Nelle stanze del Vittoriale, ecco dove è custodita l’eredità di d’Annunzio

17 Marzo 2026

Tra libri pieni di appunti, statue magnifiche e cimeli dell’impresa di Fiume. Nell’edificio imponente tutto è rimasto al 1938, l’anno della morte del Vate

GARDONE RIVIERA. Una tartaruga delle Galapagos seduta a capotavola, un’enorme statua di San Sebastiano accanto a un letto che somiglia a una bara, quattro cornucopie in vetro che ricordano i cornetti della fortuna. Ancora: una mano mozza e scorticata tinta di rosso, l’elica di un idrovolante sul soffitto e il deforme manubrio di un motoscafo accomodato tra le reliquie di un ciborio ligneo del Cinquecento. Tutt’intorno, motti e iscrizioni dall’antichità, cataste di libri e la magia della luce che entra filtrata dalle vetrate di tutti i colori. La Stanza dell’Officina del Vittoriale è piena di luce, necessaria a d’Annunzio per studi e letture. Per entrare bisogna salire tre gradini chinando il capo: è un segno di rispetto verso il luogo sacro della creazione: d’Annunzio se lo fece fare su misura, uomo straordinariamente basso e unico nel Vittoriale a poter entrare a schiena dritta. Solo scesi a patti con questo principio si poteva entrare per trovarsi di fronte a scaffalature in rovere, calchi in gesso del fregio del Partenone, l’imponente Nike di Samotracia, volumi – centinaia – colmi di appunti.

Perdersi per le stanze del Vittoriale è un sogno. L’esterno è perfino metafisico, con un gusto totalmente diverso rispetto a quello che si ritrova nelle stanze. Prima però c’è l’affusto del cannone che può fregiarsi di aver trasportato, con sei cavalli, la bara del Comandante nel giorno dei suoi funerali: era il 4 marzo 1938. D’Annunzio morì per un’emorragia cerebrale nella Zambracca, la stanza della farmacia: ipocondriaco a livelli insospettabili, sembra abusasse dei medicinali che teneva lì di fianco alla scrivania ancora ricolma di paccottiglia.

Tutto è rimasto come allora: chi entra al Vittoriale trova una sull’altra porcellane giapponesi e sculture cinesi, argenteria pregiata e teste in gesso, cristalli di rocca e xilografie, fino a una testa d’aquila con due diamanti nelle orbite al posto degli occhi. Gli occhiali, caduti a terra in punto di morte, sono ancora lì, spezzati e assolutamente sacri mentre accanto il calendario è ancora fermo a quella data.

CORTESIE PER GLI OSPITI. Il leone di San Marco e l’aquila di San Giovanni guardano dall’alto. Su un architrave, la scritta recita: “Clausura, fin che s’apra / Silentium, fin che parli”. Il vestibolo del Vittoriale è già un trionfo di questo bisogno del superfluo: i gradini sono in marmo rosa e danno un’idea di lusso, ma la colonnina centrale posta in cima alla scalinata viene da Assisi e celebra la cristianità francescana. L’ambiguità di d’Annunzio è raccolta in questa immagine, ma il Vittoriale è un viaggio anche nell’assurdità del gusto, nella fantasia al comando che unisce stili, forme, ispirazioni le più disomogenee. Davanti alla colonnina accadono due cose: a sinistra si va per l’Oratorio dalmata, a destra per la Stanza del Mascheraio. Sono due sale d’attesa: l’Oratorio accoglie gli ospiti graditi, quelli che sono lì per invito; il Mascheraio quelli sgraditi. La leggenda vuole che tra gli sgraditi ci sia stato lo stesso Mussolini, in una delle sue visite al Vittoriale, attendendo il Vate per ore in questo piccolo ambiente di passaggio dove il visitatore era accolto da questa incisione dorata: “Al visitatore. Teco porti lo specchio di Narciso? Questo è piombato vetro, o mascheraio. Aggiusta le tue maschere al tuo viso, ma pensa che sei vetri contro acciaio”.

Che possiamo tradurre così: puoi aggiustare la tua maschera quanto vuoi, ma davanti a me perderai sempre. In alto, un lampadario con quattro cornucopie in vetro di Murano illumina di un giallo quasi fosforescente la stanza: i corni sono scaramantici e distano un paio di passi dal ritratto di Santa Chiara. Ma il disamore per gli ospiti pervade tutto il Vittoriale: letti per loro non ce ne sono in tutta la casa – che non è proprio un bilocale – e se per se stesso d’Annunzio si riservava lo spettacolo museale del Bagno Blu – un trionfo di colori e oggetti orientaleggianti, con sanitari modernissimi, mattonelle persiane, bacili in porcellana, statuine di animali acquatici e una grande vasca – il bagno degli ospiti è una toilette di legno in un abitacolo da attacco di panico. Le amanti passeggere, invece, finivano per prepararsi nella Ritirata delle Marionette: un guardaroba piccolo, sobrio, con la curiosa presenza di tre finestre cieche, ciascuna con una marionetta veneziana che incanta per l’espressività con cui pare prendere vita.

