L’intervista a Don Giovanni Gatto: «Al momento non ho relazioni, ma è ora che la Chiesa cambi»

L’ex parroco di Tempera spiega al Centro la scelta di abbandonare il sacerdozio; «Non posso ignorare la mia dimensione affettiva, ho avuto amori veri. Bisogna ripensare il celibato»
L'AQUILA. «È arrivato il momento che la Chiesa cambi». Giovanni Gatto lo dice tra le lacrime. Non è uno sfogo, non è una provocazione. È una convinzione maturata in anni di silenzi, preghiere, notti insonni e discernimento. Cinquantuno anni, montebellunese, per vent’anni sacerdote. Gli ultimi da parroco a Tempera, una comunità ferita dal terremoto e ricucita anche grazie alla sua costante presenza. Oggi ha scelto di sciogliere i voti e lasciare l’abito. Al Centro, a cuore aperto, spiega il perché.
Come sta vivendo queste ore?
«Sono frastornato. Davvero. A un certo punto mi sono dovuto stendere sul letto per riprendere fiato. Troppe telefonate, troppe emozioni insieme. Compagni di seminario, amici preti da tutta Italia, persone che non sentivo da anni. È come se si fosse aperta una diga. Mi sto sentendo molto amato, non me l’aspettavo così tanto».
Si è innamorato?
(Sorride). «La verità è che mi sono accorto di non poter più ignorare la mia dimensione affettiva. Oggi non c’è una relazione in corso, ma nella mia vita ci sono stati amori veri. Dopo tanti anni di solitudine ho capito che qualcosa dentro di me si stava spegnendo. Non avevo storie, solo amicizie, ma sentivo che mi stavo negando una parte fondamentale di me». (Una pausa). «Negli ultimi tre o quattro anni quella sensazione è diventata sempre più forte. Non era più una tentazione. Era una domanda di verità».
Si è preso un anno per capirlo?
«Sì. Un anno sabbatico. Sono andato a Roma, in un alloggio che avevo a disposizione. Volevo fermarmi davvero. Pregare, riflettere, capire. Ho iniziato un percorso di psicoterapia individuale, mi sono scelto un padre spirituale, ho fatto discernimento serio. Mi sono costruito, come dico io, un “pacchetto ad hoc” per ascoltarmi fino in fondo. Perché la verità… ».
La verità?
«Volevo continuare a donarmi agli altri. Ma non a costo di spezzarmi. Ho capito che potevo servire in un modo diverso».
Perché non lasciare già anni fa, quando aveva vissuto altre storie?
«Perché ho sempre rispettato il diritto canonico. E perché pensavo che ce l’avrei fatta. Però dentro di me la domanda restava. Anche perché nella Chiesa cattolica i preti sposati esistono: nel rito orientale il celibato è facoltativo».
A cosa si riferisce?
«Ricordo un’intervista di Papa Francesco al Tg1. Disse che il celibato non è un dogma, che in futuro qualcosa potrebbe cambiare. Fece anche una battuta: “Non dobbiamo avere preti zitelli”. Eravamo a cena tra confratelli, ci guardammo e pensammo tutti la stessa cosa. Quelle parole mi hanno accompagnato».
È una difficoltà diffusa tra i sacerdoti?
«Tantissimo. Molto più di quanto si immagini. Io e altri abbiamo fatto rete da tempo. Ci confrontiamo. C’è chi ha dovuto chiudere relazioni dolorosamente, chi vive tutto di nascosto, chi soffre in silenzio. E qualcuno mi ha confessato che riusciva a fare meglio il prete quando aveva accanto una donna o un uomo».
Un uomo?
«Certo. Vale anche per chi è omosessuale. Non c’è una malattia da curare. C’è solo umanità da riconoscere. La vita affettiva non è un nemico della fede».
Si sente ancora uomo di chiesa?
«Assolutamente sì. Lo sarò sempre. La fede non dipende dall’abito. Gesù non mi lascia solo perché non sono più parroco. Ogni battezzato è Chiesa».
Cosa le mancherà di più?
(Risponde tra le lacrime). «La gente. I miei parrocchiani. Mi hanno voluto bene davvero. E mi mancherà la confessione. Per me non era un tribunale, era un incontro d’amore. Io assolvevo tutti. In quei momenti si aprivano loro e mi aprivo anch’io. Era Dio che passava lì in mezzo».
Continuerà ad aiutare il prossimo?
«Si, continuerò comunque ad ascoltare le persone. È quello che so fare».
Teme lo scandalo?
«Qualcuno ha già gridato allo scandalo quest’estate, quando aveva intuito qualcosa. Frecciatine, giudizi. Ma non sto facendo nulla di sbagliato. Sto solo cercando di essere vero. Sarebbe stato peggio restare e vivere una doppia vita».
Che futuro immagina adesso?
«Semplice. Una vita condivisa. Mi piacerebbe avere una donna accanto. Ancora non so chi sarà. Negli ultimi tempi qualcuna si è avvicinata con rispetto, ma ho detto a tutte di aspettare. Prima devo centrarmi su me stesso. Imparare ad amarmi. Poi verrà il resto».
Se tornasse indietro rifarebbe tutto?
«Sì, rifarei il sacerdote. È stata una scelta autentica, piena, bellissima. Ma forse, se tornassi ancora più indietro, ascolterei prima il mio cuore. A vent’anni pensavo di poter vivere senza un amore vero. Poi, quando l’ho sperimentato, ho capito che non era un dettaglio. Era vita».
È davvero arrivato il momento che la chiesa cambi?
Sì. È il momento. Se ne parla anche al Sinodo. Bisogna avere il coraggio di ripensare il celibato obbligatorio e magari riaccogliere i migliaia di sacerdoti che hanno lasciato per questo motivo. Non è una sconfitta della fede. È una questione di umanità. Io non sto lasciando Dio. Sto solo ritrovando Giovanni».
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