Addio a don Vittorio il sacerdote degli ultimi 

Avrebbe compiuto 103 anni a novembre, per 40 è stato parroco di San Panfilo Nel Dopoguerra fondò il Fraterno aiuto cristiano per raccogliere viveri 

Si è spento a Sulmona don Vittorio D’Orazio, che a novembre avrebbe compiuto 103 anni. Se n’è andata una figura conosciutissima di sacerdote e parroco, coi suoi numeri strepitosi: 78 anni di sacerdozio quali sarebbero stati il 23 luglio prossimo; 40 circa da parroco della cattedrale di San Panfilo a Sulmona; 35, a seguire, come cappellano prima e rettore emerito poi dell’Arciconfraternita della Santissima Trinità, nella cui chiesa, varcato il secolo, aveva continuato a dir messa sino a un paio di anni fa, dritto come un fuso all’altare, leggendo il Vangelo senza occhiali; 9 sommi pontefici attraversati da quando è nato nel 1915, in piena Prima guerra mondiale; centinaia di battesimi, prime comunioni, cresime, matrimoni e funerali celebrati.
E bisogna fermarsi qui perché veniva il capogiro a ricostruire i numeri di don Vittorio, quali nessuno poteva far a meno di chiedergli; domande a cui però lui si sottraeva col sorriso, facendo, della sua attività pastorale e della sua vita, una sintesi di due parole: «Tutto qui». Ne usava qualcuna in più per parlare della guerra e del Dopoguerra. Quando raccontava ad esempio l’inverno del ’43, con migliaia di tedeschi in giro, attestatisi sulla linea Gustav dopo l’armistizio di settembre; e di come aveva seppellito un prigioniero inglese morto di polmonite, in quell’inverno freddissimo, di notte per non farsi vedere dai tedeschi (perché l’aveva nascosto lui fino ad allora, l’inglese, dopo l’evasione dal campo di prigionia); e di come, prima di metterlo sotto terra, gli aveva preso la piastrina di riconoscimento, in modo che a guerra finita venissero in Abruzzo i parenti a riprenderselo. Vi raccontava di aver confessato i condannati a morte, alla Badia Morronese dov’erano incarcerati, sua prima sede da sacerdote dal ’39 al ’44, e dirvi che uno di loro, un pastore che sarebbe stato fucilato per aver aiutato i fuggiaschi inglesi a valicare la montagna in direzione del fronte, gli aveva detto, con asciutto eroismo e con un incredibile filo d’ironia: «Muoio per aver dato retta al Vangelo che ci leggete voi preti; io ho solo dato da mangiare agli affamati e da bere agli assetati».
Ma vi parlava anche dei ragazzi austriaci buoni che a Pasqua del ’44, con indosso la divisa della Wehrmacht, andavano a sentire la messa detta da lui e, odiati da tutti, mantenevano in chiesa «una compostezza invidiabile». O vi parlava dello stentatissimo Dopoguerra, quando a Sulmona «c’era una miseria nera», per cui lui s’inventò il Fac; «che non è la sigla di una brigata rivoluzionaria» – scherzava – “Fac stava per Fraterno aiuto cristiano ed era un carretto con cui, a partire dal ’45, giravo coi ragazzi per le case a raccogliere cibo da dare ai poveri». Alla domanda se è vero che il boom economico ha cominciato a scristianizzare la società, ribatteva secco: «Ma che scristianizzata, è come prima, ci sono i credenti e i non credenti; il benessere, lo dice la parola, ha fatto stare bene, mica male; dovevate vedere com’era povera la gente prima del boom».
I funerali saranno celebrati oggi alle 11, a Sulmona, nella “sua” cattedrale di San Panfilo.
(* scrittore)
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