L’intervista a Drusilla Foer: «Venere, la mia dea che lascia l’Olimpo e va a Parigi»

2 Marzo 2026

Lo spettacolo andrà in scena domani al Teatro Massimo di Pescara. Sul palco, insieme alla protagonista, anche l’attrice Elena Talenti

PESCARA. Una rilettura del mito di Amore e Psiche, narrato da Apuleio ne Le Metamorfosi. Drusilla Foer porterà in scena domani al Teatro Massimo di Pescara la sua Venere nemica (inizio spettacolo: ore 21, organizzazione Best Eventi, biglietti disponibili su circuiti TicketOne e CiaoTickets). Diretta da Dimitri Milopulos, la pièce è firmata da Drusilla Foer e da Giancarlo Marinelli. Ad affiancare la protagonista, la talentuosa Elena Talenti.

Come nasce Venere nemica?

«È una favola, quella di Apuleio che conoscevo da tanto tempo, da quando ero bambina. Ricapitandomi sottomano, ho trovato che avesse dei temi contemporanei, come il valore della vita, dell’eternità, la fede, l’amore… Amore e psiche racchiude un po’ tutti gli archetipi delle favole. Il tema dell’incontro tra l’anima e il desiderio fisico è assolutamente universale. Ho deciso di raccontarla non dalla parte dei protagonisti, bensì di una figura laterale, un po’ come la cattiva di Biancaneve, che è poi colei che alla fine rivela di più dell’animo umano, della frustrazione, del livore».

Chi è la sua Venere?

«Una vecchia dea che ha lasciato sull’Olimpo i parenti antipatici, immaturi, vendicativi, capricciosi. Stanca di vivere nell’umidità in fondo al mare si trasferisce a Parigi. È felicissima, si veste di oro, indossa le perle, i gioielli. Finalmente mai più doppie punte perché si fa la messa in piega! Ma, soprattutto, le piace stare vicina agli umani che, con la loro urgenza di vivere, hanno più capacità di sentire le emozioni di quanto non le sentano gli dei: vivendo in una bolla interminabile di tempo non c’è aspettativa, non ci sono scadenze, non ci sono attese, perché si ha a disposizione tutto il tempo che si può, che si vuole».

Venere, dunque, apprezza la mortalità…

«Esattamente. Apprezza il vigore emotivo degli umani che soffrono, si amano, scelgono la propria vita, sbagliano, si rialzano, ritentano, aspettano, si innamorano. In un modo più sano e più vigoroso delle divinità, che lo fanno in maniera egoriferita. Venere va a raccontare il suo punto di vista nei teatri. Si rompe la terza parete: la dea si rivolge direttamente agli spettatori raccontando com’è andata la sua vita. Pur essendo dea dell’amore, non lo conosce, perché l’amore di un dio è diverso da quello dell’uomo; è la dea della bellezza, ma quando ti hanno detto che sei la più figa non è che serva a molto, non hai una funzione come il dio della guerra, la dea della caccia, il “postino” degli dei. Venere non sentiva dentro di sé una funzione sociale. Il dibattito è un po’ questo: sul senso della divinità, il senso dell’eternità, di quanto sia preziosa la vita umana fatta e piastrellata da esperienze importanti e soprattutto molto sentite. È un testo un po’ abrasivo, cattivello, un po’ aggressivo che piano piano si trasforma in una cosa divertente, godibile».

Perché “nemica”?

«Psiche, sua nuora, è un’umana talmente bella da essere creduta Venere in terra, fa innamorare anche suo figlio Amore. Quindi, c’è anche il conflitto tra suocera e nuora… una nuora che, tra l’altro, diventa immortale come lei. Abbiamo fatto una prima tranche dello spettacolo prima della pandemia, poi abbiamo rimesso le mani sul testo, che è evoluto. Sono in scena con Elena Talenti, una figura misteriosa che si rivelerà centrale nella narrazione, una bravissima professionista. In Venere nemica c’è anche un po’ di musica, c’è qualche ballettino… è di intrattenimento ma anche un po’ abrasivo».

C’è un po’ di tutto, insomma.

«Come faccio spesso negli spettacoli, in cui cerco ci sia una sorta di elettrocardiogramma, sennò mi annoio anche io».

Venere sceglie di vivere a Parigi tra i mortali. Una città che la rappresenta…

«Parigi è una città vanitosa, che venera la bellezza. È una città lussuosa, molto grande, internazionale. Mi piaceva l’idea di una città che luccicasse».

La sua è una dea che può permettersi di essere imperfetta, di essere umana…

«È una cosa che le piace, quella di vivere il suo aspetto un po’ imperfetto. Non ha la pressione di fare parte di un Olimpo dove tutti sono intoccabili. Finalmente può dire: “Posso essere imperfetta, posso essere vanitosa, posso essere ringhiosa”. Imita un po’ i tratti degli umani, stando fra loro impara a esserlo. Nello spettacolo ci sono molti temi: la morte, la vanità, il conflitto, ma soprattutto il valore della vita, il valore della mortalità e di qualunque cosa abbia la sua finitezza, perché ogni cosa che finisce la si cerca, la si vive, la si percorre con più trasporto. L’immortalità degli dei è un luogo sterminato e vasto, dove tutto è concesso, dove un errore non ha valore, dove l’attesa non ha valore, perché il tempo è infinito. Niente a che fare con la ristrettezza della vita umana, che obbliga a cercare una propria realizzazione e a vivere dei sentimenti».

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