l’editoriale

Quel grido del bimbo nella notte che risveglia anche noi

30 Aprile 2026

I giudici hanno scritto che era una scena simulata.

Ma la potenza dirompente, esplosiva di un documento audio riduce a zero ogni chiacchiera, ogni materia da Azzeccagarbugli

LUCA TELESE

È il grido di un bambino nella notte. È il grido di un bambino che ti sveglia dal sonno, ti si pianta come un chiodo nel petto, e tu a quel punto devi correre perché sei madre, perché questo è il tuo dovere di madre. Siamo diversi dalle bestie, perché siamo nati per proteggere e per accudire, perché siamo mammiferi, genitori, padri e madri, soldati e spose.

È il grido di un bambino disperato, nella notte, sconvolto da un incubo. E tu ti svegli, ti alzi, corri, scendi gli scalini con il cuore in gola, perché per volontà di un’assistente sociale devi passare la notte al piano superiore a quello della stanza dove dormono i tuoi figli.

È il grido di un bambino che ci sveglia nella notte, che fa aprire gli occhi: non solo quelli di mamma Catherine, ma quelli di tutti noi. Per quanto possa sembrare assurdo (lo rileggerete in queste pagine) i giudici del tribunale per i minorenni dell’Aquila avevano scritto in un dispositivo, parlando di questo audio (depositato mesi fa dalla difesa della famiglia), che secondo loro si trattava di una simulazione. Di una scenetta, addirittura concordata o indotta, per ottenere benevolenza e farsi largo nella giungla dei divieti burocrati e inspiegabili della casa-famiglia. Per poter abbracciare i propri figli qualche minuto in più del tempo di una colazione, la mattina.

Non è vero nulla, ovviamente. Basta leggere e sentire: è questo il potere dirompente, esplosivo di questo documento audio. Riduce ogni chiacchiera, ogni codicillo, ogni materia da Azzeccagarbugli al grado zero: troverete la nostra cronaca, come sempre, dentro le pagine di questo giornale. E potrete anche sentire l’audio originale con un Qr code, se volete, ma con la raccomandazione di non farlo ascoltare a dei minori. È troppo anche per noi. Ma con una avvertenza: questo audio oggi, dopo che è stato depositato agli atti ed è entrato in nostro possesso, lo dobbiamo riprodurre e raccontare per difendere la dignità e l’onore di questo bambino. Ma lo facciamo con il rigore che ci impone il rispetto di un minore: sul Centro – siete nostri lettori, quindi lo sapete bene – non avete mai letto il nome di nessuno di questi tre bambini. Non avete mai visto i i loro volti, o loro tratti identificativi, mai i loro visi: li abbiamo illustrati in modo simbolico e protetti, nella speranza che domani potranno riprendersi in libertà dal carico di dolore che è stato imposto loro. Per lo stesso motivo abbiamo cancellato con un bip (anche in questo documento audio e in questa trascrizione) il nome del piccolo, ogni volta che viene amorevolmente pronunciato dalla madre. Abbiamo poi alterato la frequenza della voce quel che bastava perché non fosse in alcun modo riconoscibile.

Ma – allo stesso tempo – è inutile spiegare che il supremo interesse dell’opinione pubblica, oggi, è sapere che un pool di educatori che in queste ore si sta esercitando su questi minori racconta cose assurde, e che ha in ogni modo (in ogni documento e in ogni perizia) flagellato il padre e la madre dei piccoli del bosco per sostenere la narrazione di adulti non degni della responsabilità genitoriale, intenti a usare i propri figli e a sobillarli, per farli ribellare all’autorità (la loro). E allora leggete la nostra cronaca di quella notte, in cui, fotogramma per fotogramma, Daniele Cristofani e Gianluca Lettieri ricostruiscono cosa accade dopo quel pianto. Correte con il fiato in gola sino alla porta che separa i due piani, apritela sentendo il cigolio dei cardini nel buio, correte lungo i corridoi, con l’effetto eco, insieme a una mamma che si precipita ad abbracciare suo figlio. «Are you scared?», sei spaventato? Attenzione. Catherine deve superare un potenziale ostacolo. Una educatrice che le si para davanti. Fa rabbia, anche questo dettaglio, sapendo – sia lei quella notte, sia noi ora – che quella ragazza, che lavora per la struttura, in teoria avrebbe il potere di cacciare quella madre. Ma se sei la mamma del bosco, e tuo figlio piange, te ne freghi. Se sei una vera madre, e non l’immagine grottesca e stereotipata che il plotone delle volenterose perite ha cercato di appiccicarti addosso, hai due bussole che ti guidano: il carisma della disperazione, e la serenità di chi non ha bisogno di dare lezioni, solo quello di spiegarsi: «Ha cinque anni», dice semplicemente Catherine, «ha paura, dobbiamo portarla via da qui». Non discute, e fa bene. In questi attimi accade qualcosa di indicibile, che non possiamo raccontare, perché resta sigillato nel codice muto dei gesti. Non abbiamo l’immagine, ma sentiamo quel pianto struggente del piccolo che sale di intensità. Assiste a questo dialogo asimmetrico, non sa come andrà a finire, teme che, come è accaduto tante volte, qualcuno mandi via la madre. È così vero, purtroppo, che la cacceranno addirittura dalla struttura. Ma non quel giorno, poi.

