Il regista e drammaturgo Claudio Di Scanno

L'INTERVISTA / CLAUDIO DI SCANNO

«Il teatro e la messa sono luoghi rituali dei rapporti umani» 

Il drammaturgo pescarese riflette sulla Fase 2: «Ripartiremo ma con diffidenze dello spettatore» 

«Il teatro è un luogo rituale, un po' come la messa. Sono entrambi incentrati sulla relazione umana. Si riaprono le chiese, possono e devono riaprire i teatri. Ripartiremo da una condizione differente e con timori e diffidenze da parte dello spettatore. Ci saranno ripercussioni sulla partecipazione del pubblico. Io stesso mi pongo il problema di non ingombrare. È una sorta di autocensura».
Con la consueta lucidità intellettuale Claudio Di Scanno riflette sul passaggio alla Fase 2 e sullo strascico di ansie che la delicata transizione porta con sé.
Il drammaturgo e regista pescarese, decorato tre volte col Premio Enriquez, allievo di Eugenio Barba, direttore artistico della compagnia Drammateatro, ha fatto in questi mesi esercizio di disciplina e pazienza. «Ancor prima del blocco totale sono tornato a casa a Popoli da Gessopalena, dove fino al 1° marzo ho lavorato a un laboratorio sul "Processo a Dio" di Stefano Massini con 26 tra adulti e ragazzi del paese. La quarantena è passata velocemente lavorando. Ho studiato, letto, ho proseguito in videoconferenza con gli studenti il lavoro all'università di Chieti, un progetto su Ulisse, non ancora concluso. Inoltre ho scritto un libro sul coinvolgimento delle piccole comunità nel teatro».

Un’immagine del laboratorio sul "Processo a Dio" di Stefano Massini
È un appassionato di montagna. Le è stato utile in questi mesi quel che s'impara andando per sentieri e pareti o anche solo passeggiando nel bosco?
La montagna è sempre stata il mio luogo dell'immaginario, un universo di segni, odori, atmosfere, suoni. Sono sempre andato in montagna con l'idea di acquisire anche un'esperienza di tipo percettivo. Questo allenamento a cogliere sensazioni si riverbera nel mio lavoro. Il teatro e la montagna sono il terreno in cui ho maturato l'esperienza della resistenza. Sono due ambiti che richiedono ostinazione verso l'obiettivo. Ho percepito subito questo distanziamento sociale come momento in cui dover tirare fuori la pazienza e rispolverare tecniche di ostinata perseveranza e non come condizione di annichilimento né di torpore fisico e mentale.
La prima cosa fatta il 4 maggio?
Non sono uscito. Ho usato una sorta di autocensura, non ho voluto aderire all'idea del tutti fuori, tutti liberi, e contribuire al macello. Sono uscito dopo una settimana. Ricomincerò a frequentare i luoghi amati, i boschi a cinque minuti da casa, le Sorgenti del Pescara, con discrezione e responsabilità.
A cosa stava lavorando con Drammateatro? Cosa avete rinviato? Il "Moby Dick" sarà ripreso in estate?
Abbiamo rinviato "Il romanzo dell'attore", come tante altre attività, tra cui il nuovo spettacolo "Assalto alla vita" di Susanna Costaglione, con lei e le musiciste Irida Giergji e Flavia Massimo per la mia regia, un lavoro ispirato a poetesse e altre figure di donne, come la mamma di Peppino Impastato, capaci di assaltare la vita. Doveva debuttare l'8 marzo. Da gennaio lavoravamo a progetti con enti, con l'università, avevamo in corso laboratori e attività di produzione. Anche il Premio Enriquez per la regia di "Moby Dick" prevedeva lo spettacolo a Sirolo il prossimo agosto. Ma non sarà possibile riprenderlo, è un allestimento complesso con 13 attori in scena.
Drammateatro spesso utilizza luoghi non canonici per gli spettacoli, dai capannoni dismessi alle riserve naturali. Non dovrebbe esservi difficile immaginare per l'estate scenari altri.
Siamo abituati a lavorare in luoghi diversi dallo spazio chiuso del teatro. Ci stimola l'idea di riprogettare il lavoro per i luoghi di cui andiamo alla scoperta. Ci stiamo lavorando. Anche il progetto per l'università tende a uno spettacolo finale pensato per i teatri di pietra di Abruzzo e Molise, spazi aperti che consentiranno la presenza dei 60 studenti e la partecipazione del pubblico secondo i criteri del distanziamento.
Tra gli autori da lei amati e frequentati quale offre una lezione per il presente? Beckett? Ovidio?
Il mio primo spettacolo fu "Aspettando Godot", in cui Beckett rappresenta il tempo sospeso dell'attesa e l'afasia del linguaggio. Ogni casa è diventata un luogo dell'attesa, l'attesa di un Godot che dia la buona novella della sconfitta del virus. Beckett ci rappresenta da un punto di vista teatrale, Ovidio da una prospettiva poetica. Nel Libro 1 delle "Metamorfosi" affronta il tema dell'uomo come parte di un tutto, un invito a ognuno alla responsabilità e alla consapevolezza di essere non unico al mondo. Ovidio ci invita a essere consapevoli del rapporto col Tutto, a essere umili e tornare a produrre relazione umana in una dimensione più semplice della vita.
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