Fermato scafista all’Aquila. L’orrore nei video.

20 Ottobre 2026

Giovane egiziano rintracciato dopo mesi: decisivo il racconto di un sopravvissuto

L’AQUILA

Undici mesi di prigionia al confine tra Sudan e Libia. Le botte, le richieste di denaro, la disperazione di una famiglia costretta a cercare migliaia di euro per consentire a un proprio caro di proseguire il viaggio. Poi altri due mesi in un centro dove erano ammassate fino a 400 persone, prima di affrontare il Mediterraneo su un’imbarcazione diretta verso l’Italia. È il drammatico racconto di un migrante che ha permesso alla polizia dell’Aquila di ricostruire un capitolo del traffico di esseri umani gestito dalle organizzazioni criminali attive sulle coste libiche. Una storia di violenze e sfruttamento, sulla quale gli investigatori della Squadra mobile hanno lavorato per mesi in modo meticoloso, senza sosta, raccogliendo testimonianze e analizzando minuziosamente materiale video. Fino a individuare, proprio nel capoluogo abruzzese, uno dei presunti protagonisti di quel viaggio: un egiziano di 27 anni, già ospite di un centro di accoglienza straordinaria della zona, fermato con l'accusa di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina aggravato. L'operazione è stata condotta dalla sezione Criminalità organizzata della Squadra mobile dell'Aquila, diretta dal vice questore Roberta Cicchetti, al termine di un'indagine coordinata dal sostituto procuratore Andrea Bigiarini. Il fermo di indiziato di delitto è stato eseguito il 17 ottobre, dopo che gli agenti hanno rintracciato in città il 27enne, difeso dall’avvocato Monica Badia, attualmente senza fissa dimora. L'uomo è stato trasferito nel carcere dell'Aquila. L'udienza di convalida del provvedimento è prevista per oggi.

L'INDAGINE

L'inchiesta è nata dal costante raccordo tra il personale specializzato della Squadra mobile e gli operatori dei centri di accoglienza straordinaria presenti sul territorio provinciale. Un'attività di ascolto e approfondimento delle informazioni, finalizzata a individuare eventuali situazioni meritevoli di attenzione investigativa. È in questo contesto che sono emersi gli elementi relativi a una traversata partita dalle coste libiche e conclusasi a Lampedusa il 20 maggio 2025, con almeno 22 migranti a bordo. Secondo la ricostruzione degli inquirenti, l'egiziano avrebbe avuto il compito di condurre l'imbarcazione, nell'ambito di un'organizzazione criminale con base in Libia, impegnata nella gestione dei centri di raccolta dei migranti e nell'organizzazione dei trasferimenti verso l'Italia. Il prezzo richiesto sarebbe stato di circa 3.500 euro per ciascun passeggero. Un sistema che, secondo l'accusa, avrebbe operato attraverso una rete criminale attiva in più Stati, esponendo le persone trasportate a gravi pericoli per la loro vita e incolumità.

Gli investigatori hanno individuato anche altri due indagati, tra cui un minore, presenti sulla stessa imbarcazione. Uno avrebbe avuto il compito di gestire il telefono satellitare, l'altro di occuparsi del carburante del motore. Tre uomini con mansioni diverse, dunque, che secondo l'ipotesi investigativa avrebbero contribuito all'organizzazione e all'esecuzione della traversata.

IL CALVARIO DEL MIGRANTE

Un contributo determinante alla ricostruzione della vicenda è arrivato dalle dichiarazioni di uno dei migranti trasferiti nell'Aquilano dopo lo sbarco. Agli agenti della Squadra mobile l'uomo ha raccontato il calvario vissuto prima di raggiungere le coste italiane, descrivendo un percorso segnato da violenze, privazioni della libertà e continue richieste di denaro. Giunto alla frontiera tra Sudan e Libia, sarebbe stato brutalmente picchiato dagli organizzatori del viaggio perché non era riuscito a versare in un'unica soluzione l'intera somma richiesta. Da quel momento, secondo il suo racconto, sarebbe cominciata una lunga prigionia, durata undici mesi, mentre i familiari cercavano di raccogliere il denaro necessario. Soltanto dopo il pagamento di ulteriori 3.500 euro sarebbe stato trasferito prima a Tripoli e successivamente a Zawiya, sulla costa libica.

