A volte basta un semplice gesto. Il sorriso di un bambino, la mano tesa di un anziano, un “grazie” pronunciato con gratitudine e riconoscenza. Gli alpini sono sempre lì: dalle alluvioni ai terremoti, dalle missioni di soccorso passando per le attività di routine. La presenza delle penne nere è una costante e una certezza, anche nel supporto alla Protezione civile. Lo sa bene Costanzo Marcanio, 56 anni, di Celano, appena eletto alla presidenza della Sezione Abruzzi dell’Ana.
Una nomina condivisa, a cui – spiega – si è arrivati con un lavoro unitario, sotto la guida del presidente uscente
Pietro D’Alfonso. Si chiama sezione Abruzzi, ma incorpora anche una piccola sezione del Lazio.
Presidente, quanti iscritti ha l’Ana Abruzzi?
«Circa 10mila: 7mila alpini e 3mila amici degli alpini. I primi sono penne nere in congedo, mentre gli oltre tremila volontari che non hanno fatto la leva condividono lo spirito e i valori degli alpini».
Citiamoli questi valori, ne vale al pena...
«Vede, dentro c’è un po’ di tutto. L’attaccamento alle proprie radici, il volontariato, mettere il noi davanti all’io. È la cosa più importante, in un momento storico in cui avviene esattamente il contrario. Valori che cerchiamo di trasmettere alle giovani generazioni, anche entrando nelle scuole, non per parlare della guerra, ma di pace».
Facciamo un passo indietro: come si è arrivati alla sua elezione?
«Sono iscritto dal 1991 alla sezione Ana Abruzzi. Nel 2014 ho iniziato a lavorare per l’adunata nazionale che si è svolta all’Aquila nel 2015, ero responsabile della viabilità, data la mia esperienza nella sicurezza negli eventi. Negli ultimi anni sono stato tesoriere e revisore dei conti della sezione Abruzzi: conoscevo bene i movimenti che si creano all’interno del direttivo sezionale. Così, è uscito il mio nome».
Quanto resterà in carica?
«Tre anni, fino al 2028».
Ha già un’idea progettuale per il suo mandato?
«Mantenere ciò che ha creato il presidente D’Alfonso, ovvero un ottimo rapporto con tutte le sezioni italiane. Ma anche potenziare la nostra protezione civile e cercare di portare l’Abruzzo a livello molto alto correggendo piccole sbavature emerse in caso di emergenza».
Il ruolo degli alpini è fondamentale nelle catastrofi naturali. Come vive questa responsabilità?
«Ogni intervento è una sfida contro il tempo. Siamo stati chiamati in Toscana e Calabria per le alluvioni, lo scorso anno abbiamo fornito supporto logistico nell’incendio di Sulmona e in Puglia dove facciamo opera di avvistamento e intervento: è una zona che curiamo molto perché abbiamo mezzi ad Atessa, all’Aquila e a Sulmona, e personale qualificato».
Non dimentichiamo il sisma del 2009 e quello 2016. Lei era presente?
«Assolutamente, in prima linea come tutti i miei colleghi. Nel terremoto dell’Aquila abbiamo ricevuto un aiuto importantissimo dall’Ana nazionale, con tutti i gruppi che hanno allestito i campi e fornito un supporto sanitario. Ma siamo stati anche nel sisma dell’Emilia Romagna e ad Amatrice dove, tra le tante cose, abbiamo realizzato piccole scuole con casette in legno per non lasciare i bambini senza un punto di ritrovo».
Come viene formato il personale?
«Partecipa a corsi di addestramento per avere la preparazione adeguata per intervenire in ogni occasione. All’Aquila e Sulmona abbiamo unità cinofile che hanno la capacità di guidare gli alpini nella ricerca dei dispersi. Poi, ci sono le attività di volontariato nelle scuole, tra gli anziani».
Quanti interventi fate ogni anno in Abruzzo e fuori regione?
«Una stima è difficile: siamo sempre pronti a partire. Abbiamo creato un polo logistico a Pratola Peligna, che serve tutto il Centro Italia, dove sono allocati i mezzi della protezione civile. La convenzione con la Regione Abruzzo ci consente di finanziare i servizi minimi di cui abbiamo bisogno».
Cosa spinge gli alpini ad adoperarsi così tanto per la comunità?
«La passione, il senso di responsabilità, l’attaccamento al territorio. Bisogna credere in questi valori».
C’è un momento che l’ha toccata particolarmente?
«Due anni fa sono stato sul monte Pasubio, in Veneto, dove sono caduti tanti soldati italiani. Ho toccato con mano il sacrificio di chi è morto per la libertà. Salendo su per le 52 gallerie, tra le trincee, piangevo come un bambino: è qualcosa che ti cambia dentro».