Intervista esclusiva a La Russa: «I giudici dell’Aquila inventano il reato di speranza»

17 Marzo 2026

Il presidente del Senato: «Contestano la voglia di una madre di unire la famiglia e riabbracciare i figli»

L’AQUILA. «I giudici del tribunale per i minorenni dell’Aquila hanno inventato il reato di speranza. Contestano a una madre il fatto stesso di augurarsi di poter riavere presto i propri figli con sé». Ignazio La Russa, presidente del Senato e seconda carica dello Stato, interviene con decisione nel caso della famiglia anglo-australiana di Palmoli. Al telefono con il Centro, la sua voce tradisce un misto di stupore e fermezza. La complessa vicenda dei “bambini del bosco”, separati dai genitori dalle ordinanze del tribunale aquilano, ha superato da tempo i confini abruzzesi e acceso uno scontro istituzionale senza precedenti, a pochi giorni dal referendum sulla giustizia. Da una parte le dure accuse di Giorgia Meloni e Matteo Salvini ai magistrati, dall’altra l’invio degli ispettori ministeriali deciso da Carlo Nordio. In questo clima di altissima tensione, si inserisce l’iniziativa di La Russa: come anticipato da questo giornale, riceverà a Palazzo Madama Catherine Birmingham, Nathan Trevallion e il loro avvocato Danila Solinas per ascoltare le ragioni della coppia. Un invito che ha scatenato reazioni immediate, spingendo ieri il presidente del Senato a diffondere un video: l’incontro si farà, ma mercoledì della prossima settimana. La Russa assicura di affrontare il caso con la lente del giurista e gli occhi di un padre.

Presidente, lei ha diffuso un video per chiarire la tempistica del suo incontro con i genitori di Palmoli. Le opposizioni l’hanno attaccata duramente per questa iniziativa.

«Non avevo fatto alcun annuncio proprio perché questo mercoledì non ero in condizioni di poter essere a Roma. È vero che mi era stato prospettato anche questo mercoledì, ma la cosa è sganciata dal referendum, perché io questo incontro l’avevo promosso da tempo. Quello che mi ha stupito è questa agitazione, per usare un termine molto moderato, di alcuni politici. Una reazione non rabbiosa, la chiamerei impaurita».

Paura di cosa?

«La sinistra è impaurita di vedere questo tema portato all’attenzione generale».

Ritiene che la sinistra tema una strumentalizzazione in vista del voto referendario?

«Non c’entra parlare di referendum. In questi mesi, a malapena ho fatto un’introduzione a un convegno, e solo perché era presente la Meloni. Su questo tema sono palesemente per il sì, soprattutto per una parte della riforma, quella del sorteggio e quella dell’Alta Corte. Ma tengo soprattutto al tema della partecipazione: credo che tutti debbano andare a votare in base alla convinzione sulla natura vera della riforma, non sulle fake news o sulle provocazioni. A fronte delle provocazioni a volte ci sono stati i falli di reazione, come si dice nel calcio. Ma la vicenda di questi poveri sfortunati bambini testimonia un’altra cosa».

Che cosa?

«Che c’è qualcuno che si innervosisce appena si parla di una vicenda in cui si può lecitamente criticare un provvedimento giudiziario. Per quanto mi riguarda, io critico questo provvedimento, senza venir meno al mio rispetto per i magistrati, che è proverbiale. La verità è che, in nome del No, qualcuno è pronto a giustificare qualunque sentenza. Ciò che mi ha stupito è questa difesa senza entrare nel merito di un provvedimento. Che questo sia strumentale è evidente. Ma torniamo al fatto principale: i bambini. Credo sia veramente incredibile che si possano tenere separati dalla madre».

Lei ha avuto modo di leggere le motivazioni dell’ordinanza firmata dal tribunale per i minorenni?

«Sì, l’ho letta, me l’ha fatta conoscere la deputata Brambilla. A un certo punto compare una specie di reato di speranza».

Cosa intende?

