L’economista Caffé rivive nelle pagine del suo amato allievo 

Il libro a 35 anni dalla scomparsa dell’intellettuale pescarese Daniele Archibugi ne traccia il ritratto, tra giallo e biografia

Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1987, il professor Federico Caffè usciva dall’appartamento dove viveva con il fratello a Monte Mario, a Roma, e spariva nel nulla, senza lasciare traccia se non, sul comodino, il suo orologio, il passaporto, il libretto degli assegni, gli occhiali. È un mistero che ancora oggi resta irrisolto. La scomparsa del docente pescarese, da molti considerato tra i più grandi economisti italiani del dopoguerra, insegnante tra gli altri dell’ex premier Mario Draghi e del governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, creò scalpore e commozione: quando la notizia si sparse, studenti e amici setacciarono le vie di Roma sperando di ritrovarlo. Caffè, «il più keynesiano degli economisti italiani», aveva 73 anni quando sparì, ne avrebbe avuti 84 quando ne fu dichiarata la presunta morte nel 1998.
A 35 anni da quella scomparsa, un allievo del grande intellettuale abruzzese torna a parlarne in un libro, Maestro delle mie brame. Alla ricerca di Federico Caffè (Fazi, pp. 235). Daniele Archibugi, questo il nome dell’autore, racconta la vita e la misteriosa sparizione dell’economista, partendo come un thriller e finendo per intessere un ritratto inedito e dolente. Non una biografia, ma piuttosto un lungo addio, un saluto privato e affettuoso a colui che era stato maestro, padrino e, nonostante la differenza d’età, amico affettuoso.
Archibugi, oggi dirigente del Cnr e professore al Birkbeck College di Londra, sceglie di raccontarci soprattutto il lato personale di Caffè: abitualmente paziente con studenti e colleghi, ma capace di sfuriate memorabili; brontolone, testardo e solitario, ma anche ironico, appassionato musicologo e insospettabile consumatore di romanzi. Lo scenario è quello di un mondo in parte scomparso, dominato dalle baronie, dal maschilismo: all’istituto di Politica economica della facoltà di economia della Sapienza, in quegli anni, non ci sono professoresse.
Al mistero della scomparsa, Archibugi non trova la risposta. Piuttosto pone l’accento su un aspetto che in quel 1987 costituiva ancora un argomento tabù, quello della depressione. Come scrive in maniera molto informale, negli ultimi anni Caffè «aveva perso la brocca», per una serie congiunta di motivi.
A cominciare dalla morte dell’amatissima madre, dell’adorata tata, di tre dei suoi più stimati allievi: Ezio Tarantelli, ucciso dalle Brigate Rosse, Franco Franciosi, stroncato da un tumore fulminante, e Fausto Vicarelli, perito in un incidente stradale. Poi l’aggravarsi della malattia del fratello Alfonso, il ritiro dall’insegnamento universitario per ragioni d’età. Eppure dopo la sua scomparsa la parola depressione non fu mai pronunciata, ignorata come spesso si faceva in quegli anni con una cosa di cui ci si doveva vergognare. Ne esce un ritratto sobrio e affettuoso, su un uomo di grande spessore morale. Archibugi si chiede, nel libro, cosa accomunasse allievi diversissimi tra di loro, banchieri, docenti, giornalisti, ministri: nessuno, si risponde, ha mai ricevuto un avviso di garanzia, a riprova di una lezione “etica”, che costituisce forse la più importante eredità del Maestro.
Nel rincorrere Federico Caffè, Daniele Archibugi scrive anche un libro su sé stesso, con una sorpresa finale, un biglietto ricevuto per la nascita della primogenita, scritto su carta intestata dell’Accademia Nazionale dei Lincei. In una calligrafia che gli sembra conosciuta, un laconico messaggio: «Con l’augurio di una vita lunga e felice». Così un nuovo mistero s’infila in quello vecchio, con una luce di speranza.
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