ASSUEFATTI ALL’ALLERTA MALTEMPO

Il rischio è scontato: troppi allarmi, nessun allarme. È ciò che sta succedendo da qualche mese in Abruzzo come nel resto d’Italia. Gli allarmi sono quelli che dovrebbero farci drizzare le orecchie e vengono lanciati ogni qual volta il bollettino delle previsioni del tempo annuncia tempesta. Pioggia a dirotto o neve, non fa differenza: ai sindaci e agli assessori interessa soprattutto che i cittadini non possano dire poi che non erano stati avvertiti e chiedere conto in tribunale.

Ma se lo scopo degli allarmi non è precostituirsi una giustificazione postuma, successiva al disastro eventuale, ma allertare la gente di un pericolo imminente e reale, allora non ci vuole molto a capire che quell’obiettivo rischia di essere vanificato proprio dalla ripetitività degli allerta che finiscono con il generare una sorta di assuefazione nella gente. E’ l’effetto «al lupo, al lupo».

Sta accadendo anche qui da noi, in Abruzzo. Siamo appena usciti da un allarme neve, all’inizio di questa settimana, per infilarci nel tunnel dell’allarme pioggia ed esondazione dei fiumi. L’ora X (o meglio il giorno X) del massimo rischio è stata già fissata: da domenica mattina fino a lunedì. I fiumi, che con l’aumento della portata d’acqua, potrebbero uscire fuori dai loro letti sono tanti: quelli che preoccupano di più sono i soliti: il Pescara e il Sangro. Chi ha la sorte di vivere in città attraversate da queste potenziali bombe d’acqua sa già da ieri che deve stare sul chi va là. Ma oltre a questo poco più. E invece qualcosa di più si potrebbe e dovrebbe fare, per evitare, ad esempio, che si ripeta qui il disastro che ha sfregiato la Sardegna. Che cosa? Per esempio aiuterebbe sapere che chi vigila sulla nostra sicurezza e sopravvivenza (le strutture della protezione civile dei comuni) ci avvertisse tramite sms del reale pericolo di tracimazione di questi fiumi (trasformati in strade a scorrimento veloce dalla scriteriata cementificazione degli anni Ottanta) esortandoci a far fagotto e metterci in salvo, magari sui tetti dei palazzi in cui viviamo. Accadrà mai tutto questo? Le cronache italiane recenti inducono a non nutrire soverchie speranze in proposito. La storia del nostro Paese è ricca di interminabili inchieste giudiziarie e di processi celebrati quando a ricordare il solito disastro italiano sono rimasti solo i parenti delle vittime e i sopravvissuti. E le sentenze di condanna, quand’anche arrivino sfidando prescrizioni e cavilli, sono una ben magra soddisfazione. No, davvero è meglio mettersi a letto con la luce accesa, in attesa del bip di un sms che ci inviti a scappare, piuttosto che addormentarci con l’italica, cinica certezza che, in fondo, l’allarme anche questa volta è fasullo e che il lupo, una volta di più, non arriverà ad azzannarci.

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