Avezzano

Amarena, riprende il processo: si ipotizza il delitto ambientale

L’imputato Andrea Leombruni

20 Maggio 2026

Oggi nuova udienza. Si punta alla riqualificazione dei reati contro la prescrizione

AVEZZANO. Fari puntati sul Tribunale di Avezzano. Oggi la nuova udienza predibattimentale a carico di Andrea Leombruni, l’uomo accusato della morte di Amarena, l’orsa simbolo del Parco nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise, uccisa a fucilate il 1° settembre 2023 a San Benedetto dei Marsi. Il procedimento riparte davanti al giudice Anna Cuomo, dopo un iter tortuoso segnato da battute d'arresto procedurali. Il 19 gennaio scorso, il giudice Francesca D’Orazio aveva decretato la nullità degli atti processuali e restituito il fascicolo al pubblico ministero. Successivamente, nell'udienza del 28 aprile, sono stati concessi termini a difesa per l'esame delle nuove costituzioni di parte civile. Ed è qui che si gioca la partita giuridica più complessa.

Le associazioni, coordinate da realtà come Appennino Ecosistema – rappresentata dall’avvocato Chiara Tozzoli – esprimono forte preoccupazione per il rischio prescrizione: con le attuali imputazioni, il reato potrebbe estinguersi tra soli tre anni. Una prospettiva che ha spinto i legali a sollecitare una drastica riqualificazione dei reati. L'istanza è chiara: non procedere solo per “uccisione di animali” (ex art. 544-bis c.p.), ma contestare i più severi delitti di inquinamento ambientale (art. 452-bis c.p.) e delitti colposi contro l'ambiente (art. 452 quinquies c.p.). La strategia punta a riconoscere nell'abbattimento di una femmina riproduttiva di orso marsicano - che ha sottratto il 5% dell'intera popolazione della specie - una compromissione significativa e misurabile della biodiversità e dell'ecosistema appenninico.

«Porre allo stesso livello l’uccisione di un orso e quella di una gallina sarebbe un assurdo giuridico», sostiene il presidente di Appennino Ecosistema, Bruno Petriccione. La contestazione di tali reati, introdotti nel 2015, permetterebbe non solo di allungare i termini di prescrizione, ma di innalzare le pene fino a un massimo di 9 anni di reclusione e 150.000 euro di multa. Ciò, qualora venisse riconosciuta l'aggravante del danno a specie protette.

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