L’intervista all’ambasciatore Serra: «Non c’è Europa senza identità comuni e cultura»

Il diplomatico è stato insignito a Pescina con il Premio internazionale Mazzarino: «Così si rinnova il rapporto con la Francia instaurato dal cardinale abruzzese»
PESCINA. Il Gran Sasso e la Maiella innevati e le suggestive valli che si aprono sotto la montagna gli hanno rapito lo sguardo nel viaggio verso l’Abruzzo, «in uno spettacolo veramente bello». Un legame con la nostra terra di cui ha lodato la ricchezza umana e culturale e l’ospitalità. Ricevere il 31 gennaio scorso a Pescina il premio internazionale “Cardinale Giulio Raimondo Mazzarino” per la politica e la diplomazia è stata l’occasione per l’ambasciatore e scrittore italiano Maurizio Enrico Luigi Serra per riconfermare il rapporto con il cardinale abruzzese nato nel borgo montano: due uomini di dialogo e di cooperazione, che hanno sempre seguito la linea della pace seppur in due epoche storiche lontane. E che in Francia e in tutto il mondo hanno lasciato una traccia indelebile del loro operato e delle loro persone.
Serra è stato fregiato all’unanimità del titolo di “Immortel” dall’Academie française, la prestigiosa istituzione culturale parigina istituita nel 1635 dal cardinale Richelieu, predecessore di Mazzarino. Un titolo attribuito per la prima volta a un italiano e conferito a nomi illustri come Hugo, Veil, Yourcenar, per citarne alcuni. Una carriera d’eccezione per il diplomatico e intellettuale italiano che è stato testimone e spesso protagonista, operando nei maggiori contesti del dialogo internazionale, dei più grandi eventi del Novecento e primi Duemila. E che ha saputo trasformare, con una penna elegante come lo sono i suoi modi, l’esperienza professionale, la capacità letteraria e la caratura morale in libri, in cultura «da sentire e condividere».
Ambasciatore Serra, è stato insignito del Premio Mazzarino. Una giornata che non dimenticherà?
«A Pescina, alla presenza di ventitré sindaci e vice sindaci della Marsica e altre personalità, ho vissuto una delle cerimonie più calde e belle, ricevendo tantissima cordialità, per la quale sono grato a tutti. È stata una bellissima occasione per me poter contribuire al rapporto che storicamente si era instaurato tra l’Accademia di Francia e il cardinale Mazzarino, che ne fu protettore dopo il fondatore cardinale Richelieu».
Un legame con l’Abruzzo che si rinnova?
«Vengo spesso in Abruzzo per varie circostanze ed è una terra che conosco, ammiro, apprezzo sotto i suoi molteplici aspetti a cominciare dall’ospitalità. Sono stato a Teramo con l’Istituto diplomatico nella sede dell’Università. Conosco bene Pescara, anche per D’Annunzio di cui ho scritto una biografia. Sono un camminatore che ama fare le passeggiate, poi da Roma si arriva in poco tempo. Se pensiamo a Pescina, un piccolo comune che ha dato i natali a Mazzarino e due secoli dopo allo scrittore Ignazio Silone, è la dimostrazione della ricchezza umana e culturale del territorio».
Ha scelto la carriera diplomatica a 23 anni spinto, come lei stesso ha affermato, «dalla curiosità per il mondo». Ha contribuito l’essere cresciuto in casa “a pane e diplomazia”?
«Appena laureato e fresco di studi ho pensato subito di fare il concorso, è andato bene e l’ho vinto. Se fosse andato male avevo già un piano alternativo con una borsa di studio negli Usa».
Lavorare nella diplomazia l’ha aiutata a vedere le cose senza le lenti dell’ideologia?
«Ho cercato di conoscere delle realtà molto diverse dalla nostra come all’epoca era quella della Germania dell’Est e dell’Unione sovietica. Ho visto la realtà effettiva e sono stato un testimone del tramonto del blocco sovietico».
La diplomazia sta un po’ dietro le quinte dei grandi eventi, prepara il terreno, costruisce relazioni, lavora per sciogliere nodi inestricabili. In un mondo sempre più interconnesso e veloce, dove tutto cambia dinanzi ai nostri occhi, com’è il rapporto tra la diplomazia e il tempo?
«Tutti siamo sottoposti a questa velocità, anche nelle diverse professioni, ed è necessario riuscire ad adattarsi. Non è assolutamente facile perché rischia di portarci alla fretta che non è mai una buona accompagnatrice delle nostre decisioni. Come in tutti i campi è importante riuscire a servirci delle opportunità che ci danno le nuove tecnologie, ma senza esserne asserviti».
La diplomazia è cambiata?
«La diplomazia cambia in tutti i tempi, ne cambiano gli strumenti, ma non credo che cambi l’effettiva dimensione, l’obiettivo di trovare sempre la possibilità di contatto tra gli uomini, la politica e così via. La diplomazia serve a permettere di creare e potenziare le linee di dialogo, ma non esiste diplomazia senza politica: il diplomatico non può prendere le scelte che spettano al politico, ma può cercare di dare consigli. E in tempi recenti c’è ancor di più la necessità del dialogo».
