Maria e Nicolino, l’ultimo pane: dopo 150 anni chiude lo storico forno Di Iorio di Atessa

25 Gennaio 2026

Fu aperto nel 1876 ed è stato tramandato per generazioni. Finisce un’era: «Prima c’erano le file, adesso si vende solo qualche filone»

ATESSA. Nicolino e Maria hanno tirato giù la serranda del loro Antico Forno Di Iorio, in via Umberto I. Lo hanno fatto insieme: per aiutarsi nello sforzo fisico (hanno più di ottanta anni) e per sorreggersi anche moralmente perché quella saracinesca, dopo 150 anni di attività, non sarà più sollevata. Quando un’attività storica chiude - un negozio, una bottega artigiana o un esercizio commerciale - non è mai un giorno bello per un paese. Un presente diventa all’improvviso un pezzo di storia.

Odori, sapori, volti e voci: questo è stato il forno Di Iorio aperto nel 1876, quando i Savoia da appena un quindicennio si erano sostituiti ai Borboni. Ad aprilo fu Pasquale Di Iorio. L’attività fu rilevata dal figlio Girolamo e poi passata di generazione in generazione tra farine, lieviti, dolci e pane, fino ad arrivare a Gerardo Tinaro (detto Nicolino) e Maria Tesone, marito e moglie. Alle loro mani tremanti è toccata l’ultima chiusura. «Una zia di Gerardo, Elena Cinalli» racconta Maria con una voce squillante e una lucidità invidiabile, «ha sposato Girolamo Di Iorio. Non ebbero figli. Mio marito ha iniziato a lavorare nel forno da ragazzino, insieme al padre, e alla morte degli zii e del padre, ha ereditato l’attività che abbiamo continuato insieme una volta sposati».

Fianco a fianco, da una vita. «Prima iniziavamo a panificare verso le 3 del mattino, poi siamo passati alle 4,30. Prima il forno era a legna, abbiamo sempre usato prodotti genuini, sani. E abbiamo cercato sempre di accontentare la nostra clientela», racconta ancora Maria con un luccichio nel fornice degli occhi: «Che bei tempi quando tutti aspettavano di vedere sfornare il pane. Riempivamo ceste e ceste e vendevamo tutto. Adesso si arrivava a vendere una decina di filoni. Non si mangia più il pane ed è un peccato».

Il Forno Di Iorio è stato un punto fermo: gentilezza, professionalità, genuinità e tradizioni. Per gli atessani - il negozio è in pieno centro storico, poco distante dalla cattedrale di San Leucio e dal municipio - il forno, quel forno, evoca sapori e odori. Oltre al pane, la pizza, i maritozzi, i “celli pieni” (tarallucci con la marmellata d’uva), gli spumoni, la cicerchiata, i fiadoni: come non collegare queste pietanza all’olfatto e al sapore, sensi che sono i più tenaci a livello mnemonico? Come non pensare al fiadone, quella pasta ripiena con formaggi misti e uova di Nicolino e Maria e solleticare ancora le papille gustative?

E come non farlo con i “celli pieni”, i cui ingredienti principali sono la marmellata d’uva nera (la cosiddetta scurchjiata). Qualche hanno fa Gerardo con orgoglio diceva: «Li prepara mia moglie con una ricetta antica, che ci ha lasciato nostra zia Elena Cinalli. Il segreto? Sta nella marmellata d’uva, che sempre mia moglie prepara artigianalmente, raccogliendo i frutti quando è tempo, trasformandola in confettura». E ancora, come dimenticare la loro pizza bianca? I profumi, in via Umberto I, già preannunziavano che cosa Maria e Gerardo stavano sfornando.

Il forno è stato premiato dal Comune come “Attività Storica”. «Con la chiusura del forno Di Iorio», commenta il sindaco Giulio Borrelli, «si conclude una storia lunga 150 anni, profondamente intrecciata con la vita di Atessa Un’attività storica che ha attraversato generazioni, diventando un punto di riferimento non solo commerciale, ma anche umano e identitario per la comunità. Il Forno Di Iorio è stato esempio di tradizione, lavoro e dedizione. A nome dell’amministrazione comunale e della cittadinanza, un sincero ringraziamento al valore e l’impegno di Maria e Nicolino. Un capitolo importante della storia di Atessa si chiude, lasciando un segno che resterà nel ricordo collettivo».

E questo è il ricordo di Fabrizio Di Marco, direttore generale della Bcc Abruzzi e Molise e vicino di casa dei due “mitici” fornai: «Maria e Nicolino, due splendidi 86enni (con Maria che, sorridendo, tiene a precisare che Nicolino ha nove mesi in più di lei). Ci hanno servito con gentilezza, professionalità e tanto amore per il loro lavoro. Fino alle 4 del giorno di chiusura erano lì. E noi abbiamo degustato l’ultima pizzetta, l’ultimo fiadone. Un sapore che mi accompagna da quando ero adolescente, quando andavo a scuola. Ogni volta che arrivava qualche ospite o consulente della nostra Bcc, da ogni parte d’Italia, non mancava mai una tappa lì. Sorridendo dicevo sempre: “Adesso vi faccio conoscere il patrimonio dell’Unesco della nostra città”. E restavano incantati, catturati da quel tuffo nel passato, dalla bottega sobria ferma agli anni ’60, dagli arredi, e soprattutto da quei profumi e sapori che parlavano da soli. Solo tempo, mani esperte e rispetto per le persone. Le cose belle finiscono, ma non se ne vanno davvero».

Maria racconta l'ultimo giorno di apertura del loro forno. «Mi è dispiaciuto chiudere ma non c'è più la forza. Ci è piaciuto tanto lavorare. Abbiamo fatto fin troppo. Adesso un po’ di riposo anche se», ammette sorridendo, «pure a casa c'è tanto da fare». L'ultimo prodotto sfornato? «I fiadoni, poi abbiamo spento il forno, rassettato, pulito, spento le luci, abbassato la saracinesca e, piano piano, tenendoci sotto braccio, siamo rientrati in casa. In una busta avevo tre quattro filoni di pane, il nostro pane. Li ho tagliati e messi in freezer, a volerli così conservare, forse proteggere: sono espressione del nostro lavoro, della nostra vita trascorsa, del nostro amore per il forno».

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