Pescara

Pablo Trincia: «Ho narrato Rigopiano scoprendo una regione che amo nel profondo»

18 Febbraio 2026

Il giornalista sabato al Massimo di Pescara per “L’uomo sbagliato”: «Racconto le 14 vittime di Sebai, un caso di mala giustizia»

PESCARA. Dopo aver raccontato la tragedia di Rigopiano, il giornalista Pablo Trincia torna in Abruzzo con uno spettacolo teatrale che parla ancora di verità, responsabilità, errori. Sabato andrà in scena al Teatro Massimo di Pescara L’uomo sbagliato - Un’inchiesta dal vivo, scritto con il contributo di Martina Cataldo. Al centro dello spettacolo, firmato dallo stesso Trincia con Debora Campanella, la storia del serial killer Ezzeddine Sebai che, nel 2006, confessò 14 omicidi.

Trincia, come sintetizzare questo spettacolo?

«Un’esperienza cruda e brutale di un racconto che cerca di restituire la giustizia dove non c’è stata. È la storia di tanti omicidi, fatti con lo stampino, avvenuti nel Sud Italia nella seconda metà degli anni ’90. Diverse persone vengono arrestate, poi viene fuori un uomo tunisino che, dopo anni in carcere, confessa. Una storia misteriosa, ma allo stesso tempo un caso di mala giustizia gigantesco».

Quando ha incontrato questa storia e perché ha deciso di raccontarla?

«È venuta lei a cercarmi. Un giorno, il professore di neuropsicologia forense Giuseppe Sartori, mi ha detto: “Ti devi occupare di questo caso”. Io lo stimo tantissimo e mi sono detto che, se lo diceva lui, probabilmente aveva ragione».

Perché portarla a teatro?

«Perché non è una storia facile da raccontare in un podcast. È molto complessa, piena di nomi, luoghi e date. Il teatro è il posto giusto perché ti consente anche visivamente di vedere volti e documenti».

Dopo anni di racconto in cuffia, cosa cambia salendo sul palco?

«Tutto. È pazzesco. Senti immediatamente come la storia rimbalza e ti torna indietro attraverso silenzi, emozioni, applausi. È stata una delle cose più belle che ho fatto. Ogni pubblico è diverso e conosci l'Italia attraverso di loro; ogni palcoscenico diventa un punto di osservazione molto interessante».

Come si tiene insieme la precisione dell’inchiesta con l’emotività?

«Io sono sempre molto distaccato quando ricostruisco i fatti. Se sei capace di vedere la storia vera dentro un fatto, non hai bisogno di forzarla o omettere cose. Quello che i protagonisti hanno sentito, sono cose che non vai a escludere. Puoi essere rigoroso ricostruendo tutto ciò che sai, lasciando fuori le ipotesi, ma mantenendo sempre l’empatia».

Con il podcast “E poi il silenzio – Il disastro di Rigopiano” ha raccontato una ferita ancora aperta per l’Abruzzo. Che rapporto si crea con un territorio quando si attraversa il suo dolore?

«Potentissimo. Si è creato un pubblico molto legato. Per noi, che siamo di Milano, è stata una responsabilità molto grande. Quando sono tornato per alcuni eventi ho sentito una risposta fortissima».

Cosa significa per lei oggi tornare in Abruzzo con questo spettacolo?

«Sarà come tornare a casa perché sento di aver seminato qualcosa. Ancora oggi incontro abruzzesi che mi ringraziano per Rigopiano. So che il pubblico del Teatro Massimo sarà al 99,9% composto da gente che ha sentito il podcast e sarà bello. Ho conosciuto la vostra regione attraverso questa tragedia, ma è stata una scoperta pazzesca».

Intanto lavora al video podcast “Un avvertimento prima di iniziare”. Cosa l’ha spinta a sperimentare questo nuovo linguaggio?

«Avevo bisogno di una pausa dalle serie perché sono totalizzanti: ci devi stare dentro per mesi e non parli d'altro. Volevo testare il formato del talk perché ti permette di parlare di storie diverse e cambiare direzione».

Come sceglie il linguaggio giusto per ogni storia?

«Ciascuna ha un suo formato ideale. Alcune vanno bene per il teatro perché richiedono un'estrema sintesi e con un podcast lungo diventerebbero dispersive. Vado molto a sensazione».

C’è una storia che le piacerebbe raccontare, ma per cui pensa che non sia ancora il momento giusto?

«Ne parlavo l’altro giorno con un amico: la storia di Crans-Montana. In questo momento è infattibile perché è troppo recente e devastante che ha coinvolto tanti giovanissimi. Questo rende il dolore, se possibile, ancora più inaccettabile. Ci vuole tempo per le indagini e perché le persone possano parlarne dopo aver elaborato un minimo il lutto. Richiede un tempo di raffreddamento lunghissimo».

Se il pubblico di Pescara dovesse uscire dal teatro con una sola domanda in testa, quale vorrebbe che fosse?

«Sarebbe: “Che cosa posso fare io?”. Spero che i miei racconti attivino le coscienze e la voglia di agire per il cambiamento».