«Contestano alla madre la sua speranza che finisse tutto presto e che la famiglia fosse riunita. Scrivono “per qualche ragione”, come a dire: ma come poteva solo pensare una cosa del genere? Come se non fosse normale che una madre in una condizione simile speri di riabbracciare i figli al più presto. Anche se fosse irragionevole, e in questo caso non lo era. Una cosa è certa: la speranza non si censura mai. E invece, in questo caso, i giudici lo hanno fatto. Questo provvedimento mi ha lasciato interdetto».

L’ordinanza dei giudici traccia un solco netto. Parla in termini durissimi della madre, ma sembra avere un approccio diverso verso il padre.

«Sapete perché questo provvedimento è sbagliato? Hanno separato i bimbi dalla madre, dicendo che lei era incompatibile. Del padre, invece, parlano benissimo. A questo punto, mi chiedo: perché non affidarli fin da subito al padre, visto che con lui, per stessa ammissione dei giudici, i bambini hanno un rapporto bellissimo? Trovo incomprensibile questo provvedimento».

Quindi è dalla parte dei genitori?

«Io sono dalla parte dei bambini, punto. Ma so anche che avere un genitore “così così” è meglio che essere strappati da loro. A meno che, naturalmente, questi genitori non facciano cose drammatiche. E non mi sembra questo il caso: se si parla tanto bene del padre, non siamo certo nella condizione di allontanare questi bambini».

Già lo scorso 16 dicembre aveva rivolto un appello ai magistrati, chiedendo una decisione prima di Natale.

«È la prova che il mio invito in Senato non c’entra niente col referendum. Se non ci fosse stato l’equivoco della data, non avrei neanche accennato alla possibilità di incontrare i genitori».

Cosa l’aveva impressionata maggiormente quando il caso esplose a livello mediatico?

«Mi aveva impressionato il fatto che separassero dei bambini, anziché, magari, fare in modo di dare prescrizioni. Come dire: non frequentano la scuola? Ti do l’obbligo di istruirli meglio. Non hanno l’acqua? Ti obbligo ad averla, di mettere un bagno, cambia casa, ti do il tempo. In questo caso, invece, mi è sembrato proprio il tentativo non tanto e non solo di decidere che i figli abbiano una condizione migliore, ma soprattutto che le famiglie seguano un diktat comportamentale e culturale imposto dallo Stato. I figli, entro certi limiti accettabili, sono dei genitori. Non sono dello Stato, dei giudici o della politica. Far prevalere un cliché predeterminato contrasta con la volontà di affidare ai genitori l'educazione».

Una questione ideologica, secondo lei?

«Spesso si parla di obbligo di condizioni di vita serene. Ma non mi pare siano mai stati sottratti i figli a immigrati costretti a vivere in case fatiscenti, per non parlare poi dei rom. Quindi sì, nel caso di Palmoli mi è sembrata quasi una scelta di ordine ideologico, prima che in favore dei figli. Per questo mi sono subito speso. E la stessa cosa dirò mercoledì prossimo a questi genitori: voglio praticare anche verso di loro una moral suasion, affinché possano cercare di essere il più accomodanti possibile pur di riavere i bambini».

In molti hanno definito questa coppia come "hippy" o "fricchettoni". Le sembra singolare doversi trovare a difendere uno stile di vita così lontano dalle sue posizioni politiche e culturali?

«Non mi sono minimamente interessato di cosa pensano e cosa desiderano il padre e la madre di questi bambini. Da papà di tre figli maschi, davanti ai miei occhi c’è solo l'immagine di bambini strappati ai loro genitori. Io non difendo il loro stato, il loro modo di essere, non difendo neanche la loro scelta di tornare indietro di un secolo e di vivere peggio delle condizioni di alcuni miei poveri compagni delle elementari in Sicilia. Chi sono io per giudicare lo stile di vita altrui?».

Un paragone con l’Italia del passato.