Lei è nato a Londra e ha vissuto nelle maggiori capitali europee. È un cittadino del mondo e un cittadino europeo e nell’Académie française ha preso il posto, lo scranno 13, della prima presidente donna del Parlamento europeo, Simon Veil, che ha anche ricordato nel discorso di insediamento. Ma com’è cambiata l’Europa oggi?
«Mi dispiace molto constatare che c’è un arretramento, ma non tale da giustificare l’euroscetticismo e l’anti-europeismo. L’Europa era più piccola e più omogenea e avevamo puntato con decisione sulla Carta culturale: non si può avere un’Europa senza identità europea e non si può avere un’identità europea senza cultura. Un esame sui principali documenti europei degli ultimi dieci, dodici anni, forse anche di più, mettono in luce che la cultura è diventata una Cenerentola. E sul tema ho fatto anche una relazione in un convegno a Pistoia proprio dal titolo La cultura, Cenerentola d’Europa».
Cosa si prova a essere stato eletto Immortel dall’Académie française, all’unanimità e primo italiano nella storia?
«Il compito di difendere la cultura e la lingua è da prendere sul serio, perché impegna una certa rettitudine intellettuale».
Lei è anche un pluripremiato scrittore. Nei suoi libri ci sono la creativa originalità della letteratura e l’oggettività della conoscenza. Ma cosa rappresenta per lei la scrittura: una seconda vita, un’altra vita o una via di fuga?
«La scrittura è stato il modo per avvicinarmi a cose che mi hanno molto arricchito. In realtà ho sempre considerato che ci fosse una grande compatibilità tra la scrittura e la diplomazia. Anzi sono grato a quest’ultima perché mi ha permesso incontri che mi hanno impreziosito e dato una grande possibilità di curiosità e conoscenza che poi ho riversato nei miei libri».
Quindi la diplomazia è anche una grande occasione di letteratura?
«Certamente, perché la diplomazia è un grande palcoscenico, un grande teatro del mondo. Il diplomatico, a differenza del politico che deve prendere delle decisioni, spesso in fretta, ha un dovere di osservazione, di comprensione, di comunicare quello che gli sembra importante in un determinato contesto. Quindi è una carriera che di per sé, se si ha la vocazione, porta spesso a interrogarsi».
Ama definirsi un artigiano della letteratura. Perché?
«Ho sempre ammirato l’artigianato, una delle più grandi risorse dell’Abruzzo e dell’Italia. Siamo il Paese dal più grande e importante artigianato al mondo ed è una grande ricchezza, oltre per me un piacere, essere definito nel mio campo un artigiano».
Ha scritto le biografie di Curzio Malaparte, Gabriele D’Annunzio, Italo Svevo e Benito Mussolini. Lei sembra prediligere personaggi “irregolari” dalle personalità spiccate, che hanno vissuto le contraddizioni nella letteratura e nella storia.
«Un biografo deve passare qualche anno con un personaggio di cui sta scrivendo ed è chiaro che un personaggio “irregolare” attira di più: ha più volti, più immagini, una vita ricca. Persino in un personaggio come Svevo, nella sua discrezione borghese, nel suo essere lontano dai riflettori in una vita sacrificata per due terzi a occuparsi di affari, che non erano la sua vera vocazione, come invece era la letteratura, in questa vita non proteiforme come quella degli altri autori, ho trovato materiale motivo di interesse».
Di questi personaggi ha scritto quelle che ha definito “biografie non definitive”. In che senso?
«Biografia definitiva è una forma di adulazione che nessun biografo merita, perché su un personaggio ci sarà sempre da scrivere. Se scrivo un libro raramente ci torno e tornerò su Svevo, perché nel 2028 ci sarà il centenario della sua morte. Ma non farò una nuova edizione della biografia, aggiungerò cose nuove, ma di contorno».
Ha definito D’Annunzio, l’Imaginifico, «il personaggio moderno mai disgiunto dal poeta, il principe dalle mille anime, l’uomo greco». Ha scritto la sua biografia per ristabilire la verità dei fatti?
«Una quindicina di anni fa il mio editore francese Grasset mi chiese una serie di biografie di grandi autori italiani. Subito proposi D’Annunzio perché mi sembrava un autore da recuperare in Francia, dove aveva vissuto in esilio, dove era stato molto popolare e tradotto, ma poi un po’ dimenticato. Ma hanno insistito, per vari motivi editoriali, di iniziare da Malaparte e ho scritto la trilogia Malaparte-Svevo-D’Annunzio, anche se avrei voluto seguire l’ordine D’Annunzio-Svevo-Malaparte. Poi con un altro editore si è aggiunta quella di Mussolini, un lavoro legato alla mia produzione di carattere storiografico: ho scritto libri sul XX secolo, mi sembrava importante rispolverare Mussolini per il pubblico francese, considerato che lì non c’era, da una trentina d’anni, una biografia di Mussolini di un certo spessore».
I suoi ultimi libri sono In visita e Amori diplomatici. Dalla saggistica è approdato al romanzo?
«Sì, ho iniziato a scriverli all’ombra della pandemia da Covid, nel 2018, ma sono stati pubblicati in tempi diversi e completerò la trilogia. Al pubblico bisogna cercare di dare il meglio di se stessi, trovare un equilibrio tra quello che è importante per sé e quello che lo è per il pubblico».
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