Qui avrebbe trascorso altri due mesi all'interno di un centro nel quale erano trattenute tra le 300 e le 400 persone. È proprio durante la permanenza a Zawiya che il migrante avrebbe conosciuto l'egiziano finito ora in carcere all'Aquila. Il ventisettenne, secondo la testimonianza, non dormiva insieme agli altri ospiti della struttura, ma in un appartamento con gli addetti alle imbarcazioni. Una circostanza emersa dal racconto e ritenuta significativa dagli investigatori per ricostruirne il presunto ruolo nell'organizzazione.

I VIDEO DELLE VIOLENZE

Ma il lavoro della polizia non si è fermato alle dichiarazioni. Uno degli aspetti più importanti dell'inchiesta riguarda il materiale video recuperato dagli investigatori, sottoposto a un'attenta attività di esame e riscontro. Un filmato documenta il pestaggio subito dal migrante ascoltato dalla Squadra mobile, fornendo un elemento concreto a sostegno del suo racconto. Un secondo video riprende invece la traversata verso l'Italia. Nelle immagini, secondo quanto riferito dalla polizia, è visibile il ventisettenne egiziano mentre conduce l'imbarcazione, insieme agli altri due soggetti successivamente indagati. Proprio l'incrocio tra il racconto del migrante e il contenuto dei filmati ha consentito agli investigatori di raccogliere elementi a sostegno dell'ipotesi accusatoria. Un lavoro minuzioso, che ha permesso di ricostruire non soltanto le condizioni in cui sarebbe maturata la partenza dalla Libia, ma anche i compiti affidati ai presunti componenti dell'organizzazione durante il viaggio.

Particolarmente significativo un altro passaggio della testimonianza. Prima della partenza, l'egiziano avrebbe ricevuto precise istruzioni dal capo dell'organizzazione criminale in Libia. In caso di avvistamento di un'imbarcazione europea avrebbe dovuto gettare in mare il dispositivo Gps e, nell'eventualità di un controllo, dichiarare di essere un migrante come tutti gli altri. Una versione che anche i passeggeri, secondo le indicazioni ricevute, avrebbero dovuto confermare. Un accorgimento che, nella ricostruzione investigativa, sarebbe stato finalizzato a nascondere il ruolo dello scafista e a ostacolarne l'identificazione.

DALLO SBARCO AL FERMO

Dopo l'arrivo a Lampedusa, il 20 maggio 2025, e le operazioni di fotosegnalamento nell'hotspot, due dei tre indagati, tra cui il ventisettenne egiziano, erano stati trasferiti il successivo 23 maggio in due centri di accoglienza straordinaria nella zona dell'Aquila. Nelle stesse strutture erano giunti anche alcuni dei migranti che avevano affrontato la traversata. È proprio da questa circostanza che la Squadra mobile aquilana ha potuto sviluppare gli approfondimenti investigativi, raccogliendo il racconto di una delle persone trasportate e acquisendo il materiale utile a ricostruire la vicenda.

Nel provvedimento firmato dal pubblico ministero Bigiarini vengono contestate le aggravanti legate al numero delle persone trasportate, all'esposizione a pericolo per la loro vita e incolumità, alla partecipazione di più soggetti e alla finalità di profitto. L'accusa richiama inoltre il contributo di un'organizzazione criminale transnazionale, il concorso con un minorenne e i trattamenti inumani o degradanti ai quali sarebbe stata sottoposta almeno una delle persone trasportate. Il ventisettenne è ora detenuto nel carcere dell'Aquila, in attesa della decisione del giudice sulla convalida del fermo. Le contestazioni dovranno essere vagliate nelle successive fasi del procedimento, nel rispetto della presunzione di innocenza. L'indagine, unica nel suo genere sul territorio, rappresenta intanto un importante risultato investigativo della polizia aquilana, riuscita a ricostruire, attraverso testimonianze e riscontri video, una vicenda che dalle violenze nei centri di raccolta libici conduce fino alle coste italiane. Una vicenda nella quale il racconto di un migrante ha permesso di far emergere i meccanismi di un'organizzazione che, secondo l'accusa, trasformava il desiderio di raggiungere l'Europa in un affare da migliaia di euro.

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