All’Aquila i colloqui per la pace

29 Agosto 2025

Il perdono di Celestino non è mai stato un messaggio di resa, nobile - magari - ma testimoniale: la Perdonanza è una scarica di energia potente che è entrata nella storia nel 1294, per non uscirne mai

L’AQUILA. Si apre, per la settecentotrentunesima volta, la Porta Santa della Perdonanza, ma - fateci caso - è come se ogni anno, la stessa antichissima storia, diventasse attualissima per aiutarci a capire un mondo diverso. Ieri, fermarsi davanti a Collemaggio, in una cerimonia incantata, era come riuscire, quasi per magia, a capire qualcosa che avendolo davanti agli occhi ogni giorno ci sfugge, in questo tempo di guerra e di ferocia.

Dice dall’Aquila monsignor Pietro Parolin, in modo illuminante: «Questa festa non è solo la festa del perdono. È un messaggio potente che ci aiuta a capire che solo chiedendo perdono per noi, e per i nostri errori, possiamo perdonare gli altri, e i loro errori. E solo questa presa di coscienza - aggiunge il presidente della Conferenza episcopale - ci aiuta a capire che solo perdonando l’altro si può fare la pace». Ecco dunque l’enorme giro di compasso che questo “millennio breve” della Perdonanza ci regala, ancora una volta, come se oggi il messaggio di Celestino parlasse anche del nostro presente, della nostra contemporaneità, di ciò che abbiamo di fronte al naso senza riuscire a capire.

Il perdono di Celestino non è mai stato un messaggio di resa, nobile - magari - ma testimoniale: la Perdonanza è una scarica di energia potente che è entrata nella storia nel 1294, per non uscirne mai. Era questo che significava la stola di Joseph Ratzinger, deposta con una simbologia criptica e quasi caravaggesca sul sarcofago di Celestino: tu parli del mio dubbio, e il tuo rifiuto non e stato viltà, ma insegnamento. Mentre Papa Francesco, aprendo quella stessa Porta, ci mostrava un altro orizzonte, non meno potente: la Perdonanza di Celestino mette in gioco nella storia l’intera umanità, i poveri e i ricchi, salva la Chiesa del Medioevo dal morbo delle indulgenze, fonda una nuova modernità in cui il messaggio di pace della Chiesa può diventare universale.

Cattolico nel senso più letterale: aperto a tutti. Oggi monsignor Parolin aggiunge un altro anello, congiungendo, come abbiamo visto, il messaggio della pace, alla nuova stagione dell’odio che stiamo vivendo. Dopo le sue parole L’Aquila torna al centro della scena con l’apertura della Porta Santa e il corteo della Bolla. Un momento identitario che unisce fede, storia e comunità: ma che adesso include nel suo abbraccio tutti coloro che soffrono in questo presente.

Il messaggio diventa ancora una volta universale, perché aveva già questa ambizione nella speranza di Celestino: la Perdonanza è un rito locale che diventa un messaggio per il mondo globale: pace, riconciliazione, capacità di guardare oltre i conflitti. Ma anche - come spiega Parolin - i nostri limiti interiori. Nel tempo dell’Ucraina e di Gaza il gesto di Celestino V e il suo invito al perdono parlano con forza: fossi il presidente del Consiglio, proporrei L’Aquila come città candidata ad ospitare la trattativa per la pace.

Ed ecco perché la simbologia della Porta Santa è ancora potentissima. Perché è la sintesi di tutto, non solo una soglia spirituale, per chi crede, ma una porta che si apre per fare breccia nel tempo dei muri, dei fili spinati, dei nuovi confini scritti con il sangue, delle divisioni e delle ostilità. Questa porta è un varco di speranza in un’epoca di chiusure e nazionalismi. Io l’ho vista così.

Ma c’è un ultimo anello in questa catena: L’Aquila Capitale della Cultura 2026, né il cammino che si dipana dopo l’apertura di questa Porta. la Perdonanza anticipa il tema del 2026, “la cultura che unisce e che ricostruisce”. La città che ha conosciuto la distruzione si fa messaggera di rinascita e dialogo. Pensiamo - infine - a cosa ci racconta questo corteo storico: non è una semplice rievocazione, una bella mascherata. Ma, piuttosto, il messaggio di una comunità che sfila insieme, infilandosi anche esteticamente dentro il fine di questa memoria.

È il richiamo al radicamento locale e alla memoria collettiva, che ha reso possibile la salvaguardia del messaggio: ma è un corteo che guarda più lontano, con gli occhi che si rivolgono all’Europa e al mondo. La cosa più bella, di questo corteo in movimento verso il futuro, è che tutti possono prendervi parte. È come una navicella che atterra ogni anno in questa città segnata dalla storia e riparte per un nuovo viaggio. Se quest’anno ci siete stati solo con il pensiero, o con un sguardo in un telegiornale, o leggendo le belle pagine che abbiamo dedicato a questo evento non preoccupatevi.

L’anno prossimo potrete portare la fiaccola e attraversare la porta: in questa vis che porta l’umanità fuori dall’odio, i più fortunati di voi - i bambini di oggi - a 28 anni potranno battezzare, nel nome di Celestino, un nuovo millennio. Migliore, speriamo, di quello che stiamo attraversando.

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