Per gli attivisti che anche domani scenderanno in strada per protestare «con bandiere, musica, striscioni e creatività», quello che c’è lì dentro è un altro segreto italiano che nessuno ha mai voluto svelare; invece, per gli esponenti di governo che da oltre vent’anni si alternano alla guida dell’Italia, nei 134 ettari del deposito militare di Monte San Cosimo, tra Sulmona, Pratola Peligna e Prezza, non ci sarebbe niente di riservato e i documenti del Parlamento parlano di «munizionamento esclusivamente di tipo convenzionale, la cui conservazione non costituisce, di fatto, alcun pericolo per la salute dei cittadini del territorio limitrofo». Tra questi estremi, domani dalle ore 10, le associazioni manifesteranno davanti al deposito circondato una fila di blocchi di cemento lunga 7 chilometri: «Il 2 giugno, la Festa della Repubblica, non può essere celebrata con marce militari», recita l’appello del coordinamento “Disarmare la pace, disertare la guerra!”, «è necessario dare un vero valore al 2 giugno. Basta con la vuota retorica: il ripudio della guerra sancito dalla Costituzione deve avere significato concreto ed essere agito da tutte e tutti, non solo sbandierato in proclami che nascondono interessi di morte e prevaricazione. Il nostro territorio non deve essere un avamposto logistico da impegnare in scenari di guerra internazionali, lontani dalle esigenze reali della popolazione».
Alla guida dei manifestanti c’è Renato Di Nicola: «Nella Valle Peligna, sotto Monte San Cosimo, esiste uno dei più grandi depositi di armi e munizioni dell’Italia centro-meridionale», dice, «una base di 134 ettari, già bombardata durante la Seconda guerra mondiale e che continua a essere obiettivo militare strategico anche oggi, il cui contenuto reale rimane top secret per cittadini e istituzioni locali».
L’ALBA DELLA MONTECATINI
Quell’area oggi inaccessibile divenne un sito militare nel 1939, quando iniziò la produzione bellica della Montecatini Nobel con oltre duemila lavoratori in vista dell’inizio della Seconda guerra mondiale. Nel 1954, poi, la fabbrica divenne un deposito e tutto fu riconsegnato al ministero della Difesa. Il deposito militare è intitolato a Enrico Giammarco, tenente colonnello sulmonese ucciso dalle bombe della Seconda guerra mondiale nel 1940. È grande quanto un paese con 10 chilometri di strade, 20 di elettrodotti, 15 di tubazioni per la distribuzione di acqua industriale, bocche antincendio, 30 chilometri di condotte per acqua potabile, oltre 40 fabbricati in cemento armato e un raccordo ferroviario di 3 chilometri. Ma c’è un dettaglio: quella zona, quando il deposito fu aperto, era isolata mentre adesso, tutto intorno, sono spuntate le case e le palazzine in costruzione. «La conseguente antropizzazione del territorio ha modificato la condizione di “area isolata” tipica della fase iniziale del progetto di Monte San Cosimo», recita l’ultima interrogazione parlamentare sul caso, risalente al 2015 e firmata dall’allora deputata di Forza Italia Paola Pelino, «aumentando di conseguenza i rischi derivanti dalla presenza di un deposito di armi e munizioni a ridosso di aree abitate nonché altamente sismiche».
«È ORA DI CAMBIARE»
«In una zona interna del nostro Abruzzo economicamente fragilissimo», spiega l’attivista Di Nicola, «Monte San Cosimo è un luogo pericoloso e un peso inutile per la popolazione anche dal punto di vista sociale ed economico. Vogliamo che ci sia trasparenza perché, se come dichiarato dalle autorità militari, il deposito contiene solo “limitati quantitativi di armi e munizioni”, per quale ragione non utilizzare le possibilità offerte da una struttura simile per scopi di prevenzione sociale, ambientale e/o come risorsa per lo sviluppo economico del territorio?».