Gli ospiti non sono accolti neppure a tavola: lo scrive - «Tutti sanno che io non mi siedo mai alla mensa della Cheli e che osservo il digiuno più rigoroso. Ti prego di farmi perdonare dai nostri Ospiti» - e a monito dei commensali mette a capotavola il carapace gigantesco di una tartaruga dono della marchesa Casati Stampa. L’animale delle Galapagos è vorace, mangia tutto e finisce per morire di indigestione da tuberose. Ma lascia il segno: Renato Brozzi ne modella il corpo, crea una scultura bronzea adagiata su un cuscino in lamé e d’Annunzio la poggia a capotavola a guardia degli ospiti e come monito per la frugalità. La stanza è eccezionalmente Decò, non più metafisica, non più liberty né classica ma di un gusto ancora più moderno che arriva a influenzare perfino il grande cinema degli anni Sessanta e Settanta: quel rosso, quel blu, quell’oro amplificati dalle vetrate alabastrine piaceranno a Mario Bava e dopo di lui a Dario Argento.

BIZZARRIE. D’altro canto, l’Oratorio – sala per gli ospiti graditi – emana una luce eterea. L’atmosfera mistica e sacrale che si porta dietro dal vestibolo continua con gli stalli in noce di un coro seicentesco ma si arricchisce di una bizzarria non da poco: un’elica gigantesca appesa al soffitto. È quella dell’idrovolante con nel 1925 Francesco De Pinedo compì a tappe il volo di 55mila chilometri da Sesto Calende a Melbourne e Tokyo. Un’impresa eroica che d’Annunzio amò per quella fede del rischio che si ritrova anche altrove: nella Stanza delle Reliquie, quella che d’Annunzio definì «l’empito lirico della mia sintesi religiosa». È proprio così: all’accumulo di idoli, una piramide che da una gatta addormentata con i suoi cuccioli prende poi le divinità orientali e arriva, al vertice, al Gesù bambino in braccio alla Vergine, si mescolano un gonfalone in seta rossa – la Reggenza italiana del Carnaro, l’altorilievo del Leone di San Marcoe su tutti, davanti al tabernacolo, il volante distrutto di un motoscafo.

La storia è analoga a quella dell’idrovolante, ma ha un finale tragico: il motoscafo apparteneva a Henry Savage, che provò a superare il record di velocità e finì per schiantarsi, rovesciarsi e così trovo il suo epilogo tragico: morì. Accanto, la teca con i fili di seta che ricordano i capelli di santa Chiara. Chi volesse salire allo Scrittoio del Monco troverebbe invece una mano mozza, rossa, scorticata: non è di d’Annunzio – ma l’intenzione era in sintesi quella: non posso rispondere, diceva il Vate, a tutte le lettere che ricevo ogni giorno. Per non creare ambiguità il concetto è ribadito sul soffitto: una mano guantata riporta i motti «Todos es nada» e «Tuerto y derecho», una decorazione di Marussing.

UNO SPAZIO PER LA MORTE. La notte tra il primo e il 2 marzo d’Annunzio viene deposto nel letto della Stanza del Lebbroso: è uno spazio che sprofonda nel mistero già dalla sua illuminazione tetra. D’Annunzio la curò personalmente con attenzione minuziosa: doveva essere uno spazio raccolto, dedicato al ricordo e alla meditazione. Ecco che la illustra: “I vecchi nostri cristiani onoravano il lebbroso come un confessore della fede. Io sono lebbroso e confessore”. Il letto è una bara, su cui veglia una statua lignea, enorme di San Sebastiano trafitto. In alto, al centro, San Francesco abbraccia d’Annunzio lebbroso; sull’ingresso, Maria Maddalena piange ai piedi di Gesù. È meno francescano il costo del rivestimento delle pareti in tessuto di daino: 42mila lire. Ma d’Annunzio era già oltre: uscendo dall’ultima delle Stanze, quella dedicata al pranzo, una nuova ala proietta i visitatori verso il progetto che il Vate non riuscì mai a realizzare.

Lo Schifamondo – nome a sua volta bizzarro – è un progetto mastodontico, che nel suo piano d’origine doveva comprendere una nuova abitazione, il «luogo di una vita nova» e il museo delle reliquie di guerra. «Ho il bisogno quasi tragico di escire da questo vecchio Vittoriale e di abitare in una casa nuova. Non si tratta soltanto di rinnovazione ma di salvazione». Sul soffitto i lacunari dorati richiamo i temi navali, al centro, sopra l’ampia alcova, l’occhio alato e veggente realizzato sempre dal Brozzi. Sul letto, la sua maschera funeraria.

CIMELI E RELIQUIE DI GUERRA. Oggi lo spazio è un museo magnifico, “D’Annunzio Eroe”, in cui perdersi tra cimeli e reliquie di guerra, anche se il pezzo da novanta, il velivolo del celebre Volo su Vienna del 1918, è nell’Auditorium: un termine che coniò lui stesso, perché anche quella linguistica è un’eredità che il Vate lascia al mondo vasta come gli spazi della casa in cui abitò da «uomo prode».

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