«Quando io ero ragazzino, metà dei miei compagni di scuola non avevano l'acqua calda e qualcuno non aveva manco l'acqua fredda. E sono cresciuti con i loro genitori, con l'affetto che ha supplito alle mancanze. Adesso è giusto avere attenzione per le condizioni di vita, nei limiti dell'accettabile. Quello che fanno non mi piace, ma è una scelta loro. La conseguenza non può essere mai quella di strappare i figli e di tenerli separati dai genitori per tutto questo tempo. Si arrabbino pure i soloni di sinistra e del campo largo. Sì, perché ho visto che è intervenuta anche una deputata dei 5 stelle: e dal momento che è donna, mi ha colpito ancora di più».

Oggi, su iniziativa del Guardasigilli Carlo Nordio, arrivano all’Aquila gli ispettori del ministero della Giustizia.

«Ciò che la legge consente di fare non posso certo dire che è sbagliato. Specie in una vicenda come questa, visto che si è addirittura deciso di cacciare la madre dalla struttura protetta e di disporre il trasferimento dei figli. Gli ispettori, con un compito di pura e mera ispezione quasi amministrativa, vogliono semplicemente esaminare ciò che è accaduto. Insomma: così come non ho chiesto l’ispezione ministeriale, così non la condanno».

Il Tribunale basa gran parte delle sue decisioni sulle relazioni degli assistenti sociali. Un ruolo, in questo caso, duramente contestato dalle difese.

«Per cento assistenti sociali che sono encomiabili e fanno il loro mestiere in modo prezioso, c’è una quota, fosse anche l’uno per cento sarebbe troppa, che è molto criticata. In questi giorni ho ricevuto una serie infinita di messaggi in questa direzione. Alcuni assistenti sociali sono troppo rigidi dal punto di vista culturale e ideologico. Mettiamola così, per essere cauti. Mi auguro e sono certo che sia una quota piccola, mentre la stragrande maggioranza di loro, lo ribadisco, fa silenziosamente bene il proprio lavoro».

Mercoledì prossimo riceverà Catherine e Nathan in Senato. Quale sarà il suo messaggio diretto per loro?

«Darò innanzitutto loro la mia vicinanza. Li inviterò a cercare qualunque via di uscita senza irrigidirsi in posizioni prevenute o, per riprendere il termine che ha usato lei prima, in “culture da fricchettone”, anche se non è una mia espressione e non la utilizzerò con loro. Ricorderò che, se ritengono che la cosa più importante sia riabbracciare e tenere i loro figli, dovranno andare in questa direzione. Dimostrerò grande solidarietà, per quel poco che posso rappresentare. E se ne facciano una ragione quelli di sinistra: non saranno le loro parole a impedirmi di incontrarli».

La complessa vicenda dei “bambini del bosco”, separati dai genitori dalle ordinanze del tribunale aquilano, ha superato da tempo i confini abruzzesi e acceso uno scontro istituzionale senza precedenti, a pochi giorni dal referendum sulla giustizia. Da una parte le dure accuse di Giorgia Meloni e Matteo Salvini ai magistrati, dall’altra l’invio degli ispettori ministeriali deciso da Carlo Nordio. In questo clima di altissima tensione, si inserisce l’iniziativa di La Russa: come anticipato da questo giornale, riceverà a Palazzo Madama Catherine Birmingham, Nathan Trevallion e il loro avvocato Danila Solinas per ascoltare le ragioni della coppia. Un invito che ha scatenato reazioni immediate, spingendo ieri il presidente del Senato a diffondere un video: l’incontro si farà, ma mercoledì della prossima settimana. La Russa assicura di affrontare il caso con la lente del giurista e gli occhi di un padre.

Presidente, lei ha diffuso un video per chiarire la tempistica del suo incontro con i genitori di Palmoli. Le opposizioni l’hanno attaccata duramente per questa iniziativa.

«Non avevo fatto alcun annuncio proprio perché questo mercoledì non ero in condizioni di poter essere a Roma. È vero che mi era stato prospettato anche questo mercoledì, ma la cosa è sganciata dal referendum, perché io questo incontro l’avevo promosso da tempo. Quello che mi ha stupito è questa agitazione, per usare un termine molto moderato, di alcuni politici. Una reazione non rabbiosa, la chiamerei impaurita».

Paura di cosa?

«La sinistra è impaurita di vedere questo tema portato all’attenzione generale».