GLI ATTI DEL PARLAMENTO
Da oltre vent’anni, la richiesta è quella di riconvertire il deposito militare in un polo della Protezione civile ma la risposta è sempre la stessa: «L’impianto nel suo complesso è tuttora considerato necessario per l’assolvimento di attività istituzionali dell’Esercito», così disse il 26 aprile 2005 l’allora ministro della Difesa Antonio Martino rispondendo a un’interrogazione del deputato dei Verdi, Marco Lion risalente al 2003. «Tale base», recita l’interrogazione di Lion di 23 anni fa, «ospiterebbe uno dei più consistenti depositi di armi e munizioni dell’Italia centro meridionale, ed in occasioni di crisi internazionale verrebbe sottoposta a particolari dispositivi di allerta perché conterrebbe armamenti sofisticati; in occasione della crisi Italia-Libia della primavera 1986 essa venne indicata come uno dei possibili obiettivi strategici da colpire». E poi, «nel 1990 l’Enea-Disp individuò la base di Monte San Cosimo come uno dei quattro siti in Italia aventi idoneità per lo stoccaggio di scorie radioattive». Il ministro Martino assicurò: «Si sottolinea che tale struttura non custodisce armi di alcun genere, ma unicamente munizionamento da guerra e di addestramento di tipo convenzionale, tanto meno detiene alcun manufatto o artifizio contenente elementi radioattivi, bensì quantitativi limitati di carichi esplosive e incendivi del genio, anche questi di tipo convenzionale».
LA STORIA LUNGA
Un’altra interrogazione è di 13 anni fa, presentata dall’allora deputato abruzzese Gianni Melilla di Sel (Sinistra ecologia e libertà). «Alla fine degli anni ’60 e ’70», disse Melilla in aula il 2 luglio 2013, «il senatore Celidonio fece varie interpellanze e poi ci sono stati nel 1986 degli interventi molto puntuali del gruppo radicale (Pannella, Rutelli e altri deputati) che, appunto, chiedevano di sapere che cosa fosse custodito in questo deposito militare e, soprattutto, si battevano contro l’ampliamento delle servitù militari». Il sottosegretario alla Difesa Gioacchino Alfano rispose in Parlamento: «Al momento non sussiste alcuna ipotesi di riconversione del deposito militare in centro regionale della Protezione civile per la regione Abruzzo e, in tal senso, non risulta in ogni caso essere mai pervenuta specifica richiesta da parte dell’ente territoriale interessato».
FI: «PROTEZIONE CIVILE»
L’ultima interrogazione, proveniente dal fronte opposto, nel 2015 fu presentata dalla deputata forzista Paola Pelino di e si chiudeva così: «Bisognerebbe valutare l’opportunità della dismissione del deposito militare che ricade all’interno di una zona considerata ad alto rischio sismico, con relativa bonifica dell'area, e la riconversione a fini di protezione civile».
«VOGLIAMO SAPERE»
Né la sinistra né la destra, in tutti questi anni, sono riuscite a cambiare il destino di quel sito. «Abbiamo il diritto di sapere», dice Di Nicola, «e chiediamo ai parlamentari abruzzesi, ai consiglieri regionali ed alle amministrazioni del territorio – visto che dovrebbero fare gli interessi delle popolazioni dalle quali sono stati eletti – di agire per fare chiarezza e chiedere la smilitarizzazione dell’area e la sua riconversione per fini civili e di pace. Per queste ragioni invitiamo le realtà associative, i comitati, le comunità religiose, i sindacati, i singoli cittadini, gli eletti nelle istituzioni, a partecipare alla manifestazione che terremo davanti alla base militare. La immaginiamo come una mobilitazione contro la guerra, il riarmo i progetti che mirano a reintrodurre la leva militare obbligatoria. Una festa per la Repubblica e per la pace: portiamo bandiere, musica, striscioni e creatività: la Terra», conclude, «è di chi la vive, non di chi la mette in pericolo».