la storia

Pacentro. Tonino Lattanzio ricorda Franco «Era mio fratello, un eroe di Nassiriya: sono vent’anni che manca ai nostri cuori»

27 Aprile 2026

Il racconto nell’anniversario della tragedia:

«Lo aspettavo per comprare una moto Ducati, è il nostro sogno spezzato»

PACENTRO

Vent’anni. Un tempo che sembra un’eternità. Eppure, per chi resta, è spesso solo un battito di ciglia intriso di assenza. Oggi ricorre il ventennale di uno dei giorni più neri per l’Italia e per l’Abruzzo: la tragedia di Nassiriya del 27 aprile 2006. In quell’attentato vile e brutale perse la vita, tra gli altri, il maresciallo aiutante dei carabinieri Franco Lattanzio, di Pacentro. All’epoca effettivo al comando provinciale dell’Arma di Chieti. Aveva solo 38 anni. Oggi, Pacentro si ferma per ricordare il suo “figlio illustre”. Questa mattina, alle 10, al cimitero comunale, sulla tomba di Franco, è in programma una solenne cerimonia di commemorazione organizzata dal Comune per mantenere viva la sua memoria e riflettere su come la vita di comunità si intrecci con la grande storia. Per penetrare questa cortina di dolore e amore che dura da due decenni, un pensiero particolare arriva da Tonino Lattanzio, fratello di Franco, che gestisce una macelleria a Sulmona.

Per l’Italia Franco è un eroe di Nassiriya, per Pacentro un figlio illustre. Ma per lei, qual è il ricordo più vivido del Franco “privato”, lontano dai doveri militari?

«Siamo sempre commossi quando si parla di lui. Il ricordo... è difficile sceglierne uno solo. Franco era un uomo, era un fratello. Ce l’ho sempre davanti, non c’è un momento particolare. È la sua essenza che manca. Quando ci penso, mi viene in mente la sua voglia di fare, la sua serietà».

Franco era un eroe, quindi?

«Sì, per come ha vissuto e per la scelta che ha fatto. Ma per me era soprattutto mio fratello».

Era un maresciallo esperto. Le ha mai parlato delle motivazioni profonde che lo spingevano a partecipare a missioni così delicate come Antica Babilonia?

«Lui ha fatto tutto il suo percorso con dedizione. Aveva frequentato anche la scuola d’inglese, diceva che gli serviva per la carriera. Voleva crescere, essere preparato. Ma il motivo vero era il servizio: era un carabiniere dentro, nell’anima».

C’è un sogno che avevate lasciato in sospeso prima della sua partenza?

«Sì, la passione per le due ruote. Da ragazzi condividevamo tutto. L’ultima volta ci eravamo salutati con una promessa spensierata: quando torno ci compriamo la Ducati. Era il nostro sogno, comprare insieme la rossa di Borgo Panigale. Invece quel sogno è rimasto spezzato via quella mattina di aprile. Franco tornava sempre a casa in licenza con la sua Honda bianca, rossa e blu; vederlo arrivare era una festa per tutto il paese».

Lei era al lavoro quando ha ricevuto la notizia. Cosa ricorda di quegli istanti?

«Ero in macelleria, come ogni mattina. Non avevo sentito la radio, ma quando ho visto entrare i suoi colleghi ho capito immediatamente. Hanno cercato di essere delicati, ma il fatto non cambiava: mio fratello non sarebbe più tornato. Sapevamo dei rischi, lui stesso ce ne aveva parlato, ma per lui la divisa era qualcosa da onorare sempre, nonostante il pericolo».

C’è un’immagine, una parola o un gesto dell’ultima volta che lo ha visto o sentito che oggi, dopo vent’anni, ha assunto per lei un significato diverso?

«È passato tanto tempo. Ci sono cose che rimangono personali, ma è tutta la sua figura che oggi ha un peso diverso».

Se oggi Franco potesse tornare in paese per un giorno, cosa pensa che direbbe vedendo come la sua comunità lo ricorda ancora?

«Ci si conosce un po’ tutti a Pacentro. Siamo come una grande famiglia. Quello ci riempie di gioia, ci dà la forza profonda. Franco direbbe di sentirsi orgoglioso di provare questo affetto. Questo ci fa capire che il suo sacrificio non è stato vano».

In questi due decenni, ha sentito lo Stato realmente vicino alla vostra famiglia?

«Sì, assolutamente. Sia nelle cerimonie che si svolgono a Roma che in quelle che si fanno nel nostro territorio, non è mai venuta meno la presenza dell’Arma e dello Stato. Ci sono stati riconoscimenti in tutte le direzioni da parte del ministro Crosetto e di chi fa le sue veci. Pensi che ci mandano persino le lettere a casa in occasione del suo compleanno. Per qualsiasi cosa che riguarda Franco, lo Stato è sempre presente attraverso l’Arma dei Carabinieri, che non ci ha mai abbandonato».

Oggi il mondo vive nuovi conflitti. Pensa che il sacrificio di Franco e dei suoi colleghi sia stato compreso?

«Spero di sì. È importante parlarne proprio per questo, perché non diventi solo una data sul calendario. Il mondo spesso non impara, ma la memoria di chi ha dato la vita per la pace deve restare un punto di riferimento».

Quale messaggio vorrebbe che arrivasse ai ragazzi di oggi che conoscono Franco solo attraverso i monumenti o qualche vecchia foto?

«Vorrei che capissero che dietro quel nome sul marmo c’era un uomo solare, un giovane pieno di vita che ha fatto una scelta di servizio. Non era una figura lontana, era uno di loro. Vorrei che prendessero esempio dalla sua dedizione».

Voi siete diventati i testimoni della sua vita. Cosa vi spinge a continuare a parlare di lui?

«Noi siamo una famiglia molto unita. Siamo sei figli. C’era sempre una comprensione, un cercarsi, un sentirsi: tutto a posto? State bene?. Questo legame continua. Il dolore però gocciola ancora, secondo me non si rimarginerà mai. Ce lo portiamo fino al cimitero. Ma abbiamo i figli, abbiamo la famiglia. Questa memoria è nostra, ed è giusto che continui a vivere così».
©RIPRODUZIONE RISERVATA