Il malore in cella e poi la morte, nei guai tre medici del carcere di Sulmona

La procura contesta agli operatori di non aver condotto gli accertamenti utili a evitare il peggio. Pietro Guccione sarebbe stato sottoposto a controlli non altezza della sintomatologia
SULMONA. L’accusa è quella di omicidio colposo in concorso per aver «omesso di adottare gli opportuni e tempestivi accertamenti in presenza di un quadro clinico tale da consentire una sicura insorgenza di complicazioni cardiache». È questa la contestazione che il sostituto procuratore della Repubblica di Sulmona, Stefano Iafolla, ha formulato nei confronti di tre medici del carcere di massima sicurezza di Sulmona che il prossimo 7 luglio dovranno comparire davanti al giudice per le udienze preliminari.
Un caso di presunta responsabilità sanitaria all’interno della casa di reclusione di Sulmona che riguarda il decesso di Pietro Guccione, avvenuto a seguito di gravi complicazioni cardiache che, secondo l’accusa, avrebbero potuto essere prevenute con accertamenti tempestivi e adeguati. I fatti risalgono a dicembre 2022, periodo in cui l’uomo manifestò un malessere generale.
Da una prima visita medica, però, i parametri vitali risultavano nella norma tanto da consigliare un approfondimento cardiologico. Così, nei giorni successivi, il detenuto venne sottoposto a ulteriori controlli da parte del personale sanitario della struttura. Tuttavia, secondo quanto emerge dagli atti, nel corso di tali visite non sarebbero stati eseguiti né riportati accertamenti specifici di natura cardiologica, come un elettrocardiogramma o altre indagini specialistiche, ritenute necessarie in relazione ai sintomi riferiti e al profilo di rischio del paziente. Il quadro clinico si sarebbe infatti poi progressivamente aggravato, fino al decesso, avvenuto pochi giorni dopo.
La causa della morte è stata individuata in un tamponamento cardiaco subacuto, determinato dalla fuoriuscita lenta di sangue nella cavità pericardica a seguito della lacerazione della parete del ventricolo sinistro, riconducibile a un infarto miocardico. Secondo l’impianto accusatorio, un intervento diagnostico completo e tempestivo – comprensivo di visita cardiologica specialistica, esame elettrocardiografico ed ecografico – avrebbe consentito di intercettare a tempo debito i segnali dell’infarto già in atto.
Ciò avrebbe reso possibile l’avvio di terapie e procedure adeguate al quadro clinico così ravvisato, quelle cioè potenzialmente in grado di evitare l’evoluzione fatale della patologia. Il procedimento riguarda il personale sanitario in servizio nell’istituto penitenziario, chiamato a rispondere, a vario titolo, di responsabilità colposa per la mancata osservanza delle buone pratiche clinico-assistenziali.
I tre medici dovranno ora rispondere di omicidio colposo in concorso. Toccherà al gup decidere se ricorrano i presupposti per mandare gli imputati a giudizio. A chiedere giustizia sono i familiari di Guccione che, tramite l’avvocato Carlo De Pascale, sono pronti a chiedere un maxi risarcimento e a costituirsi parti civili.
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