Fumo: «La mia vita jazz. E quella volta che Bob Dylan si prese il mio ufficio»

12 Febbraio 2026

Il fondatore del Pescara Jazz si racconta attraverso la storia del festival. Da Duke Ellington a Fitzgerald, fino a Baker, ha portato in Abruzzo tutti i grandi

PESCARA. «Il mio primo ricordo jazz? A 10 anni, il disco di Woody Herman che conteneva la ballata del taglialegna. L’ho consumato». Ci sono scintille che accendono passioni lunghe una vita. Questa è la miccia nel cuore di Lucio Fumo, 88 anni, fondatore del Pescara Jazz. La storia del festival è legata a doppio filo con quella di Pescara: mentre la città attraversava l’intenso boom demografico ed economico degli anni ’60-’70, Fumo portava in Abruzzo i migliori musicisti dell’epoca. Duke Ellington, Ella Fitzgerald, Bill Evans, Chet Baker, Charlie Mingus, addirittura una star internazionale del rock come Bob Dylan: tutti passati di qua grazie all’intuizione di un manipolo di giovani appassionati di musica. «Era una città che guardava al futuro, e glielo abbiamo portato», racconta dalla sede della società del Teatro e della musica che, tra foto, poster e ritagli di giornale, è un vero e proprio museo di una storia d’amore lunga più 60 anni. È qui che con Zoom-storie dal nostro tempo, in onda stasera alle 23 su Rete8, siamo andati a intervistarlo. Questo è un piccolo estratto della nostra chiacchierata.

Fumo, ha portato veramente tutti qui a Pescara, anche Bob Dylan. Sembra incredibile.

«Sa, Dylan non era proprio simpaticissimo. Pensi che si prese il mio ufficio come camerino (sorride, ndr)».

Sembra un aneddoto succoso.

«Mi chiesero 180 milioni di lire per portarlo a Pescara. Grazie all’aiuto fondamentale della Regione, riuscii a chiudere il contratto».

Immagino che ci sia stato grande entusiasmo.

«La città e tutto il Paese andarono in visibilio. La Rai mi tartassava di chiamate per seguire l’evento, ma dovetti dire di no».

Un’occasione sprecata.

«Dylan non voleva foto né riprese video. Tutti gli organizzatori – me compreso – dovevano stargli a metri di distanza. Aveva certi bodyguard...».

E allora al suo ufficio come ci è arrivato?

«Semplice: quando ha visto la stanza ha richiesto che fosse il suo camerino. Come si fa a dire di no a Dylan?».

Non è riuscito a scambiarci nemmeno una parola?

«Nemmeno una. Si mise a parlare solo con una persona, ma se le dico chi è lei non ci crede».

Mi ha incuriosito.

«Con la moglie del custode, che non sapeva una parola di inglese (ride di gusto). Chissà in che lingua hanno parlato».

Lei, invece, parla sia l’inglese che il francese.

«L’inglese l’ho studiato per anni a scuola, mentre il francese l’ho imparato a Parigi, dove ho vissuto per mesi. Il periodo più bello della mia vita».

Quanti anni aveva?

«Poco più di 20 anni. Ero già perdutamente innamorato del jazz».

Lì si sarà divertito allora.

«Quasi ogni sera andavo al Blue Note, un famoso locale jazz. Arrivavo sempre prima dell’apertura per prendere il tavolo in prima fila, quello accanto alla tastiera».

Chi c’era?

«Tutti i migliori: Bud Powell, Kenny Clark alla batteria. E Stan Getz!».

Mesi intensi.

«Per arrivare a scuola da casa mia dovevo passare per i giardini di Lussemburgo, dove c’erano delle sedie veramente molto comode. Più di una volta mi è capitato di sedermi lì e crollare nel sonno. Mi risvegliavo soltanto a mezzogiorno, quando il sole era già alto».

Una storia jazz.

«Io ho sempre vissuto per la musica e per il jazz. Per lui ho fatto delle cose folli, di quelle che soltanto l’amore può farti fare...».

Per esempio?

«Mi faccia pensare... Beh, il modo in cui mi sono costruito la mia prima rete di contatti è molto divertente».

Racconti.

«Un’idea stupidissima, che ebbi dopo essere tornato da Parigi, ma che cambiò tutto. Andare a Milano vestito di tutto punto e, soprattutto, con una bella 24 ore in pelle».

In pratica si camuffava.

«Erano anni a Milano in cui con una borsa costosa ti scambiavano per Dio. Lì incontrai Arrigo Polillo, direttore di Musica Jazz, che inizialmente voleva farmi una strigliata, ma poi diventammo grandi amici».

E così nacque Pescara jazz.

«Primo anno, 1969. Portiamo Duke Ellington a Pescara. Una cosa pazzesca».

La città era pronta per Ellington?

«Loro non erano pronti per Pescara! Per arrivare qui da Roma lui e la sua band avevano dovuto affrontare un viaggio di 5 ore, non c’era l’autostrada. Diciamo che erano scettici».

Pescara li ha smentiti.

«Quando sono saliti sul palco, più di un migliaio di persone sono scattate in piedi per applaudirli. Il sassofonista, incredulo, guarda Duke: “Man, tonight we have to play”, stasera dobbiamo suonare. Il concerto durò 4 ore: apoteosi».

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