Ritiene che la sinistra tema una strumentalizzazione in vista del voto referendario?

«Non c’entra parlare di referendum. In questi mesi, a malapena ho fatto un’introduzione a un convegno, e solo perché era presente la Meloni. Su questo tema sono palesemente per il sì, soprattutto per una parte della riforma, quella del sorteggio e quella dell’Alta Corte. Ma tengo soprattutto al tema della partecipazione: credo che tutti debbano andare a votare in base alla convinzione sulla natura vera della riforma, non sulle fake news o sulle provocazioni. A fronte delle provocazioni a volte ci sono stati i falli di reazione, come si dice nel calcio. Ma la vicenda di questi poveri sfortunati bambini testimonia un’altra cosa».

Che cosa?

«Che c’è qualcuno che si innervosisce appena si parla di una vicenda in cui si può lecitamente criticare un provvedimento giudiziario. Per quanto mi riguarda, io critico questo provvedimento, senza venir meno al mio rispetto per i magistrati, che è proverbiale. La verità è che, in nome del No, qualcuno è pronto a giustificare qualunque sentenza. Ciò che mi ha stupito è questa difesa senza entrare nel merito di un provvedimento. Che questo sia strumentale è evidente. Ma torniamo al fatto principale: i bambini. Credo sia veramente incredibile che si possano tenere separati dalla madre».

Lei ha avuto modo di leggere le motivazioni dell’ordinanza firmata dal tribunale per i minorenni?

«Sì, l’ho letta, me l’ha fatta conoscere la deputata Brambilla. A un certo punto compare una specie di reato di speranza».

Cosa intende?

«Contestano alla madre la sua speranza che finisse tutto presto e che la famiglia fosse riunita. Scrivono “per qualche ragione”, come a dire: ma come poteva solo pensare una cosa del genere? Come se non fosse normale che una madre in una condizione simile speri di riabbracciare i figli al più presto. Anche se fosse irragionevole, e in questo caso non lo era. Una cosa è certa: la speranza non si censura mai. E invece, in questo caso, i giudici lo hanno fatto. Questo provvedimento mi ha lasciato interdetto».

L’ordinanza dei giudici traccia un solco netto. Parla in termini durissimi della madre, ma sembra avere un approccio diverso verso il padre.

«Sapete perché questo provvedimento è sbagliato? Hanno separato i bimbi dalla madre, dicendo che lei era incompatibile. Del padre, invece, parlano benissimo. A questo punto, mi chiedo: perché non affidarli fin da subito al padre, visto che con lui, per stessa ammissione dei giudici, i bambini hanno un rapporto bellissimo? Trovo incomprensibile questo provvedimento».

Quindi è dalla parte dei genitori?

«Io sono dalla parte dei bambini, punto. Ma so anche che avere un genitore “così così” è meglio che essere strappati da loro. A meno che, naturalmente, questi genitori non facciano cose drammatiche. E non mi sembra questo il caso: se si parla tanto bene del padre, non siamo certo nella condizione di allontanare questi bambini».

Già lo scorso 16 dicembre aveva rivolto un appello ai magistrati, chiedendo una decisione prima di Natale.

«È la prova che il mio invito in Senato non c’entra niente col referendum. Se non ci fosse stato l’equivoco della data, non avrei neanche accennato alla possibilità di incontrare i genitori».

Cosa l’aveva impressionata maggiormente quando il caso esplose a livello mediatico?

«Mi aveva impressionato il fatto che separassero dei bambini, anziché, magari, fare in modo di dare prescrizioni. Come dire: non frequentano la scuola? Ti do l’obbligo di istruirli meglio. Non hanno l’acqua? Ti obbligo ad averla, di mettere un bagno, cambia casa, ti do il tempo. In questo caso, invece, mi è sembrato proprio il tentativo non tanto e non solo di decidere che i figli abbiano una condizione migliore, ma soprattutto che le famiglie seguano un diktat comportamentale e culturale imposto dallo Stato. I figli, entro certi limiti accettabili, sono dei genitori. Non sono dello Stato, dei giudici o della politica. Far prevalere un cliché predeterminato contrasta con la volontà di affidare ai genitori l'educazione».