C’è un bimbo che grida nella notte. È un dolore che ti schianta, sentire quel lamento che diventa paura, rabbia, dolore in gola al bambino. È esattamente a questo punto che l’educatrice capisce, e se ne va. Non proferisce neanche una parola. Verrebbe quasi da apprezzare, questo silenzio, da gioire per il miracolo, se dopo non avessimo letto, nella perizia, che queste educatrici hanno flagellato Cathrine nei loro rapportini: l’hanno definita aggressiva, incontenibile, a tratti violenta, concentrata solo su stessa, sui propri capricci. Non sui figli. Così viene raccontata in questa storia. È lo sfregio peggiore che puoi fare ad una madre. È questa la miseria delatoria che queste mura custodiscono.

Invece noi, leggendo lo stenografico, ripercorrendo la cronaca di Daniele e di Gianluca, sentendo quel grido, non possiamo che apprezzare il sangue freddo di Catherine. La sua affettuosa e rocciosa tranquillità. C’è qualcosa di ancestrale, di bello e di ipnotico nelle parole di una madre ad un figlio. Nel letto della casa famiglia di Vasto, nelle nostre camerette di bimbi, nelle stanze dei nostri figli quando ci siamo entrati da genitori senza che nessuno ci avesse insegnato come si fa. Mater è una parola latina che ha disegnato il vocabolario del mondo: mutter in tedesco, mère, in francese, in spagnolo addirittura si dice come in italiano: madre, mater, materia, la materia prima della genesi, la materia indicibile del mondo. Quale indifferenza devi portarti nel cuore per negare quell’abbraccio nella notte, per separare le madri dai figli?

In questa notte di lacrime, mummy è la parola che illumina il buio, nel grammelot delle lingue che si contaminano: «Aiuto, Mommy!».«Mamma è qui, amore, mamma è qui. Guarda la mamma. Tu sei al sicuro, tutto andrà bene», dice Catherine in inglese. Poi lo prende (e noi per fortuna non possiamo vedere l’espressione dell’educatrice), abbraccia il figlio, sentite l’eco del corridoio, passi amplificati, pianto che continua ma sembra potersi tranquillizzare, ancora cardini, porta, stanza. Abbiamo sentito questo audio in redazione, insieme, quando abbiamo deciso – sempre insieme – che dovevamo pubblicarlo. Siamo in attesa di un giudizio di appello, speriamo che chi ha in mano l’ultima carta che può liberare questi bambini trovi la stessa forza di Catherine, per fare il nodo ai sentimenti scomposti, che trovi la forza di superare la paura, e il coraggio di smentire i colleghi. Perché questo ormai è l’unico modo possibile per mettere fine a questo strazio. Questi bambini sono chiusi in una casa famiglia in cui non c’è più nessuna famiglia. Non hanno più i loro genitori. Non hanno più la loro casetta di pietra. Non hanno più il diritto alla socialità. Non partecipano neanche al doposcuola. Non vedono gli amici. Chi ha deciso tutto questo deve essere aiutato a capire l’errore e le conseguenze terribili (nel tempo) per i piccoli. «Di cosa hai paura?», chiede la mamma, con tutto l’amore del mondo. «Ho paura che non torneremo più a casa», dice il bambino. Catherine non raccoglie. Non dà sponda. Non spiega. C’è questo chiodo di silenzio, nel finale dell’audio, che le sarà costato cento vite. «You’re safe, honey, with mommy now», risponde. Sei al sicuro. Mettiti giù e dormi».

Siamo in redazione, abbiamo appena finito di sentire questi otto minuti. Abbiamo tutti le lacrime agli occhi, ma nessuno di noi dice una parola. Pudore, rispetto. Mi viene in mente che io non avrei avuto la forza di quel silenzio. Forse Catherine è più forte di me, sicuramente è più forte di loro.

È il grido di un bambino nella notte. È il grido di un bambino che ti sveglia, e tu a quel punto devi correre perché sei madre, padre, cittadino, giornalista, giudice. Sei uno che deve fare qualcosa perché questo è il tuo dovere, mettere un punto. Bisogna fermare il tritacarne. Leave them kids alone: lasciate liberi questi bimbi.

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