AVEZZANO

Addio Don Aldo, il “prete rosso”: stava dove l’uomo viene calpestato

Don Aldo, il “prete rosso”
4 Marzo 2026

Iscritto al Pci fino alla morte di Berlinguer, celebri le sue tante battaglie fuori e dentro la Chiesa. Detestava le tv di Berlusconi e il denaro legato ai sacramenti. Durante la guerra tolse Gesù dal presepe

AVEZZANO. È morto don Aldo Antonelli, voce autentica e libera. Aveva 83 anni. La sua scomparsa chiude una stagione di Chiesa inquieta, scomoda, profondamente immersa nelle contraddizioni del nostro tempo. Era uno di quei sacerdoti che non lasciavano indifferenti: o lo si amava o lo si contestava. Ma ignorarlo era impossibile. Molti lo hanno definito “prete comunista”. Lui non rinnegava una sensibilità sociale forte, anzi la rivendicava come fedeltà radicale al Vangelo. Per lui il punto non era l’ideologia, ma l’uomo concreto: il povero, il migrante, il carcerato, la vittima della mafia. In questo senso la sua vicinanza a Libera e alle battaglie contro la criminalità organizzata non era militanza politica, ma scelta evangelica: stare dove la dignità umana viene calpestata. Aveva un modo di vedere la religione che molti consideravano “stravagante”. Parlava senza filtri, criticava apertamente strutture ecclesiali che riteneva distanti dalla sofferenza reale, non temeva di esporsi. A volte sembrava ribelle, e in effetti lo era. Ma non per gusto di contraddizione: era un ribelle per coscienza. Si può dissentire da alcune sue posizioni teologiche o politiche, e in una Chiesa viva il confronto è sano. Tuttavia, c’è una virtù che nessuno può negargli: la prossimità. Don Aldo era vicino alla carne ferita del mondo. Non teorizzava la povertà, la frequentava. Non parlava della giustizia, la cercava. Non predicava l’antimafia, la viveva accanto a chi rischiava. In questo c’era qualcosa di profondamente evangelico. Gesù stesso è stato giudicato “scomodo”, accusato di stare con i pubblicani, di rompere gli schemi religiosi del suo tempo. La sua figura ci provoca anche spiritualmente: quanto siamo disposti a sporcarci le mani per i più deboli? Quanto il nostro amore per Dio si traduce in scelte concrete a favore degli ultimi? Forse il giudizio ultimo su un uomo così non sta nelle etichette – comunista, ribelle, progressista – ma nella misura dell’amore vissuto.

UN “PRETE ROSSO”

Originario di Villa San Sebastiano di Tagliacozzo, classe 1942, ordinato presbitero il 21 aprile 1968, don Aldo ha attraversato decenni di storia ecclesiale e civile con un tratto inconfondibile: la libertà. Ultimamente gravemente malato, era ricoverato in un hospice a Roma. La diocesi dei Marsi ha annunciato che le esequie saranno presiedute dal vescovo Giovanni Massaro domani alle 15 nella chiesa parrocchiale di Villa San Sebastiano; la salma viene esposta oggi nella chiesa dell’Immacolata di Antrosano dalle ore 16 alle ore 20 e giovedì dalle ore 9 alle ore 14. Chi lo ha conosciuto ad Antrosano, frazione avezzanese, lo ricorda come un parroco di frontiera prima che di altare: capace di mobilitare comunità, far discutere, aprire spazi di confronto dove spesso, nei paesi, il dibattito si spegne o si divide in tifoserie. Per lui la fede non era un rifugio, era un’urgenza morale. E per questo non ha mai smesso di interrogare, anche duramente, la Chiesa quando gli appariva distante dagli ultimi. Fino alle sue dimissioni da parroco.

IL RIFIUTO DEL “MERCIMONIO”

Tra le sue battaglie più note c’era quella contro il denaro legato ai sacramenti e alle intenzioni di messa. Non era una posa, ma un principio: rifiutava il linguaggio dei “diritti di stola” e contestava l’idea stessa che un atto di fede potesse diventare prassi tariffaria. Nella lettera di dimissioni da parroco, scritta all’allora vescovo Pietro Santoro, rivendicò con nettezza di non aver mai preso soldi dalla parrocchia, nemmeno per le intenzioni di messe. Quelle prese di posizione gli procurarono consenso e critiche, ma segnarono un confine: da una parte la religione come sistema, dall’altra il Vangelo come servizio. E su questo terreno don Aldo Antonelli ha scelto di stare “scoperto”, anche quando il prezzo era l’isolamento.

LA PROTESTA SUL CANONE TV

C’era poi la sua vena simbolica, quasi profetica nel modo di comunicare: non solo parole, ma gesti. Tra i più ricordati, la protesta contro la televisione “spazzatura” e contro ciò che definiva degrado culturale, arrivando a rifiutare il pagamento del canone e a sigillare il televisore in casa come gesto pubblico di dissenso. Era il suo modo di dire che l’etica non si predica soltanto: si sceglie, si taglia, si rinuncia.

E LE ALTRE CONTESTAZIONI

La sua storia è stata segnata presto dall’impegno per il terzo mondo e contro lo sfruttamento, già alla fine degli anni Sessanta. Negli anni ha difeso l’idea, per molti scandalosa, che cristianesimo e istanza sociale potessero parlarsi senza demonizzarsi. Ha militato nel Pci fino alla morte di Enrico Berlinguer e non nascose le proprie posizioni sul divorzio, portandole nel dibattito pubblico senza timore di urtare sensibilità consolidate. Nel tempo ha scelto anche forme di protesta liturgica che, nel suo linguaggio, volevano essere un pugno allo stomaco contro l’indifferenza: la domenica senza messa, il presepe senza Bambinello durante la guerra in Iraq, la denuncia contro ogni retorica religiosa non incarnata, i sigilli alla tv berlusconiana. E quando parlava di pace, lo faceva con lo stesso tono con cui parlava di giustizia: senza sentimentalismi.

LA LOTTA ALLE MAFIE

La sua “Chiesa in uscita” aveva un luogo preciso: la strada. Con Libera, di cui è stato riferimento sul territorio, ha posto l’accento sulle agromafie, sul caporalato, sullo sfruttamento dei braccianti, sulle ombre che possono insinuarsi anche nei distretti agricoli che sembrano lontani dalle rotte criminali. In quel fronte, don Aldo non separava mai legalità e dignità: se una legge calpesta l’uomo, ripeteva, allora va interrogata, non idolatrata. Era questo il punto: non un prete da salotto, ma un prete che accettava lo scontro pur di non accettare l’abitudine.

IL PRETE CHE DIVIDEVA

Ci sono stati anche scontri durissimi, con toni accesi e polemiche nazionali, come quello con Maurizio Gasparri. Don Aldo non arretrava: rispondeva con lettere, citazioni, memoria storica, e soprattutto con quella frase che molti gli attribuiscono come stile di vita prima ancora che di pensiero: “lavoro nella Chiesa e non per la Chiesa”. In fondo, la sua figura resta questa: un sacerdote che ha pagato di persona la libertà di coscienza, ma che non ha mai abbandonato il punto centrale, l’uomo. E non l’uomo astratto, ma quello reale: ferito, povero, sfruttato, solo.

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