PESCARA
«Non siamo di fronte a un’epidemia, bensì a una coincidenza temporale di episodi slegati tra loro e causati da ceppi differenti del batterio». La precisazione arriva dal noto infettivologo Matteo Bassetti, direttore della clinica Malattie Infettive del Policlinico San Martino di Genova, in riferimento ai casi di meningite registrati negli ultimi giorni tra Pescara e Chieti, ma anche a Parma e a Milano. Sabato la morte di Giovanna Romano, 51enne originaria di Montoro (provincia di Avellino) e venerdì il trasferimento di un 15enne di Chieti all’ospedale di Pescara. Il giovane, fortunatamente, sta rispondendo alle cure. Secondo l’esperto che ha citato questi due ultimi casi pescaresi in un post sui social due giorni fa, per prevenire l’insorgere dell’infiammazione sono fondamentali i vaccini.
Professore, c’è una recrudescenza di questa infezione?
«No, direi che siamo di fronte a una coincidenza di più focolai: uno grande, che è quello inglese di un mese fa, e tre piccoli focolai, ossia quello avvenuto a Milano, nel grattacielo Gioia 22, dove lavorano dei dipendenti di Intesa Sanpaolo, l’altro nel Parmense, e i due casi abruzzesi. Tutti svincolati tra loro, ma incidentalmente legati dal tempo, perché avvenuti negli ultimi 30-35 giorni, quindi non c'è una recrudescenza. Il fenomeno è sempre esistito, però in altre occasioni i casi sono esplosi in periodi diversi dell'anno, quindi fanno meno impressione di quando arrivano tutti insieme come in questo momento».
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Ad ogni modo la meningite può provocare la morte, come nel caso della 51enne di Pescara. Cosa fare per arginarne la diffusione?
«È evidente che la meningite è una patologia grave, che può portare alla morte. Allo stesso tempo è perfettamente prevenibile attraverso pratiche di igiene pubblica, come quella della profilassi antibiotica, ma soprattutto come quella della vaccinazione. Mi spiego meglio: un conto è il decesso di una 51enne, per cui ci saranno state anche delle complicanze, ma quando vengono colpiti gli adolescenti, significa che qualcosa non ha funzionato dal punto di vista della prevenzione, perché a 15 anni i ragazzi dovrebbero essere vaccinati. Il vaccino è fondamentale, ma ormai viviamo in un Paese dove parlare di vaccini diventa un’arma a doppio taglio. Scoppia la polemica, ma se muore un ragazzo, cosa pensa chi non crede nei vaccini? I decessi da vaccino sono tutti da dimostrare, anzi nella maggior parte dei casi sono solo “fuffa”. Le morti da meningite, invece, sono morti reali: il meningococco può spezzare la vita nel giro di poche ore, quindi trovarsi nel 2026 a discutere sulla utilità o meno dei vaccini, è decisamente anacronistico».
Uno scetticismo esasperato durante il Covid?
«Il Covid ha peggiorato la situazione vaccini, perché sull’argomento in questione è stato incentrato il dibattito politico. Ma le vaccinazioni non dovrebbero creare divisioni neanche nel mondo scientifico e invece sono diventate un argomento di lotta politica. Ecco, questo è il Paese in cui ci sono continue invasioni di campo da parte di chi dovrebbe occuparsi d'altro. Eppure sui vaccini, in questo stesso Paese, la componente medico-scientifica rappresenta un'eccellenza mondiale».
Nel video pubblicato sui social in queste ore, lei ha detto chiaramente che bisogna evitare l’accostamento meningite - fulminante. Perché?
«Esattamente. Il meningococco è sempre grave. Non si può dire che quello di tipo B è più grave del C o dell’Y. Tutto dipende da chi viene colpito dall’infezione, da quando viene colpito e dalle condizioni fisiche in cui si trova nel momento in cui contrae la meningite. Il sistema immunitario, la produzione di tossine: ci sono delle situazioni dal punto di vista fisiopatologico, che sono profondamente diverse da individuo a individuo. Lo stesso microrganismo può dare in una persona un quadro devastante e in un'altra una forma più tranquilla. Dopotutto è così per tutte le infezioni».
Ci sono, però, dei ceppi diversi.
«Sì, cinque i più comuni: B e poi A, C, W e Y. E i vaccini sono separati. Per quanto riguarda la gravità, tutto dipende dalla diffusione del patogeno nel sangue».
Per concludere, i giovani devono vaccinarsi. E gli adulti?
«Gli ultimi casi devono diventare uno stimolo: possono indurre le persone a vaccinarsi. Se c'è qualche ragazzo che non ha ricevuto le dosi perché i genitori sono contrari o per altre ragioni, hanno modo di riflettere e capire l’importanza della prevenzione. Oltretutto stiamo parlando di vaccinazioni che ti conferiscono un'immunità totale o quasi e servono a evitare di avere le forme più gravi. Per gli adulti, se qualcuno vuole sottoporsi alla vaccinazione perché si sente più tranquillo, può farlo. Tuttavia, i casi più frequenti colpiscono i giovani, gli adolescenti, che frequentano comunità chiuse, scuole, aule di studio, in cui può esserci un contagio maggiore».