Rivisondoli, parla Piantedosi: «Difendiamo la polizia: tornerà lo scudo legale»

Il ministro dell’interno: «Prima si chiedeva il codice identificativo. Serve cambiare cultura». E sulla nuova legge: «Il decreto Sicurezza è in arrivo. Dentro più di 60 norme»
RIVISONDOLI. È “l’altro” Matteo che tutti aspettano a Rivisondoli. Al suo arrivo l’applausometro segna appena qualche decibel in meno di quelli per l’ingresso del leader del Carroccio. D’altra parte, sicurezza e immigrazione sono l’asse portante del programma leghista, e il filo rosso che unisce il vertice del Viminale Matteo Piantedosi a Matteo Salvini è ben noto. Le posizioni, dallo scudo legale per le forze dell’ordine all’immigrazione irregolare, identiche. Ai tempi del governo gialloverde, quando il segretario della Lega era al ministero degli Interni, Piantedosi era il suo capo di Gabinetto. «L’esperienza con lui è stata fondamentale», racconta l’ex prefetto, «in quell’anno e mezzo di governo, prima che fermassero il suo lavoro con lo sbarramento giudiziario (il riferimento è al caso Open Arms da cui Salvini è stato recentemente assolto, ndr), ho imparato a mettere a terra le idee su come contenere il fenomeno migratorio. Il lavoro di oggi è in continuità con quel periodo», aggiunge, «e gli sbarchi si sono ridotti. Quest’anno – è passato solo un mese, per carità – siamo al 60% in meno rispetto all’anno precedente». La loro sinergia continua ancora oggi: «Abbiamo scritto insieme il nuovo decreto Sicurezza», spiega Piantedosi annunciando che «ci saranno due provvedimenti diversi: un decreto legge che entro la prima settimana di febbraio sarà in consiglio dei ministri, e una proposta di legge. Non per questione di preferenza sulle singole norme, ma soltanto perché il decreto richiede la sussistenza dei principi di necessità e urgenza e quindi dovremo fare una sintesi in questo senso».
I contenuti? In primo luogo il contrasto alla violenza giovanile. «Il tasso di commissione di reati è diminuito, ma è aumentato del 10% tra i giovani stranieri. La connessione tra sbarchi, baby gang e criminalità minorile esiste, ma», prosegue il ministro dell’Interno, «il tema riguarda pure gli italiani. È un problema complesso, che non può trovare risposta soltanto con norme repressive: bisogna trovare il modo di reindirizzare questi ragazzi». Accanto a lui, sul palco, c’è chi ha vissuto sulla propria pelle gli effetti del disagio delle nuove generazioni. Daniela Di Maggio è la madre di GioGiò, il 24enne ucciso a Napoli nel 2023 da un 17enne. L’omicidio ispirò il primo decreto sicurezza del governo Meloni. Dalla kermesse leghista, Di Maggio lancia la proposta di istituire un Garante per le vittime, visto che oggi lo hanno «soltanto» i detenuti («Che Paese è questo?»). II ministro, dal canto suo, mostra segnali di apertura. Per il futuro. Il presente, invece, è tutto scritto nella bozza del decreto Sicurezza 2.0 che, sottolinea, il vertice del Viminale, riserva «grande attenzione» alle forze dell’ordine: «Già qualche mese fa, con il primo decreto, abbiamo previsto un sostegno finanziario ai poliziotti che vengono indagati a seguito delle loro attività lavorative. Ora, con la nuova legge, vogliamo inserire la non necessità di iscrivere poliziotti e carabinieri nel registro degli indagati». La questione è anche culturale: «Quante volte, in passato, in attività di polizia si vedevano le manganellate e c’era lo stigma sull’uso di questi strumenti, oppure si invocava il codice identificativo sul casco… Ecco, noi dobbiamo cercare di sovvertire il principio e ripristinare gli ambiti culturali sulle attività di polizia, fermo restando che ognuno deve essere responsabile. Perché quando un poliziotto sbaglia, sbaglia due volte, perché lo fa anche violando il decoro della propria divisa». Il capitolo più sorprendente è quello riservato alle famiglie dei campi rom. Non stupisce che per Piantedosi la loro esistenza sia «responsabilità» della sinistra («Una certa cultura 30-40 anni fa pensava che bisognasse preservare la loro cultura di nomadi»), ma è inattesa l’ammissione – confessata per «onestà intellettuale» – sul fatto che «salvo situazioni gravi, i bimbi non vanno tolti nemmeno alle famiglie rom. Per noi il punto rimane», conclude il ministro, «che se vuoi essere integrato, devi abitare in una casa. Lo Stato può anche investire per accompagnarli in questo percorso, ma serve che poi vivano come tutti gli altri cittadini». (da.c.)

