L’intervista a Cattelan: «Intelligenza artificiale? Basta toni apocalittici, siamo noi a decidere»

Lo showman a Pescara il 7 aprile con il nuovo spettacolo: «È una rivoluzione con molti lati utili, ma non è epocale»
PESCARA. «L’intelligenza artificiale mi incuriosisce, perché può semplificare molti aspetti della vita quotidiana. Mi preoccupa il rischio di affidarci troppo, di perdere un po’ il controllo su come prendiamo decisioni. Però mi affascina come alleato». Torna a Pescara Alessandro Cattelan: dopo il successo di Salutava sempre, il conduttore piemontese porterà sul palco del teatro Massimo, martedì 7 aprile alle 21, il suo nuovo spettacolo Benvenuti nell’AI! (Best Eventi). Tra riflessioni iperboliche, narrazione di episodi reali, momenti musicali e l’intrusione dell’Ai, che prende Cattelan come modello per umanizzarsi, lo show «delinea un futuro che sembra catastrofico ma che, forse, può ancora essere positivo… anzi, “umano”».
Cattelan, come nasce l'idea?
«Mi interessava raccontare il momento in cui una tecnologia entra così velocemente nella quotidianità al punto che non abbiamo il tempo di capirla davvero mentre la stiamo già usando. L’intelligenza artificiale oggi è un po’ ovunque e genera, almeno in me, una reazione molto ambivalente: da un lato entusiasmo, dall’altro una certa inquietudine. Potrebbe semplificarci la vita, è uno strumento potentissimo, e la maggior parte di noi finisce per usarla anche per cose molto semplici, quasi banali. È proprio questo scarto che mi ha incuriosito, perché racconta molto più di noi che della tecnologia. Portarla in uno spettacolo è stato un modo per osservare questa relazione da vicino, e in fondo capire qualcosa in più su come reagiamo noi».
La paura della tecnologia che prende il sopravvento sugli esseri umani è sempre stata molto presente. Cosa rischia di toglierci?
«La spontaneità e anche una parte della nostra autonomia: il rischio è anche quello di impigrirsi. Può portarci a delegare troppo, togliendo spazio all’errore e a quel caos umano che spesso è la parte più interessante. Però ci sono cose che restano nostre: i momenti con gli altri, il modo in cui viviamo le relazioni. Quella parte lì non sarà mai replicabile da una macchina».
Il titolo dello spettacolo parafrasa una vecchia immagine: la scritta “Benvenuto nell’Aids”, impressa con il rossetto sullo specchio. L’Ai come spauracchio dei nostri tempi?
«Con l’intelligenza artificiale succede una cosa curiosa: è già entrata nella nostra quotidianità, quindi in parte ci sembra normale, ma allo stesso tempo non l’abbiamo ancora capita fino in fondo. È proprio questa ambivalenza che la rende un po’ inquietante. L’ironia è un modo per gestire quella distanza. Io la vedo così: più qualcosa ci incuriosisce e allo stesso tempo ci spaventa, più diventa terreno perfetto per la comicità».
Cosa ama della dimensione teatrale?
«Credo che il teatro sia il luogo migliore per parlare di qualsiasi tema. È l’unico spazio dove sei davvero faccia a faccia col pubblico, senza schermi o algoritmi che ti dicono cosa funziona. Tutto dipende da quel rapporto diretto: risate vere, reazioni immediate, imprevisti che ti costringono ad ascoltare e adattarti. È l’autenticità del dialogo live che crea vera connessione. E poi, certo, un po’ di allenamento aiuta nel capire i tempi».
Oggi i giovani crescono immersi nella tecnologia.
«Sì, ci vivono dentro. L’utilizzo consapevole della tecnologia è un tema importante per le nuove generazioni. Per mia figlia maggiore, ad esempio, è naturale cercare tutto online: è il loro mondo. Io cerco di partecipare a questo processo, anche per capirlo meglio. Possiamo delegare alcune cose, ma è importante tenersi stretta la parte umana».
Ma è davvero una rivoluzione epocale?
«È sicuramente una rivoluzione, ma credo che sia sopravvalutata nei toni apocalittici e sottovalutata nei rischi quotidiani, come la pigrizia mentale. Sta a noi decidere come gestirla. Non credo ci ruberà il posto, ma forse il gusto di fare le cose a modo nostro sì. Se manteniamo un po’ di consapevolezza, resta uno strumento utile; se la subiamo, allora sì, rischia di complicare quello che in teoria dovrebbe semplificare. Alla fine, sta a noi decidere come usarla: può essere un grande alleato, ma non deve sostituirci».
In che cosa l’Ai non potrà mai sostituirci?
«Prima di tutto nelle emozioni. E poi, credo nella capacità di muoversi senza una direzione perfettamente definita. Noi prendiamo decisioni che non sono sempre coerenti, cambiamo idea, seguiamo intuizioni che non hanno una logica immediata, e spesso sono proprio quelle deviazioni a produrre qualcosa di significativo. Un sistema tende a funzionare per ottimizzazione e coerenza, mentre noi siamo costruiti anche sull’incoerenza. E questo non è necessariamente un limite, anzi, è una delle cose che ci rende più ricchi».
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