Odio social per il Pride a Ortona: «Ma l’onda omofoba non ci ferma»

9 Giugno 2026

ZooArt annuncia la seconda edizione della Rainbow Fest e sul web piovono insulti e minacce. Il promotore Filizzi: «Uno ha scritto che sarebbe passato a buttarci feci e urine, poi ha cancellato»

ORTONA. «Ci saranno i maschietti con tanga e reggipetto?». «Dovremo camminare spalle al muro?». «Che orrore». «Bella porcheria». «Dove siamo arrivati». E ancora: accuse di «dittatura gender», richiami al «pubblico decoro», contestazioni alle famiglie omogenitoriali e alle drag queen. Sono alcuni dei commenti comparsi sui social sotto i post di promozione dell’Ortona Rainbow Fest, l’evento in programma sabato 20 giugno negli spazi di ZooArt e inserito nel percorso di avvicinamento all’Abruzzo Pride 2026, che si terrà a Giulianova il 27 giugno.

Una serie di reazioni che ha trasformato la presentazione dell’iniziativa in un caso, riportando al centro il tema dell’omofobia e dell’ostilità verso la comunità Lgbtq+. L’evento, giunto alla sua seconda edizione dopo il successo dell’estate 2024, prevede musica e momenti di socialità fin dal pomeriggio, per poi proseguire in serata con il drag show della performer Nausica Vamp. Due anni fa hanno partecipato in centinaia, comprese numerose famiglie. Eppure, dalla pubblicazione della locandina sui gruppi social di Ortona e dei comuni limitrofi, non stanno mancando commenti offensivi e denigratori.

C’è chi ha scritto che andrà alla manifestazione a farsi «due risate», chi l’ha definita una «volgarità», un «oltraggio al pudore», «una pagliacciata», usando parole come «imbarazzo e disagio per l’essere umano» ed «egoismo folle». In altri interventi si è arrivati a sostenere che il Pride sarebbe diventato «un movimento politico e discriminante» che infesterebbe le scuole. Secondo gli organizzatori, tra i commenti è comparsa persino una minaccia particolarmente pesante, poi cancellata dall’autore: «Una persona ci ha scritto che sarebbe passato con un canadair carico di feci e urina per buttarcele addosso», racconta Davide Filizzi al Centro.

«È l’omofobia, la paura dell’omosessualità e degli omosessuali, che fa uscire fuori certe esternazioni e comportamenti violenti», commenta Filizzi, 37 anni, ortonese, di professione veterinario. «Perché di violenza si tratta: se una persona fragile legge certi commenti, vede confermate ogni paura e insicurezza. C’è chi ti insulta sui social, chi arriva alle mani per strada, ma sempre violenza è. Le parole sono pietre e non valgono meno perché vengono scritte dietro una tastiera».

Filizzi non nasconde l’amarezza per quanto accaduto, ma rilancia il significato dell’appuntamento. «Le offese e le derisioni non ci fermeranno. Il tempo in cui dovevamo stare al buio è finito». Per l’organizzatore, il senso di un Pride in una realtà di provincia va ben oltre la festa. «Cosa mi spinge a farlo? Il mio vissuto e quello di tanti che hanno subito bullismo, prese in giro, discriminazioni. Molti continuano a nascondersi per paura di problemi in famiglia o nel lavoro. Andare ai grandi Pride delle metropoli è importante, ma se tutti scappano altrove, nei piccoli centri le cose non cambieranno mai. L’omosessualità non è qualcosa che riguarda altri luoghi: riguarda figli, amici, parenti, persone che vivono accanto a noi. E basta tirare dentro a certi discorsi i bambini, perché noi omosessuali siamo stati proprio dei bambini che in molti casi hanno sofferto». Per Gabriele Lacchè di ZooArt, infine, «la gente dovrebbe scandalizzarsi per le guerre, non per le feste».

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