Nello Salza omaggia Morricone: «Un genio dei tempi musicali»

Il grande compositore “raccontato” dallo storico collaboratore. Il trombettista al Castello Orsini con l’Orchestra della Campania
AVEZZANO. A volte basta una tromba che entra piano per riportarti in una sala cinematografica che non esiste più. Una melodia, due note, e sei di nuovo dentro una scena, un volto, un tempo preciso della tua vita. Con le musiche di Ennio Morricone succede spesso.
Venerdì 13 febbraio, alle 21, al Teatro dei Marsi, va in scena Ennio Forever, concerto sinfonico inserito nella Stagione musicale dell’Associazione culturale Harmonia Novissima, in collaborazione con il Comune di Avezzano. Sul palco l’Orchestra Internazionale della Campania, quarantacinque elementi, diretta dal maestro Leonardo Quadrini, con solista alla tromba Nello Salza, storico collaboratore e amico di Morricone. Accanto all’esecuzione, Salza accompagna il pubblico nella lettura delle partiture, raccontandone origini, contesto e retroscena.
Il programma attraversa alcune tra le pagine più riconoscibili del repertorio morriconiano: si parte da Malèna e si entra poi nella Spaghetti Western Suite “Omaggio a Sergio Leone”, con i temi di Per un pugno di dollari, Per qualche dollaro in più, C’era una volta il West, Giù la testa e Il buono, il brutto, il cattivo. Spazio quindi a titoli come Metti una sera a cena, Il clan dei siciliani, La Califfa e Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto. Nel cuore della serata la Nuovo Cinema Paradiso Suite (Infanzia e Maturità, Nuovo Cinema Paradiso, Tema d’Amore), seguita da Gabriel’s Oboe dal film The mission e da Playing love da La leggenda del pianista sull’oceano. Chiusura affidata alla C’era una volta in America Suite, che include il Tema di Deborah e C’era una volta in America.
Maestro, questo progetto si propone con un’impostazione diversa rispetto al passato. In che senso?
«Il riferimento resta Morricone, ovviamente, ma qui il centro è l’orchestra. Parliamo di quasi quaranta musicisti sul palco. Gli arrangiamenti sono pensati per questo organico, non sono adattamenti di fortuna. È un lavoro costruito, non una somma di brani famosi».
Lei alterna concerti da solista e concerti con orchestra. Cambia molto l’approccio?
«Cambia tutto. Da solo sei nudo, con l’orchestra lavori sul respiro collettivo. Io faccio entrambe le cose: Europa, America Latina, Argentina, Brasile, a volte Kazakistan, Russia, Georgia. Ogni contesto ti chiede qualcosa di diverso. Con l’orchestra devi pensare in grande, devi rispettare gli equilibri».
Nel programma ci sono molte suite narrative, come C’era una volta in America o Nuovo Cinema Paradiso. Perché questa scelta?
«Perché non sono semplici temi. Sono percorsi. Dentro c’è l’infanzia, la maturità, l’amore, il tempo che passa. Si porta sul palco una storia musicale completa. In C’era una volta in America ci sono tutti i livelli emotivi: l'attesa, la malinconia, il dramma. Funziona anche senza immagini».
Lei spesso introduce i brani dal palco. Quanto è importante spiegare?
«È fondamentale. Se non dai un contesto, molte cose si perdono. All’estero usano scenografie o copertine, raramente le immagini, perché sincronizzarle è un incubo. Io preferisco raccontare: un aneddoto, un’origine, una scelta musicale del maestro di cui posso raccontare anche aneddoti particolari, avendolo conosciuto da vicino».
Morricone viene spesso definito “popolare”. Lei non è d’accordo.
«Secondo me è più vicino a Puccini che alla musica leggera. Aveva una scrittura moderna, colta, contemporanea. Nei western all’inizio dosava tutto con precisione chirurgica. Poi ha capito il tempo giusto per entrare nelle singole scene. In C’era una volta in America la musica è perfetta perché arriva quando deve, si pensi al flauto di pan nella canzone di Cockeye. Era un genio del tempo musicale».
Suonare musiche così conosciute è una responsabilità?
«È difficilissimo. Tutti le hanno in testa. Devi avere un approccio da musicista classico, da concerto vero. Ovunque fanno omaggi a Morricone, non vorrei essere irriverente, ma alcuni di questi suonano più come “oltraggi” all’arte del maestro».
Quanto conta la variabile “serata”?
«Conta tantissimo: acustica, energia, pubblico, clima emotivo. Un tempo può cambiare di poco, una frase può respirare diversamente. È normale. Il live è questo: rispetto, studio, ma anche libertà. Non puoi imitare la sala di registrazione. La melodia resta, l’orchestrazione resta, ma l’interpretazione deve essere viva. Altrimenti è un museo, non un concerto».

