L’intervista al conduttore marsicano Di Nicola: «La mia vita tra palco e televisione con Baudo e Costanzo»

Nella sua Avezzano un premio per i quarant’anni di carriera: «Manca la sensibilità di Frizzi, oggi la tv è troppo volgare»
AVEZZANO. Carismatico, solare, sensibile e scrupoloso: Luca Di Nicola festeggia i suoi primi quarant’anni di carriera da presentatore. Sui palchi d’Italia dal 1986 al 2026, il giornalista, autore, conduttore e speaker radiofonico, è stato omaggiato nell’aula consiliare dall’amministrazione comunale della sua città, Avezzano, con la targa d’onore. Un riconoscimento che emoziona Di Nicola al punto da chiedersi: «Ma ne sono degno?». E qui l’umiltà del presentatore abruzzese si conferma dopo essersi palesata a inizio telefonata, domandando sommessamente: «Mi conosci?». Cresciuto a pane, Fantastico e Domenica in di Pippo Baudo, suo mentore, inizia la sua carriera a soli 14 anni in radio (Radio Veronica 101 di Avezzano), calcando subito dopo i palcoscenici teatrali con le idee già ben chiare: diventare un presentatore. La tv è un sogno che si realizza esordendo negli anni ‘80: da lì una carrellata di incontri e collaborazioni, da Fabrizio Frizzi a Carlo Conti, da Raffaella Carrà a Alda D’Eusanio, facendo un passaggio veloce nella rete privata Mediaset dove si fa conoscere al Maurizio Costanzo Show per il suo tentativo di perorare la causa su Avezzano provincia. Sono gli Novanta, la televisione è ancora genuina ed educativa e si ride per l’ironia di Corrado in Il pranzo è servito, qui un giovane Luca prende parte come spettatore. Ideatore e organizzatore del Festival di Avezzano per venticinque edizioni, Di Nicola si racconta al Centro.
Quarant’anni di presentazioni. Come si sente a festeggiare anche con la sua città questo importante traguardo?
«Ho sempre un po’ di agitazione ogni volta che mi viene consegnato un premio. Sono più bravo a censire gli altri, i miei ospiti, che a sentire parlare di me. Però sono davvero molto contento. Spero di meritarlo».
Fare il conduttore è sempre stata la sua passione o sognava di fare altro da grande?
«Da che ho memoria, ho sempre avvertito una pulsione artistica verso il mondo del varietà ma anche dell’insegnamento. Guardavo Pippo Baudo e immaginavo un giorno di diventare come lui o come Corrado. Loro sono i miei due riferimenti».
E Mike Bongiorno?
«Un po' meno, perché in realtà ero interessato più allo spettacolo a 360° che al quiz».
Il suo inizio carriera avviene in realtà in radio, era un adolescente. Cosa ricorda di quel periodo?
«Ho mosso i primi passi a 14 anni nella radio di Avezzano, che allora andava fortissima, una specie di Radio Deejay, dove oltre alla musica accadeva di tutto, anche scherzi telefonici. Lì ho imparato a fare il fonico di me stesso e a correggere la mia dizione, ovviamente poi ho studiato».
Dopo la radio finalmente si avvera il suo sogno.
«Si, arrivo nelle piazze in giro per l’Italia come presentatore».
E in Rai?
«Dopo poco dove resto per 22 anni. Presentavo in studio e come inviato. Da Unomattina a La vita indiretta e molte altre trasmissioni».
Ha lavorato tra gli altri con la conterranea Alda D’Eusanio.
«Brava professionista. La trasmissione era Un pugno e una carezza in prima serata su Rai1, tredici puntate e io ero un inviato. Una bella esperienza».
Invece del suo idolo, Pippo Baudo, che ricordi ha?
«Baudo mi ha accolto nella sua trasmissione Uno su Cento come un padre. Durante il provino, alla domanda cosa volessi fare da grande risposi: “Vorrei fare Pippo Baudo”».
E lui?
«Si mise a ridere. E aggiunse “Forza allora, che prima o poi qualcuno dovrà sostituirmi in tv”. Era unico!».
Una frase che ricorda?
«Ce ne sono tante».
Una in particolare?
«Di tenere sempre la schiena dritta, di non scendere a compromessi, di dimostrare il proprio valore riuscendo ad arrivare al pubblico. Quindi niente scorciatoie».
Lo ha seguito alla lettera?
«Di natura sono proprio così, un po’ rigidino».
Tra le donne dello spettacolo ha avuto l’onore di lavorare con la Carrà in “Carramba”.
«Una grandissima donna, molto umile. Mai diva con noi ma sempre mamma o sorella più grande. Ci dispensava consigli, lasciandoci ampia libertà artistica senza mai imporci nulla».
Cosa vi diceva mentre eravate in prova con lei?
