Abruzzo, la “crisi silenziosa” dei lavoratori senza stipendio

Le storie dei dipendenti che aspettano le buste paga dalle aziende in crisi di liquidità E nel frattempo aumentano le vertenze, cinquecento ogni anno nella sola provincia dell’Aquila

L’AQUILA. Oltre 500 vertenze individuali istruite ogni anno dall’ufficio Vertenze della Cgil della provincia dell’Aquila su richiesta di lavoratori che vorrebbero vedersi pagati gli stipendi legittimamente guadagnati in mesi di lavoro. Oltre 30, invece, le procedure aperte dalla Fillea-Cgil verso imprese edili che, appunto, non pagano i propri lavoratori per i motivi più disparati: mancanza di liquidità, fallimenti, problemi con la magistratura e in qualche caso cantieri (e conti) bloccati dal giudice.

Numeri che si moltiplicano per tutta la regione e che mostrano “l’altro lato della crisi”, quello invisibile dei lavoratori che in silenzio aspettano i pagamenti degli stipendi e finiscono, disperati, dietro la scrivania o degli uffici “Vertenza e legalità” della Cgil di mezza Italia, o dietro quella della Fillea Cgil. Qualche volta soluzioni si trovano, altre no, «perché sempre più spesso gli imprenditori non sono nelle condizioni di pagare», spiegano al sindacato. Parliamo di lavoratori che nella maggior parte dei casi aspettano di essere retribuiti da 6-7 mesi, vantando nei confronti delle aziende qualcosa come 12mila euro.

È la fotografia di un sistema economico in crisi, dove il lavoratore è soltanto l’ultimo anello di una catena fatta di mancanza di liquidità delle aziende, commesse non rispettate, pagamenti arretrati della Pubblica amministrazione, investimenti finiti male, cassa integrazione, inchieste giudiziarie. A pagare spese salate sono, infatti, anche le aziende, dietro le quali si celano uomini e donne che hanno creduto in un’idea. Le cronache parlano spesso di suicidi di imprenditori. Ma restando ai lavoratori, ci sono tanti casi come quelli dei due operai di una grossa ditta di Pescara che ha lavorato al cantiere dell’Ikea a Chieti, operai di 47 e 55 anni, tre figli l’uno, due l’altro. L’azienda li ha licenziati a ottobre. «Da allora stiamo aspettando di ricevere il Tfr (Trattamento di fine rapporto), i rimborsi della dichiarazione dei redditi e gli assegni familiari», spiegano i due, entrambi della provincia di Rieti: «Alla fine siamo venuti al sindacato».

Il sindacato: ultima speranza di vedere rispettati i propri diritti. Ma adesso la funzionaria della Fillea Cgil, Cristina Santella, deve andare prima di tutto a verificare se quell’azienda “è viva o morta”, e soprattutto se è regolare e se ha fatto alla Cassa Edile quei versamenti che poi sarebbero dovuti tornare ai lavoratori: l’Ape e la gratificazione natalizia. Anche queste due somme devono essere pagate ai due lavoratori di Rieti.

In fila davanti all’ufficio della Fillea Cgil c’è anche il tunisino Mabruk, 39 anni. Ha il volto triste di chi ha perso la speranza: a lui la ditta, che lo ha licenziato a novembre, deve pagare 12mila euro di stipendi. «Che vita è questa», dice abbassando lo sguardo. Mabruk ha tre figli di 6, 4 e 1 anno a Sfax, in Tunisia, ai quali deve mandare qualche soldo ogni mese per farli mangiare. Ma come arriva un’azienda a non pagare 7 stipendi a un operaio che tutte le mattine si alza all’alba, prende un tram e si fa 20 chilometri per andare a lavorare? «Quella ditta», spiega la Santella, «aspetta che la banca eroghi un mutuo. Ma finora nulla». Il meccanismo è, più o meno, sempre quello: il committente o la banca non pagano l’azienda, e quest’ultima non paga il dipendente. Un circolo vizioso che solo un intervento del governo può invertire, «rimettendo in circolo il denaro», aggiunge Franca Gentile, dell’Ufficio vertenze. Come? Prima di tutto rifinanziando la Cassa integrazione in deroga,poi rendendo più efficace il pagamento dei debiti da parte della Pa e, nel caso dell’Aquila, garantendo subito lo sblocco dei fondi della ricostruzione. «Adesso c’è la legge che obbliga la Pa a pagare entro 60 giorni», spiega Gentile, «ma in realtà questo non avviene mai». Complice la rigidità della spending review. I lavoratori più penalizzati sono quelli dell’edilizia, ma subito dopo, nella scala drammatica dei lavoratori non pagati, vengono gli operai degli artigiani, poi i lavoratori dei servizi, del settore del turismo, badanti, dipendenti delle Cooperative sociali, lavoratori della ristorazione. Non mancano i giornalisti. Moltissimi sono gli stranieri. Una situazione che si moltiplica in Abruzzo e in tutto il Paese, “minacciato” da un’emergenza sociale che rischia di esplodere da un momento all’altro.

Marianna Gianforte

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