L’aquila

Leonarda Saffi è l'angelo del focolare di Emma Dante a L'Aquila

17 Marzo 2026

Oggi all’Aquila l’attrice porta in scena lo spettacolo incentrato sulla violenza di genere e al sistema patriarcale

«L’angelo del focolare tratta il tema della violenza di genere, ancora poco tutelato dallo Stato. Siamo purtroppo in un sistema sociale, culturale e politico patriarcale». Leonarda Saffi, attrice pugliese con oltre vent’anni di esperienza tra palcoscenico e musica, ha forgiato una voce artistica originale, in continua evoluzione, fondendo scena, suono e immagine. Dal 2011 lavora con la regista siciliana Emma Dante, incarnando personaggi femminili intensi e fisici come in “Misericordia”, in “ExtraMoenia”, e oggi all’Aquila sarà “L’angelo del focolare”. Lo spettacolo si terrà al teatro dell’Accademia delle Belle Arti, alle 21, e rientra nel cartellone Aria – Festival di teatro organizzato dall’Università degli Studi dell’Aquila.

Leonarda, in questo nuovo spettacolo di Emma Dante si parla di femminicidio e violenza di genere. Tematiche che sono all’ordine del giorno nella cronaca italiana. Questo Angelo del focolare quale messaggio vuole dare?
«Parla di una violenza perpetrata e perpetuata da sempre nella storia. In pratica è un ciclo continuo. Si parla di archetipi usando la figura femminile all’interno di una storia malefica. Ma allo stesso tempo è anche una storia di liberazione. Per citare Virginia Wolfe: “Io devo la mia ascesa nella carriera a me stessa perché io ho ammazzato il mio angelo del focolare”. Questo non significa abbandonare il ruolo dell’amore e della cura che è intrinseco nella donna e nell’uomo».

E cosa vuol dire allora?
«Il significato di questo spettacolo, che ha sicuramente svariate letture, dalla violenza di genere, alla violenza familiare, fino al sistema patriarcale, è che tutto ciò va spezzato. Ecco perché l’angelo va ucciso».

Se l’angelo va ucciso chi resta in vita?
«La questione è un’altra. L’angelo qui è un personaggio dicotomico, in forte contrapposizione culturale e storico poiché è sempre stato visto come l’archetipo della cura. In realtà, la donna – angelo - è la stessa sostenitrice di un sistema patriarcale maschilista. L’angelo che interpreto è vittima ma anche carnefice».

Cioè?
«In questo sistema malato non è solo l’uomo a fare pressione sulla donna – per questione di forza -, ma è anche la donna che abusa del suo potere di madre contro il figlio, educandolo in modo maldestro all’amore».

Veniamo al sistema patriarcale e maschilista. Secondo lei in Italia c’è ancora molto lavoro da fare per avere una parità tra uomo e donna?
«Negli ultimi anni si è fatto molto attivismo al riguardo ma nell’atto pratico si fa ancora fatica a superare tali limiti culturali».

Cosa glielo fa dire?
«Il fatto che a livello istituzionale non si voglia riconoscere che siamo all’interno di un sistema patriarcale significa che non c’è la voglia di evolversi né come Stato e né come civiltà».

Però abbiamo un Presidente del Consiglio donna.
«Abbiamo una donna al Governo, ma è circondata da un esercito di soli uomini».

Secondo lei è anche questo il motivo per cui a pari livello e mansioni le lavoratrici sono meno retribuite rispetto ai lavoratori?
«C’è proprio un errore costituzionale. Noi viviamo in una società totalmente ipocrita perché parliamo di pari opportunità ma non è così nei fatti: non c’è una legge costituzionale ma solo un decreto legislativo che non è stato approvato dal Parlamento. Siamo indietro rispetto a molti paesi».

Torniamo al teatro. Il suo è un ruolo da protagonista ma anche da antagonista?
«Negli spettacoli di Emma Dante tutti i personaggi sono funzionali alla storia e questo è sicuramente uno dei suoi punti di forza. Parlare quindi di protagonista e coprotagonista o antagonista non sarebbe del tutto corretto. Ma è anche vero che porto proprio il nome e il titolo dello spettacolo che in qualche modo rappresento: l’angelo del focolare è un’immagine viva e mortale allo stesso tempo».

Finisce male?
«Non è uno spettacolo salvifico, ma nel finale si apre uno spiraglio onirico».

La regista usa spesso il linguaggio meridionale e il sistema famiglia nelle sue rappresentazioni. Perché?
«Emma fa una scelta poetica: usa il linguaggio popolare del sud Italia perché è sicuramente la forma che meglio conosce. Poi qualsiasi dialetto, nord o sud che sia, parla di una verità storica che - come diceva Gabriele Vacis - ha a che fare con la pietra dei luoghi che abitiamo. Il dialetto ne assume il suo significato più stretto. E così è per la famiglia che utilizza quale microrganismo per raccontare un sistema più ampio».

Lo stesso discorso vale per le ambientazioni nelle regioni del sud?
«Nel sud Italia esiste ancora quella cultura selvatica e selvaggia che racconta senza filtri ciò che oggi noi viviamo. C’è una ferocia raccontata in maniera diretta a differenza che al nord».

Cosa accade al nord?
«Ho potuto constatare, vivendo da un anno in Toscana, che al settentrione le brutalità accadono e sono all’ordine del giorno ma vengono narrate dietro un velo borghese, sono nascoste. Allora mi chiedo se è più aggressivo chi è diretto nel dire la verità o chi invece la nasconde».

Ha avuto una risposta?
«Credo siano due forme di violenza totalmente uguali ma con due facce diverse. In sostanza la differenza è nella modalità, e non nell’essenza».

Come si è avvicinata alla drammaturgia di Emma Dante?
«Una sera la vidi in tv che parlava del suo spettacolo “Le Pulle”. E da lì ho sentito qualcosa che mi attraeva verso quel suo mondo di verità. È stato illuminante, perché stavo attraversando un periodo di forte crisi con la recitazione. Da quel giorno decisi che avrei lavorato con e per lei. Dopo un anno e mezzo fui presa per un suo laboratorio».

Infine, una battuta sull’Aquila capitale della cultura italiana 2026.
«Per L’Aquila è un’ottima opportunità. Se questi finanziamenti servono a far risollevare la città, che ha sofferto molto in passato a causa del terremoto, posso solo che essere super felice».

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