Sisma, il racconto di Marianna: «Ho perso i miei genitori, il dolore non passerà mai»

6 Aprile 2026

Aveva 27 anni: «Ricordo il rumore e il cemento nella mia bocca. Oggi mi sento in colpa e senza i miei due pilastri. Non tornerò più in quella casa»

L’AQUILA. Il rumore arriva ancora prima dei ricordi. È un boato che torna nei sogni, nelle notti spezzate, in quell’ora che per Marianna Liberati non è mai passata davvero. Sotto le macerie del terremoto dell’Aquila del 6 aprile 2009 ha perso tutto: la madre, Elvezia, il padre, Vezio, e con loro la certezza che il mondo fosse un luogo sicuro. Aveva 27 anni, una vita normale, una famiglia stretta attorno a sé come racconta l’ultimo scatto al suo compleanno del 26 marzo 2009. L’ultimo ricordo che ha di loro. In pochi secondi, quella notte, il palazzo di via XX settembre si è accartocciato su sé stesso e lei si è ritrovata nel buio, tra l’odore di gas e il cemento in bocca, con il dubbio — che ancora oggi la accompagna — di aver sentito la voce di sua madre chiedere aiuto.

Marianna, che periodo è per te questo che precede il 6 aprile?

«È sempre un periodo cupo. C’è la ricorrenza, c’è il mio compleanno, c’è la Pasqua. Io non festeggio quasi mai. Ci sono anni in cui faccio anche grandi feste, altri in cui sparisco. Quest’anno è uno di quelli in cui mi nascondo».

La fiaccolata non si fa più: cosa significa per te?

«Mi dispiace, ma io non ci sono mai andata davvero. Mia sorella sì, sempre. Io ho sempre avuto un rapporto strano con queste cose: o tutto o niente. E poi, a volte, ho avuto la sensazione che qualcuno andasse lì più per farsi vedere che per altro. Non tutti, certo, ma alcuni sì».

Torni spesso al cimitero?

«All’inizio ci andavo tutti i giorni, spendevo anche cento euro di fiori, facevo composizioni enormi. Poi, all’improvviso, niente più. È il mio modo di essere: o tutto o niente».

Quella notte dov’eri?

«A casa, con i miei genitori. Avevo 27 anni. Il mio fidanzato, che oggi è mio marito, era venuto da noi. Guardavamo la televisione, una serata normale. Dopo alcune scosse eravamo usciti in terrazza. Avevamo deciso che in caso di pericolo saremmo andati lì».

Nei giorni precedenti avevi paura?

«Sì, tantissima. E infatti una notte avevo costretto tutta la famiglia a dormire fuori. Per questo sono stata chiamata anche a testimoniare al processo della Commissione Grandi Rischi. Ma poi ci hanno tranquillizzati, dicevano che non sarebbe successo niente. E io mi sono fidata».

Cosa ricordi del momento del crollo?

«Un rumore fortissimo. Io correvo verso la terrazza, ma non riuscivo ad arrivarci, come se lo spazio non finisse mai. Urlavo ma non sentivo la mia voce. Poi il buio. All’inizio non capivo. Sentivo un odore fortissimo di gas, il cemento in bocca. Avevo dolori ovunque. Poi le scosse continuavano e le pietre si stringevano, facevano ancora più male. A un certo punto non sentivo più le gambe. Ho pensato: ecco, non camminerò più».

Hai avuto paura di morire?

«Sì, perché non ce la facevo più. Ma non ci sono riuscita».

Hai sentito qualcuno vicino a te?

«Sì. Ho sentito mia sorella che urlava fuori. E… ho il dubbio di aver sentito mia madre. Una donna che si lamentava. Non so se fosse lei, ma io penso di sì. Non so se sono morti subito. Ho dovuto leggere io il certificato di morte: schiacciamento toracico e cranico. Probabilmente non hanno sofferto. Ma il dubbio resta».

Come sei stata salvata?

«Mi hanno trovata un vigile e mio marito, che era sopra le macerie. Lui non dice mai parolacce, ma quella volta urlava. L’ho riconosciuto così. Mi hanno tirata fuori, ma io volevo andare via subito. Ero in condizioni terribili. Però oggi mi sento in colpa: avrei voluto che restassero a cercare i miei genitori. Magari un’ora prima, chissà».

Hai perso mamma, papà e anche degli zii. Cosa resta oggi?

«Mi mancano i pilastri. Ho 44 anni, ma è come se mi mancasse ancora la base. Io mi fidavo totalmente di loro. Se mi avessero detto “buttati”, l’avrei fatto. E invece ho molti sensi di colpa. Avevo già dormito fuori una notte. Bastava farlo anche quella. Una sola notte. Questo pensiero non mi lascia. Oggi mi sono costruita una casa antisismica, bassa, sicura. Non tornerò mai in quella vecchia, neanche quando sarà ricostruita. La sogno ancora: entro e dico ai miei genitori che dobbiamo andare via».

I sogni sono ancora pieni di loro?

«Sì. A volte sono vivi, siamo insieme. Altre volte mia madre c’è ma non mi parla. È fredda, lontana. Mi sveglio ancora spesso, anche alle 3:32».

Il dolore passa?

«No. Non passa. Non passerà mai».

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