Ritorno della Visitazione all’Aquila, Maccherini: «Un sogno. Rappresenta il simbolo dell’identità»

L’intervista allo storico dell’arte, docente dell’Univaq: «Nel 1655 non fu una donazione, ma una forzatura. Qui è nel contesto originario»
L’AQUILA. Non solo un capolavoro, ma il racconto di un momento storico cruciale per la città: il ritorno della Visitazione di Raffaello Sanzio rappresenta per L’Aquila molto più di un’opera d’arte. Ce ne parla il professor Michele Maccherini, docente di Storia dell’arte moderna dell’Università del capoluogo e deputato di storia patria, guidandoci attraverso la genesi della pala, il ruolo centrale di Giovanni Battista Branconio, la sua struttura narrativa e il valore identitario che il ritorno del capolavoro ha per la città.
Professore, che cosa rappresenta davvero per L’Aquila il ritorno della Visitazione di Raffaello Sanzio dopo secoli di assenza? È solo un prestito prestigioso o un evento identitario?
«Si tratta certamente di un prestito molto prestigioso e va dato atto alla direttrice Federica Zalabra di essere riuscita dove molti altri prima di lei avevano fallito. Penso che la città accolga con entusiasmo la notizia, quasi il coronamento di un sogno».
Può raccontarci la storia dell’opera?
«La Visitazione è un dipinto a olio su tavola trasportata su tela realizzato da Raffaello Sanzio e aiuti intorno al 1517 per la cappella della famiglia Branconio nella chiesa di San Silvestro all’Aquila. L’opera, oggi conservata al museo del Prado, giunse da Roma come segno dello straordinario prestigio economico e sociale raggiunto dai Branconio, come attesta anche l’iscrizione in lettere d’oro alla base del dipinto».
Quanto pesa la figura di Giovanni Battista Branconio nella genesi dell’opera?
«Fu fondamentale: è Giovanni Battista Branconio a chiedere e ottenere da Raffaello la Visitazione. Il suo ruolo nella Roma del tempo fu molto importante, in rapporto con Leonardo da Vinci, legato testamentario, amico e committente di Raffaello, consulente iconografico per le stanze vaticane. Fu lui il vero promotore dell’opera».
La Visitazione presenta una struttura a più livelli, con la scena del Battesimo sullo sfondo. Che tipo di narrazione costruisce Raffaello?
«Il primo piano rende maestose le figure di Maria ed Elisabetta, mentre sullo sfondo il Battesimo di Cristo segue temporalmente il loro incontro, creando una narrazione teologica che unisce devozione familiare e storia sacra».
La scelta iconografica è legata anche alla devozione familiare. In che modo la storia privata dei Branconio si intreccia con la teologia dell’immagine?
«La scelta del soggetto è strettamente legata alla devozione familiare: la moglie di Marino Branconio si chiamava Elisabetta e il figlio Giovanni portava quel nome in onore del Battista. La scena evangelica dell’incontro tra Maria ed Elisabetta traduceva così una memoria affettiva in immagine sacra, rendendo l’opera particolarmente significativa per la famiglia e per la città. Raffaello qui opera un’importante forzatura, torna ad una composizione medievale con la compresenza di due diverse sequenze temporali, una cosa che fece solo per affetto con l’amico Giovanni Battista, contraddicendo l’unità di tempo tipica della pittura rinascimentale».
La Visitazione venne realizzata con il contributo della bottega. Quali elementi stilistici permettono comunque di riconoscere l’intervento diretto del maestro?
«La Visitazione mostra evidenti contatti con le opere di Raffaello Sanzio e della sua bottega nella fase finale della sua produzione. La struttura complessa a più livelli ricorda l’ultimo capolavoro del Sanzio, la Trasfigurazione».
Il trasferimento del 1655 è una pagina dolorosa per la città. Fu davvero una “donazione” o, più propriamente, un’espropriazione diplomatica?
«Nel 1655, a seguito delle pressioni esercitate dal re di Spagna Filippo IV e con l’accondiscendenza di papa Alessandro VII, gli aquilani furono forzati – con l’avallo di un discendente della famiglia Branconio – a consegnare il dipinto. Nonostante le proteste del capitolo della chiesa e della città, l’opera fu quindi trasferita in Spagna, segnando uno dei momenti più dolorosi della storia artistica aquilana».
A San Silvestro rimase una copia, probabilmente di Bedeschini. Che valore ha oggi quella replica?
«Questa copia mantiene viva la memoria dell’originale all’interno di un contesto realizzato appositamente per esaltarlo e svolge un ruolo fondamentale nella conservazione delle tracce visive del capolavoro. Rappresenta, per la comunità aquilana, un simbolo di identità, di memoria e di rivendicazione culturale».
Che valore avrà per la città rivedere il capolavoro nel luogo per cui è nato?
«Un valore altissimo. Ci insegna l’importanza di lavorare in sinergia tra le istituzioni per ottenere risultati significativi e che non ci si può improvvisare: serve una proposta seria e credibile, come quella del Munda, che ha convinto la direzione del Prado. Infine, la città potrà non solo rivivere il proprio luminoso passato attraverso quest’opera, ma anche trarne spunti e prospettive per crescere».
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