Una questione ideologica, secondo lei?

«Spesso si parla di obbligo di condizioni di vita serene. Ma non mi pare siano mai stati sottratti i figli a immigrati costretti a vivere in case fatiscenti, per non parlare poi dei rom. Quindi sì, nel caso di Palmoli mi è sembrata quasi una scelta di ordine ideologico, prima che in favore dei figli. Per questo mi sono subito speso. E la stessa cosa dirò mercoledì prossimo a questi genitori: voglio praticare anche verso di loro una moral suasion, affinché possano cercare di essere il più accomodanti possibile pur di riavere i bambini».

In molti hanno definito questa coppia come "hippy" o "fricchettoni". Le sembra singolare doversi trovare a difendere uno stile di vita così lontano dalle sue posizioni politiche e culturali?

«Non mi sono minimamente interessato di cosa pensano e cosa desiderano il padre e la madre di questi bambini. Da papà di tre figli maschi, davanti ai miei occhi c’è solo l'immagine di bambini strappati ai loro genitori. Io non difendo il loro stato, il loro modo di essere, non difendo neanche la loro scelta di tornare indietro di un secolo e di vivere peggio delle condizioni di alcuni miei poveri compagni delle elementari in Sicilia. Chi sono io per giudicare lo stile di vita altrui?».

Un paragone con l’Italia del passato.

«Quando io ero ragazzino, metà dei miei compagni di scuola non avevano l'acqua calda e qualcuno non aveva manco l'acqua fredda. E sono cresciuti con i loro genitori, con l'affetto che ha supplito alle mancanze. Adesso è giusto avere attenzione per le condizioni di vita, nei limiti dell'accettabile. Quello che fanno non mi piace, ma è una scelta loro. La conseguenza non può essere mai quella di strappare i figli e di tenerli separati dai genitori per tutto questo tempo. Si arrabbino pure i soloni di sinistra e del campo largo. Sì, perché ho visto che è intervenuta anche una deputata dei 5 stelle: e dal momento che è donna, mi ha colpito ancora di più».

Oggi, su iniziativa del Guardasigilli Carlo Nordio, arrivano all’Aquila gli ispettori del ministero della Giustizia.

«Ciò che la legge consente di fare non posso certo dire che è sbagliato. Specie in una vicenda come questa, visto che si è addirittura deciso di cacciare la madre dalla struttura protetta e di disporre il trasferimento dei figli. Gli ispettori, con un compito di pura e mera ispezione quasi amministrativa, vogliono semplicemente esaminare ciò che è accaduto. Insomma: così come non ho chiesto l’ispezione ministeriale, così non la condanno».

Il Tribunale basa gran parte delle sue decisioni sulle relazioni degli assistenti sociali. Un ruolo, in questo caso, duramente contestato dalle difese.

«Per cento assistenti sociali che sono encomiabili e fanno il loro mestiere in modo prezioso, c’è una quota, fosse anche l’uno per cento sarebbe troppa, che è molto criticata. In questi giorni ho ricevuto una serie infinita di messaggi in questa direzione. Alcuni assistenti sociali sono troppo rigidi dal punto di vista culturale e ideologico. Mettiamola così, per essere cauti. Mi auguro e sono certo che sia una quota piccola, mentre la stragrande maggioranza di loro, lo ribadisco, fa silenziosamente bene il proprio lavoro».

Mercoledì prossimo riceverà Catherine e Nathan in Senato. Quale sarà il suo messaggio diretto per loro?

«Darò innanzitutto loro la mia vicinanza. Li inviterò a cercare qualunque via di uscita senza irrigidirsi in posizioni prevenute o, per riprendere il termine che ha usato lei prima, in “culture da fricchettone”, anche se non è una mia espressione e non la utilizzerò con loro. Ricorderò che, se ritengono che la cosa più importante sia riabbracciare e tenere i loro figli, dovranno andare in questa direzione. Dimostrerò grande solidarietà, per quel poco che posso rappresentare. E se ne facciano una ragione quelli di sinistra: non saranno le loro parole a impedirmi di incontrarli».

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