. «I miei figli piangono e urlano», confida, tormentata da un pensiero che non le dà tregua: «Perché dicono che li lascio soli».

La percezione dei minori è quella di un abbandono che si ripete ogni notte. «I miei bambini hanno il diritto di stare in famiglia in un clima di pace. È troppo tempo che siamo separati». Capire il dramma di questa donna significa mettersi in ascolto. Significa sentire le voci dei propri figli che chiedono aiuto a pochi metri di distanza, senza poter scendere quelle scale per una carezza.

Significa convivere con le urla di chi, fino a tre mesi fa, le dormiva accanto e che ora non può consolare perché una misura severa glielo impedisce. Una separazione forzata che logora la tenuta psicologica della coppia. Nathan Trevallion, il padre, vive la sua paternità a intermittenza. Il regolamento gli apre le porte solo tre volte a settimana. Nei giorni di vuoto, l’uomo si affida a quella tecnologia che la famiglia usava con parsimonia. Manda messaggi. Chiama. Cerca di far arrivare la sua voce a una moglie che si sente vittima di un’ingiustizia profonda. Catherine è stanca. Fatica a riconoscere i suoi figli in quei bambini “arrabbiati” che le rimandano l’immagine del suo stesso dolore.

La speranza si sposta ora nelle aule di giustizia. Nelle prossime ore si giocherà una partita decisiva. Gli avvocati Marco Femminella e Danila Solinas presenteranno un’istanza formale per il ricongiungimento familiare. Il documento arriverà sul tavolo del tribunale per i minorenni dell’Aquila, presieduto da pochi giorni da Nicoletta Orlandi. La difesa proverà a dimostrare che il tempo trascorso e le modalità adottate stanno lasciando segni sui minori più profondi delle ragioni che avevano portato al provvedimento d’urgenza. Chiedono ai giudici di valutare se questa forma di protezione non stia diventando, nei fatti, una causa di sofferenza maggiore.

Tutto è nato da un incidente. Un’intossicazione da funghi, la corsa in ospedale, l’ingresso nel radar dei servizi sociali. Quell’evento ha scoperchiato uno stile di vita radicale, giudicato inadeguato dalle istituzioni. Da quel momento, l’esistenza dei Trevallion si è capovolta. Nel frattempo, a Palmoli, la comunità non ha spento i riflettori. Ieri, nel silenzio dei boschi che circondano la casa ormai vuota, è andato in scena un atto di resistenza gentile.

Una quindicina di persone si è riunita per un pranzo solidale, un momento di riflessione, vicino alla roulotte simbolo del presidio. C’era anche Leonora Carusi, la figlia del ristoratore Armando, che ha messo a disposizione della famiglia del bosco una nuova casa, dotata di ogni comfort, sempre immersa nella natura. Un segnale di vicinanza che arriva mentre a Vasto una donna non si dà pace, ascoltando i figli che piangono dietro una porta che non può aprire.

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