Giacomo Acerbo, il fascista che promuoveva l’Abruzzo

25 Marzo 2017

Lo studioso teatino Franco Di Tizio dà alle stampe la prima biografia del gerarca di Loreto ministro dell’Agricoltura e delle Foreste caduto nell’oblìo

di Federica D’Amato

Che senso ha, oggi, tornare a parlare di Giacomo Acerbo? Se un senso esiste per chi, nel tristemente noto Ventennio (1922-1943), scelse di prestarsi in toto alla causa fascista. Fortunatamente, al di là delle rimozioni, dei revisionismi e delle abili manipolazioni di matrice politico-demagogica, la Storia insegna che un senso c’è sempre, in tutto ciò che ci ha preceduti, basta avere la pazienza e la curiosità di informarsi per capire. Quindi è possibile che sia utile ritornare, in modo spregiudicato, su di una figura, quella appunto di Giacomo Acerbo, che ha rappresentato per l’Abruzzo e per l’Italia intera un personaggio sì contraddittorio, ma anche importante.

Lo si intuisce leggendo il nuovo libro di Franco Di Tizio, “Giacomo Acerbo e i suoi rapporti con d'Annunzio e Mussolini” (Ianieri Edizioni, 525 pp., €38), in cui lo studioso e ricercatore teatino non solo svela il punto di vista del Vate nei confronti del dittatore e del gerarca, ma provvede a una sorta di vera e propria sua biografia, aggiornatissima grazie alla nutrita documentazione d’archivio. «Nel 2009», spiega Di Tizio, «quando pubblicai, nella “Rassegna dannunziana”, il carteggio inedito tra Acerbo e d’Annunzio, mi resi conto che Giacomo Acerbo era stato un importante personaggio politico, il quale molto aveva fatto per l’Italia, in particolar modo per l’Abruzzo, ma che il suo nome era caduto quasi nell’oblio, ed era citato soltanto per essere vilipeso tra i tanti gerarchi del partito fascista. Mi accorsi che vi erano scarse notizie biografiche su di lui, al di là del suo libro di memorie pubblicato prima della morte, e invece molte sul suo unico fratello Tito. Ho fatto questa premessa per ricordare che, sin dal 2009, mi promisi di tornare sull’argomento, cioè di pubblicare in volume l’aggiornamento del carteggio e, principalmente, di aggiungerci, nella prima parte, la vita di Acerbo, in modo da dedicargli una “prima” biografia».

Giacomo Acerbo nacque a Loreto Aprutino nel 1888 da un’antica famiglia della piccola nobiltà provinciale abruzzese. Compì gli studi classici e si laureò in Scienze Agrarie. Arruolatosi volontario nella prima guerra mondiale, conseguì tre medaglie d’argento al valor militare.

Il suo unico fratello Tito, capitano della Brigata Sassari, cadde eroicamente il 16 giugno 1918 sul Piave. Congedato nel 1919, divenne ben presto l’animatore e il capo degli ex-combattenti abruzzesi e, quale candidato di essi, fu eletto deputato nelle elezioni del 24 maggio 1921. Alla Camera si iscrisse al gruppo parlamentare fascista. Dopo la marcia su Roma, fu nominato sottosegretario alla Presidenza e segretario del Consiglio dei ministri. Dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943 ricoprì diverse cariche, tra cui quelle di vice-presidente della Camera e ministro dell’Agricoltura e delle Foreste. Avendo votato nella seduta del Gran consiglio del 25 luglio 1943 l’ordine del giorno della maggioranza, il 10 gennaio 1944 fu condannato a morte in contumacia dal tribunale nazifascista di Verona.

Nel maggio 1945, a fine guerra, consegnato dagli Alleati al Comitato di liberazione italiano, fu condannato dall’Alta Corte di Giustizia a 48 anni di reclusione per essere stato uno dei principali esponenti del soppresso regime fascista. Relegato a Procida, fu liberato il 26 luglio 1947 da una sentenza della Cassazione. Si spense il 9 gennaio 1969 nella sua casa romana; il 15 novembre dell’anno precedente aveva dato alle stampe il suo libro di memorie “Fra due plotoni di esecuzione”. In campo accademico iniziò la sua carriera nel 1920 all’Università di Roma, assistente dell'illustre economista Enrico Barone.

Nel 1926 conseguì, primo in Italia, la libera docenza in Storia dell'Agricoltura alla facoltà di Lettere dell’università di Roma. In politica ebbe uno stato di servizio parlamentare tra i più attivi per il numero e per l’importanza dei lavori svolti, sebbene il suo nome sia oggi ricordato principalmente per la riforma elettorale maggioritaria, la cosiddetta Legge Acerbo, emanata il 18 novembre 1923 che trovò immediato riscontro nelle elezioni del 6 aprile 1924 quando, con il previsto premio di maggioranza, favorì il Partito Fascista.

Oggi il suo nome è tornato alla ribalta per le analogie con la proposta di legge elettorale Italicum, molto simile, sebbene con quorum diverso. Personaggio eclettico, appassionato di musica, sport e automobilismo, fu anche esperto e collezionista di antiche ceramiche abruzzesi; trasformò, infatti, una parte della sua casa di Loreto Aprutino in una speciale galleria che comprendeva una grande e preziosa collezione di ceramiche antiche, la quale, però, fu oggetto, durante il secondo conflitto mondiale, di rapine da parte di tedeschi, di inglesi e, specialmente, di cittadini del circondario.

Nel 1957 aprì al pubblico la parte residua della sua preziosa collezione e da allora la galleria è costante meta di studiosi e di visitatori italiani e stranieri. Acerbo rappresentò degnamente l’Abruzzo, durante il periodo fascista, poiché fu dapprima Ministro dell'Agricoltura e poi delle Finanze. Tra l'altro, a lui si devono: la Coppa Acerbo, gara automobilistica che si svolse a Pescara dal 1924 al 1961; Pescara capoluogo nel 1927 (insieme con d'Annunzio); il ritorno a Pescara della tela La figlia di Jorio di Michetti, che fece acquistare nel 1932 dalla Galleria Nazionale di Berlino per 169.200 mila lire, oggi valutata 20 milioni di euro; e infine, la nota Settembrata abruzzese del 1923 a Castellammare Adriatico.

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