Avezzano

Giustizia, Woodcock: «Io voto no perché questo referendum non aiuta le persone»

14 Febbraio 2026

Il magistrato napoletano attacca la politica: «Ingerenze inopportune, il ministro della giustizia non può dire “Ti disprezzo” al procuratore Gratteri»

AVEZZANO. «Non è un referendum sulla separazione delle carriere». Henry John Woodcock scuote subito la sala Irti di Avezzano e ribalta il punto di vista sul quesito referendario. Ieri sera c'era un pubblico attento e partecipe per un dibattito serrato ma ordinato su uno dei temi più divisivi del momento. L’incontro, dal titolo “Perché votare no”, ha trasformato la sala in un laboratorio di confronto civile, dove si sono ritrovati magistrati, avvocati, amministratori e semplici cittadini. Tra i presenti anche il procuratore della Repubblica di Avezzano, Maurizio Maria Cerrato, il sostituto procuratore Roberta D’Avolio, numerosi legali del foro marsicano e il sindaco Gianni Di Pangrazio. A guidare il confronto è stato Domenico Ranieri, caporedattore del quotidiano il Centro, mentre il coordinamento dell’iniziativa è stato affidato a Nazzareno Di Matteo, il quale ha brillantemente introdotto i lavori e alla fine. ha espresso «compiacimento per la folta e interessata presenza di pubblico». Woodcock, magistrato in servizio alla procura di Napoli, noto per inchieste di forte impatto mediatico come il Savoiagate, Vallettopoli e P4, è intervenuto per illustrare le ragioni della contrarietà alla riforma.

Il clima è stato quello di un’assemblea pubblica consapevole della delicatezza del passaggio referendario. Non slogan, ma argomentazioni giuridiche e costituzionali. Non un comizio, ma un’analisi che ha toccato il nodo dell’autonomia e dell’indipendenza della magistratura, principi che la Costituzione pone a presidio dello stato di diritto. Woodcock ha esordito con una presa di posizione netta: «Secondo me è un quesito critico e topico della questione separazione della carriera, cioè noi e voi non andremo a votare sulla separazione». Secondo il magistrato, il cuore del problema sarebbe altrove, in particolare nel meccanismo di selezione attraverso sorteggio per l’elezione dei componenti dell’organo di autogoverno. «L’elezione dei membri di un organo di rilevanza costituzionale debba essere affidata a una specie di lotteria, neanche di fine anno, una lotteria di Natale. Ma poi soprattutto, al di là delle espressioni, attraverso il sorteggio. Non conosciamo i decreti attuativi».

Una critica che si è fatta ancora più esplicita quando ha aggiunto: «La regola dell’"uno vale uno" non ha senso. È una regola assurda. Ci sono dei colleghi che sono dotti dal punto di vista giuridico ma che, collocati al Csm, farebbero danni incommensurabili. Il vincolo della rappresentatività è uno dei fondamenti dello stato democratico». Woodcock ha voluto precisare che la sua non è una posizione ideologica: «A prescindere dal fatto che non sono mai stato iscritto alle correnti e la mia non è una scelta ideologica». E ancora, con un’immagine efficace: «La crocetta non va messa sulla separazione delle carriere ma sulla metaforica ordinazione da minestrone. È questa la grande scelta di responsabilità. È un quesito, quello della separazione delle carriere, messo insieme al sorteggio e all’Alta corte, proprio come un minestrone».

Il magistrato napoletano ha insistito su un punto che ha attraversato tutto il suo intervento: il rischio di indebolimento dell’ordine giudiziario. «Questo referendum e l’eventuale sì indeboliranno l’ordine giudiziario perché quando costituisci un ordine di governo in cui i magistrati vengono presi a sorte e irrobustisci la componente laica, è chiaro che la magistratura si indebolisce. Una magistratura più debole a chi conviene?». Nel suo ragionamento, l’indebolimento non sarebbe un tema corporativo, ma sociale: «È una riforma che va in tasca ai poveri disgraziati, alla povera gente. Non mi interessa granché della magistratura ma della povera gente. Il sì porterebbe a una magistratura debole e non se la prenderà con il colletto bianco ma con i disgraziati».

Il riferimento ai diritti e alle garanzie dei cittadini è stato costante, così come l’allarme su un contesto più ampio: «Per andare a votare la separazione scalfisci quelli che sono dei principi fondamentali della democrazia. Oggi stiamo vivendo una crisi seria dei valori democratici. Questo mi mette un po’ paura». E ancora: «Un sì proposto nel contesto di una serie di riforme in cui c’è il fermo preventivo. Lo dico ai miei amici avvocati, ultimo baluardo della libertà».

Non sono mancati passaggi critici anche verso il sistema politico e istituzionale. «Chi dice che il magistrato deve essere apolitico? Io avrei paura di uno che non ha un’idea. Anche il centro sinistra ha fatto danni. L’abolizione del pretore, le preture circondariali. La temporaneità dell’ufficio direttivo ha creato ansia di prestazione». E in un riferimento diretto a dinamiche recenti: «Il ministro della Giustizia che dice al procuratore generale che lo disprezza è una cosa gravissima, ma dove siamo? E mi meraviglio che nessuno dell’opposizione abbia chiesto le sue dimissioni». Infine un monito rivolto ai cittadini e al sistema dell’informazione: «Chi non ha capito l’argomento non può andare a votare dopo aver visto la televisione. Non puoi dare una spallata alla Costituzione se non hai capito cosa stai andando a votare. E la stampa ha una responsabilità enorme». E ancora, chiarendo cosa secondo lui non è in gioco: «Quando andrete a votare non voterete per evitare gli errori giudiziari o per fare in modo che non ci siano più casi come quello di Tortora. Ma non c’entra questo con il quesito referendario».

A introdurre il contributo dell’avvocato Alfredo Chiantini è stato Domenico Ranieri, che nel moderare l’incontro ha sottolineato come, oltre alla radicalizzazione tra sì e no, esista anche «un limbo» di cittadini ancora indecisi, da accompagnare verso una scelta informata. Chiantini ha portato l’attenzione su un aspetto specifico della riforma: «Avrei preferito che i magistrati presenti nella commissione che hanno ricoperto un ruolo politico precedentemente si fossero astenuti e fatto un passo indietro». E ha aggiunto una riflessione personale: «Io personalmente sono in crisi perché ciò che mi sta più a cuore è la questione dell’Alta corte di disciplina. Il problema è che il magistrato può fare ricorso solo alla stessa alta corte». Un passaggio che ha aperto una riflessione tecnica sul sistema disciplinare e sui possibili effetti della riforma, dimostrando come il confronto non sia stato solo ideologico ma anche giuridico.

L’incontro si è svolto in un clima di ascolto e rispetto reciproco. La presenza del procuratore Maurizio Maria Cerrato e del sostituto Roberta D’Avolio, insieme a numerosi avvocati e cittadini, ha confermato la rilevanza del tema anche a livello territoriale. Il sindaco Gianni Di Pangrazio ha portato il saluto istituzionale della città, inserendo il dibattito nel quadro più ampio della partecipazione democratica. L’obiettivo dichiarato dell’iniziativa era offrire strumenti di conoscenza e riflessione consapevole. In una fase segnata da polarizzazioni e semplificazioni, la sala irti di Avezzano si è trasformata, per un pomeriggio, in un luogo di approfondimento autentico, dove il referendum è stato discusso non come bandiera, ma come snodo delicato dell’equilibrio tra poteri dello stato e tutela dei diritti dei cittadini.

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