«Ci spronava a seguire il nostro istinto e a sentire il nostro cuore, restando umili. Essere seri ma senza prenderci troppo sul serio. Ci raccomandava di fare bene le cose e farle subito altrimenti le avremmo dovute ripetere perdendo tempo ed energie. Ce lo ripeteva come un mantra, era un insegnamento di sua nonna. Inoltre, ci invitava a essere presenti alle riunioni di redazione per capire bene quale fosse il compito di ciascuno di noi collaboratori».
Non solo Carrà e Baudo, ma anche Goggi, Conti, Amadeus per citarne alcuni: che effetto le fa ripensare a quei momenti?
«Tante emozioni. Di ciascuno di loro conservo un aneddoto. Con molti ancora ci sentiamo. Ma soprattutto da loro, e sottolineo solo da loro, ho ricevuto tanti insegnamenti. Ed erano dei grandi dello spettacolo».
Mi serve sul piatto la prossima domanda: qualche personaggio televisivo è stato meno simpatico degli altri?
«Qualcuno, ma come in ogni ambito lavorativo c’è sempre quello un po' superbo e arrogante».
Un nome?
«Preferisco ricordare i grandi».
Se potesse dire di somigliare come presentatore ad uno di loro , chi sarebbe?
«Partiamo dal presupposto che non mi paragono a nessuno, se devo fare un nome fra tutti faccio quello di Fabrizio Frizzi».
Perché?
«Forse per via del rapporto instaurato con lui: una bellissima amicizia, tra messaggi scambiati, riunioni fatte a casa sua a Roma. E poi era una persona molto umile e sensibile».
Per lei come dev’essere il presentatore ideale?
«Dovrebbe avere l’ironia di Corrado, la sensibilità di Frizzi e la versatilità di Baudo».
Veniamo a lei e alla sua Avezzano, che per 25 anni ha accolto molti artisti e personaggi della cultura grazie al suo Festival. Lo rifarebbe?
«Bellissimo capitolo della mia vita, ho ospitato tantissimi personaggi dello spettacolo, ma si è concluso nel 2019. Ogni cosa ha un inizio e una fine».
Una battuta su qualche invitato al Festival?
«Ricordo con piacere la presenza di tutti ma una in particolare mi fece tanto sorridere».
Chi era?
«Maurizio Costanzo che sul palco disse testuali parole: “Io non vado da mia moglie ma a te non ho potuto dire di no”, lì ci fu una risata e un applauso generale da parte del pubblico».
Oltre alla conduzione ha altre passioni?
«Certo. Il teatro e la scrittura».
Lei ha anche collaborato con il Centro.
«Sì, in qualità di collaboratore e lo devo a Domenico Ranieri. Mi ha voluto fortemente e non posso che ringraziarlo ancora».
E sul teatro?
«Il teatro l’ho iniziato da giovanissimo ed è stata una palestra per il lavoro di presentatore, anche se ci sono delle differenze con la televisione, dove non si è a diretto contatto con il pubblico. Al teatro invece assapori il calore degli spettatori, la loro approvazione o disapprovazione».
Da uomo della tv secondo lei la televisione negli ultimi anni è cambiata in meglio o in peggio?
«Le trasmissioni in tv sono cambiate sicuramente in peggio. C’è molta volgarità anche nell’espressione linguistica. I ragazzi oggi seguono i tiktoker, ambiscono a diventare influencer e la televisione cerca quindi di adeguarsi ai tempi. Con un appiattimento della società».
Lei è laureato in giurisprudenza e fa l’insegnate nelle scuole superiori. È a contatto con i giovani tutti giorni. Che spiegazione si da a queste loro ambizioni da internauti?
«Internet, la tecnologia tout court, è utilizzata male dagli adolescenti. Noi avevamo dei miti positivi, la televisione insegnava oltre ad intrattenere. Mentre i social e tutto il mondo del virtuale indica come fare soldi facili con pochi clic. Questo rende i giovani sterili e non li sprona alla conoscenza del mondo. Non sono curiosi».
La curiosità come si sa è il motore della conoscenza. Lei era curioso da ragazzo?
«Tantissimo! E lo sono ancora. Ricordo che alla gita di prima media andai con la scuola a Roma, ero così caparbio che riuscì a convincere la professoressa ad andare in via Teulada dove c’è la sede della Rai, perché ero curioso di vederla. Inventai che lì vicino c’era un museo».
E quando la professoressa scoprì che non c’era nessun museo cosa le disse?
«Niente. Ormai eravamo lì. Feci fare una foto a tutta la classe davanti i cancelli della Rai (ride, ndr)».
Cosa direbbe ai suoi studenti?
«Direi di spegnere i cellulari e di accendere il cervello».
Lei è più professore buono o quello cattivo?
«Sono severo perché so di essere attrattivo per loro, sono da bastone e carota».
