La fabbrica della cyber guerra a Ortona. L’Ad Trezza: «Qui siamo decisivi per l’Italia»

In Abruzzo il manager dell’azienda di veicoli militari e sistemi antidrone acquisita dall’americana Nuburu
Sul futuro del sito: «Serviranno ingegneri e tecnici, apriremo alle università e alle scuole del territorio»
ORTONA
«Tekne è centralissima nel sistema di difesa nazionale: lavoriamo su tecnologie che oggi sono fondamentali in un arsenale moderno». Così Gianluca Trezza colloca l’azienda abruzzese nei nuovi scenari della guerra elettronica. Da lunedì è amministratore delegato e direttore generale, dopo il closing con cui la statunitense Nuburu ha acquisito il 70% del capitale al termine di due passaggi di golden power da parte del Governo. Oggi è nello stabilimento di contrada Alboreto, a Ortona, per la sua prima visita da nuovo ad. Classe 1973, dopo aver prestato servizio nella guardia di finanza ha lavorato in Elt Group, Northrop Grumman e Wsense, società che operano nei settori ad alta tecnologia della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza.
Trezza, come vive questo nuovo incarico?
«Con orgoglio. Sono entusiasta di guidare una Pmi che considero la quintessenza dell’industria italiana».
Quanto conta Ortona nel futuro di Tekne?
«È decisiva, non ci sono dubbi. La catena del valore va preservata. Nuburu entra in un’ottica di assoluta continuità, ereditando le buone pratiche del passato per valorizzarle e rilanciarle».
Nuburu aveva parlato di un secondo polo produttivo a Ortona. Lo conferma?
«È nella logica delle cose, ma va inserito in una valutazione più ampia. Oggi le risorse devono andare subito al rilancio della produzione. Il nuovo sito è nella lista delle cose da fare, ma non c’è ancora una decisione. Ora pensiamo alle commesse e a recuperare il tempo trascorso prima del closing».
Il piano parla di un organico fino a 536 dipendenti entro il 2030, contro i circa 185 attuali tra Abruzzo ed Emilia-Romagna. Quanti di questi saranno impiegati a Ortona?
«È presto per una suddivisione definitiva, ma i numeri indicati da Nuburu sono confortanti. L’Abruzzo resta centrale: Tekne è un’azienda abruzzese e contiamo di reperire queste risorse anche collaborando con università e istituti tecnici del territorio».
Quali profili cercherete?
«Siamo una realtà manifatturiera e ingegneristica: avremo bisogno di ingegneri elettronici e meccanici, di tecnici e figure di supporto».
Nella nuova governance è stato designato presidente il generale Pietro Serino: una figura di peso. Che ruolo avrà?
«Sono felicissimo di averlo come presidente, quando l’Anac confermerà la compatibilità del ruolo. Io stesso sono un ex militare e con Serino condivido la scuola Nunziatella. La difesa ha bisogno di figure ponte tra industria e istituzioni. Lui può aiutarci a comprendere meglio linguaggi e fabbisogni del cliente, cioè la forza armata, e rappresentare una figura di garanzia. Così anche noi siamo parte del dispositivo di difesa del Paese».
Come immagina Tekne nel 2030?
«Più grande, strutturata e con capacità maggiori, grazie alla piattaforma Nuburu e all’evoluzione delle tecnologie esistenti. Una Tekne protagonista sul mercato nazionale e internazionale: un player di primo livello nell’industria della difesa».
Il Governo ha considerato Tekne strategica fino a esercitare due volte il golden power. Perché secondo lei?
«Tekne rappresenta un’avanguardia per la guerra moderna che vediamo ogni giorno non lontano da qui. Possiede capacità che non si trovano facilmente in un’azienda di queste dimensioni: ha un know-how molto sofisticato che ci colloca a pieno titolo nella guerra elettronica e nelle operazioni nello spettro elettromagnetico. Le nostre tecnologie, soprattutto sui disturbatori, oggi sono fondamentali negli arsenali delle forze armate. A questo si affianca la componente automotive: sappiamo progettare e assemblare mezzi speciali per la difesa. L’ingegnere della guerra elettronica e quello dell’automotive lavorano insieme fin dall’inizio: una sinergia tecnologica e operativa che, per noi, non ha pari nel panorama nazionale».
Un po’ come l’iPhone, che trae forza dall’integrazione hardware e software. Siete la Apple dei prodotti militari?
«Mi piace come definizione a livello di marketing, ma non mi azzardo a fare paragoni».
Quanto peserà lo scenario geopolitico dei conflitti sul volume di affari di Tekne?
«Il nostro cliente è la forza armata, quindi la geopolitica è centrale. L’Ucraina ha modificato il paradigma dell’industria: tutti i governi osservano ciò che accade in quello scenario di guerra moderna, cercano di trarne lezioni e di incorporarle nelle pratiche operative».
Insomma, è un periodo d’oro per il settore.
«Siamo in un ciclo espansivo dell’industria della difesa. Pensiamo agli 800 miliardi del ReArm Europe e alla domanda di materiali che non ha pari negli ultimi ottant’anni. I governi europei chiedono alle industrie di produrre di più e più velocemente. L’Italia, al di là dei grandi campioni, è fatta di una galassia di Pmi abituate a numeri contenuti. Quando il cliente chiede molto di più e più in fretta, è inevitabile far entrare capitali e cambiare dimensione. È quello che è successo a Tekne».
Quando parla di spettro elettromagnetico, si riferisce ai sistemi anti-drone?
«Sì, ma non solo. Lo spettro elettromagnetico è diventato un luogo di confronto e le frequenze sono un mezzo operativo. Il nuovo paradigma passa anche attraverso l’unmanned, i veicoli senza pilota. Tekne possedeva queste capacità già prima che il fenomeno diventasse così pervasivo. Ora dobbiamo allargarci».
E questo confina anche con la cyber-guerra?
«Il cyberspace è strettamente legato allo spettro elettromagnetico, che può essere una porta d’accesso alla dimensione cyber. A differenza da bombe e mitragliatrici, qui l’obsolescenza è altissima: chi si ferma è perduto».
Un giorno le armi convenzionali potranno essere sostituite totalmente dalla guerra elettronica?
«Non lo so, ma uno scenario del genere mi farebbe persino più paura. C’è un detto che rende l’idea: “Se abbagli un soldato per un minuto lo neutralizzi, se accechi un Paese per un minuto lo fai collassare”. Attacchi cyber capaci di colpire infrastrutture, reti finanziarie o ospedali sarebbero una prospettiva spaventoso».
Tutta questa espansione quindi in che direzione va? È deterrenza?
«È sempre quello l’auspicio, insieme a quello che torni la pace e che gli arsenali sviluppati non vengano usati. Certi scenari devono farci paura e chi ha queste responsabilità deve mantenerli sotto controllo».


