Banda, petali e palloncini per l’ultimo saluto a Massimo Ciarelli

foto di Giampiero Lattanzio
Il corteo funebre a Rancitelli e poi, dopo la messa, il saluto davanti al carcere di San Donato
PESCARA. La banda che suona a ritmo inesorabile, il sole a picco, la bara di legno chiaro che avanza lenta sulla Maserati preceduta dai familiari che spargono a terra i petali di rose. E poi le urla straziate di Francesca Ciarelli quando il feretro del più piccolo dei fratelli arriva sul sagrato della chiesa. Non si rivedevano da anni: Massimo in carcere prima a Perugia e poi a Pescara (dov’era in semilibertà), lei detenuta a Teramo. «Massimo, Massimo», strilla Francesca con tutto il fiato che ha in corpo, sostenuta dalle figlie che a stento la tengono in piedi davanti alla parrocchia di Villa del Fuoco stracolma di gente. Parte da qui il funerale di Massimo Ciarelli, morto mercoledì sera a 42 anni (43 a settembre) nello schianto con un’auto dei carabinieri, mentre scappava dai controlli dei militari che l’avevano sorpreso alla guida di uno scooter T-max a Montesilvano dove non poteva stare, lui che in semilibertà aveva la patente sospesa e il divieto di sconfinare dal percorso concesso per quello che gli restava da scontare dopo l’omicidio dell’ultrà biancazzurro del 2012: casa, associazione di volontariato a Chieti e carcere di San Donato per la notte.
In centinaia stanno davanti alla storica parrocchia di Villa del fuoco da quasi un’ora in attesa del corteo funebre che, preceduto dalla banda e da decine di moto e motorini con i clacson che ne annunciano il passaggio, è partito dalla casa dei Ciarelli di vicolo Moro, in via Aterno, intorno alle 15.30, per ripercorrere in poco meno di un’ora il mondo dov’è cresciuto Massimo prima di finire in carcere quando aveva 29 anni: la rotatoria che da via Don Luigi Orione porta nel cuore di Rancitelli, in via Lago di Borgiano, poi via Tavo e infine via Stradonetto. Ad aspettarlo è una comunità intera che si riconosce in un rituale in cui, tra gli uomini con le catene d’oro al collo e le donne con i pendenti alle orecchie, ogni cosa ha un senso, ogni dettaglio il suo significato. Come la testa di leone d’oro che mamma Giovanna, muta e attonita nel suo dolore, porta al dito, l’unico segno che indossa oltre al lutto: è il simbolo del coraggio e della forza, quella che mantiene a stento ora che, dopo aver perso il marito, due figli e una nipote, ha perso anche il figlio più piccolo. Dentro la chiesa i banconi disposti a semicerchio abbracciano il feretro ricoperto da enormi rose bianche picchiettate d’azzurro (della mamma) e dalle magliette del Milan, la squadra del cuore di Massimo. Il parroco, don Andrea, dopo il vangelo di Matteo “Io sono mite e umile di cuore” esorta la platea a pregare «perché la morte di Massimo non sia solo un evento, così che nella nostra vita non sarà una perdita ma un seme nei nostri cuori”.
Compresa la breve predica, tutta la funzione non dura più di mezz’ora, con gli agenti di polizia penitenziaria, oltre una decina, a vigilare sui sette parenti detenuti (sei uomini e una donna, la sorella Francesca appunto) che hanno ottenuto il permesso per il funerale. Ed ecco che di fronte a quel lutto, a quel dolore, si ricompongono coppie e famiglie. Non solo abbracci di condoglianze, ma anche incontri di pochi istanti, di mani che si stringono, di pacche sulle spalle tra chi è fuori e chi, dopo quella cerimonia, tornerà nel mondo di dentro. Frasi scambiate a mezza bocca, veloci e piene di tutto quello che può contenere qualche istante di vicinanza. E così il dolore per Massimo si mischia alla sofferenza di chi, alla fine di tutto, vede andare via un marito, un padre, un fratello e che fa appena in tempo ad allungargli qualche pacchetto di sigarette, ma prima: «Commissà, posso?».
E colpisce che in quella comunità così chiusa all’esterno ma così compatta all’interno, al funerale partecipino tutti: giovani, anziani, ma anche bambini più o meno piccoli che imparano così che la morte fa parte della vita. Dalla prima fila Francesca Ciarelli osserva la mamma che è seduta nel bancone alla sua destra, sempre in prima fila, sostenuta dai nipoti, da Eva e dalle altre figlie. Quando don Andrea prende l’incenso è Francesca che va a chiedere di affidare alla madre quell’ultimo pietoso saluto al figlio. E mamma Giovanna lo esegue, stravolta.
Quando la bara esce dalla chiesa, la banda suona “Gente di mare”, la canzone che risuona allo stadio, volano i palloncini bianchi e azzurri con uno a forma di cuore dove c’è scritto “rimarrai sempre il Re di Pescara”. Tra fumogeni e petardi partono i fuochi d’artificio. Ci sono anche gli avvocati Giancarlo De Marco e Laura Filippucci nominati dalla famiglia per fare chiarezza sulla dinamica dell’incidente. Qualcuno intanto chiede “la canzone del Pescara” e la banda esegue anche quella: “Sugli spalti comincia l’avventura”. È il momento dell’addio. Francesca sta per tornare in carcere, come gli altri. Deve dare l’addio a Massimo e lo fa alla maniera sua. Ancora grida, urla e frasi nella loro lingua. Poi il commiato dalle figlie e qualche raccomandazione. E mentre va via con gli agenti della penitenziaria il carro riparte verso il cimitero. Ad accompagnarlo ancora moto e motorini che suonano. E stavolta, dopo Rancitelli, il passaggio è davanti al carcere di San Donato dove Massimo da un anno e mezzo usciva ogni mattina per andare a fare volontariato a Chieti e dove ritornava ogni sera alle 21. Sono passate le 17 quando di fronte a quel lungo corteo strombazzante, anche dalle celle fanno rimbombare il nome di Massimo. Coperchi e grate che sbattono, il carro funebre che scompare e la morte che rende tutti uguali.
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