L’Aquila 2026, De Amicis: «Un successo la cerimonia, sarà un anno pieno di vita»

Il maestro al Centro: «Emozionato come mai mi era accaduto». E sulla location: «Mai pensato di andare altrove, l’auditorium ha avuto un significato importante dopo il terremoto»
L’AQUILA. C’è stato un momento, sabato, in cui L’Aquila ha smesso di guardarsi allo specchio del dolore per riconoscersi finalmente nel riflesso del futuro. Un momento fatto di parole misurate, musica, memoria e visione. La cerimonia che ha incoronato la città Capitale italiana della Cultura 2026 non è stata solo un evento istituzionale, ma un atto fondativo, un racconto capace di tenere insieme passato, presente e sogni da realizzare. A firmare quella narrazione è stato il maestro Leonardo De Amicis, che per una volta ha lasciato spazio anche all’emozione. A ripercorrere la giornata storica, dalla cerimonia all’auditorium della Guardia di Finanza fino alle prospettive future per la città, è stato proprio De Amicis nel consueto appuntamento “Dentro L’A Notizia”, condotto dal giornalista del Centro Stefano Dascoli, in onda questa sera su Rete 8 alle ore 20.
Maestro, che bilancio possiamo fare della giornata di sabato?
«Assolutamente positivo. È stata una cerimonia pensata e ripensata, costruita per una narrazione giusta ed equa della città. L’obiettivo era far capire, anche a chi non conosce L’Aquila, cosa è stata, cosa è il tempo che abbiamo vissuto, il presente e i sogni futuri. Uno di quei sogni, oltretutto, si è realizzato: essere Capitale italiana della Cultura».
Cosa ha provato?
«Mi sono emozionato, cosa che accade raramente perché sono un professionista “freddo”. La responsabilità di traghettare una città, di “cerimoniare” un momento così alto… Io ho vissuto la cerimonia come un atto fondativo, come una pietra messa a terra per poter andare avanti. È stato forte vedere il presidente della Repubblica, ascoltare i discorsi del sindaco. Verso la fine non riuscivo neanche a parlare».
Lei ha lavorato con i più grandi artisti italiani. Cosa c’era di diverso questa volta?
«L’appartenenza. L’Aquila è casa mia, è la casa della mia famiglia. Anche se sono un aquilano adottivo – sono nato a Corvaro – questo resta il mio territorio. Qui il lavoro si è intrecciato con l’identità».
Dall’Aquila è andato via, ma poi è tornato.
«Sono tornato appena è stato possibile, per rendermi utile. Questa è la grande differenza tra questo progetto e tutto il resto della mia carriera».
Nella cerimonia una parola ricorre spesso: “racconto”.
«Per me una cerimonia, come uno spettacolo, è un viaggio. Mettere insieme immagini, parole e musica significa prendere per mano chi ascolta – e in questo caso anche chi guardava da casa, in diretta su Rai 3 – e accompagnarlo. Nel racconto c’era L’Aquila, ma anche chi l’ha amata: i poeti che l’hanno vista e quelli che l’hanno narrata senza vederla. C’era il legame con le aree interne, con il cratere, con Rieti, con la dorsale appenninica. C’era la fede, la Perdonanza, e poi L’Aquila di oggi: il multiverso, i giovani, la cultura. Una piattaforma per le nuove generazioni».
Si è mai pensato ad altre location per la giornata inaugurale?
«No, è sempre stata quella, è stata quella elettiva e rientra nella narrazione. L’auditorium della Finanza ha avuto un significato subito dopo il terremoto. È stato un punto di riferimento, di memoria, per cui tornarci con un altro assetto è stata una doppia emozione per tutte le persone che abbiamo incontrato e che hanno vissuto il post terremoto. Tornare lì dicendo: ci siamo, siamo vivi, anzi traghettiamo la città a capitale della cultura italiana. Abbiamo guardato al futuro senza dimenticare il passato».
Per il futuro cosa lascerà sul territorio l’anno da Capitale della cultura?
«La cultura lascia sempre elementi positivi, sia civici che economici. L’Aquila si impegnerà a divulgare, ad essere laboratorio per le nuove generazioni, per tutte le arti. Ci saranno oltre 300 eventi, anche nel Cratere coinvolgendo tutti i paesi che possono partecipare. L’Aquila si fa portavoce di una nuova narrazione: la cultura che guarisce, rigenera, fiorisce, che dà un’altra spinta».
Come ha lavorato l’amministrazione comunale?
«Benissimo. Pierluigi Biondi è stato straordinario: ha intuito la forza della cultura e l’ha sostenuta con convinzione. Lui e la sua amministrazione hanno messo una fish già nove anni fa, con la Perdonanza Celestiniana e i Cantieri dell’Immaginario. Da lì si è sviluppato un indotto, un vero crocevia di idee, persone e passioni, un laboratorio straordinario. Quell’intuizione oggi trova il suo coronamento. Ma è stato fatto a nome di tutti, ed è questo l’aspetto che deve restare: la cultura è di tutti, è inclusiva, non esclusiva».
Nell’organizzazione della Perdonanza inciderà anche il titolo di Capitale italiana della Cultura? Ci sta già pensando?
«Sì. E lo stesso vale per i Cantieri dell’Immaginario: stiamo lavorando intensamente con tutte le associazioni culturali del territorio. Dopo il terremoto, per i Cantieri – come dice la parola stessa – abbiamo dovuto prima immaginare un luogo in cui l’arte potesse esprimersi, poi quel luogo lo abbiamo visto prendere forma riconquistando gli spazi, il centro storico. Ma soprattutto abbiamo riconquistato la fiducia delle persone e le associazioni si sono unite. Le ho messe tutte intorno a un tavolo dicendo: da soli non andiamo da nessuna parte. È stata questa la chiave di volta, con una crescita costante sia in termini di affluenza sia di ricaduta sul territorio. E per la Perdonanza potrebbe esserci una grande sorpresa».
Cosa succederà nei prossimi mesi?
«Avremo una città piena di cultura, di vita, di incontri: mostre, musica, teatro. Associazioni che vanno e vengono, che si incontrano e si danno la mano per costruire una vera e propria autostrada di informazioni e di cultura. È questo ciò che vedo e ciò che la città si aspetta. E sì, si può essere sempre originali».
Si riuscirà davvero ad essere sempre originali?
«L’originalità risiede nella verità».
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